Diario di un editore: torniamo a guardare al futuro…

Buttare giù due righe su questo mio diario virtuale ha sempre del catartico, e questo soprattutto se il motivo è l’uscita di un nuovo libro: La società degli automi, di Riccardo Campa, con una prefazione di Claudio Cominardi.
Ora, ogni libro che noi pubblichiamo lo attendo con una certa enfasi: a volte perché è frutto di lavoro di molti mesi (come ad esempio Topie Impitoyable o L’Architettura del Continuo), tanti da farmi immergere fisicamente nei contenuti che il testo propone. A volte, perché quei contenuti sono per me talmente forti da diventare lentamente un credo (come La fine dell’invecchiamento o il libro in uscita Panarchia). Ecco, questo libro rappresenta un po’ entrambi le cose.

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Non ho mai fatto mistero della mia fede transumanista: io sono un transumanista, credo in un futuro dove la tecnologia migliori drasticamente la vita di ogni individuo, credo in un futuro dove la scienza avrà messo fine ai peggiori mali del nostro tempo, credo in un futuro di abbondanza e privo di restrizioni economiche.

Forse può apparire eccessivamente ingenuo, ma in cuor mio trovo questa mia personale e pragmatica fede particolarmente pragmatica: ogni giorno mi informo su cosa sta accadendo nei laboratori di tutto il mondo, di quali tecnologie sono sviluppate e distribuite in forma gratuita, di quali farmaci attualmente in uso potranno essere usati per rallentare altre malattie e via dicendo. Sì, sono ottimista, e lo sono nonostante tutto il resto del mondo sta crollando. Prendiamo ad esempio la crisi economica e la contingente crisi del lavoro: di fatto sembrerebbe preannunciare una dittatura tecnofascista in cui solo un’élite potrà godere dei frutti del lavoro dell’intera umanità, e questa è una preoccupazione che effettivamente vivo anche io. Ma se riuscissimo a diffondere il seme di queste idee, se riuscissimo a parlarne, a divulgare, a far entrare questi temi nelle istituzioni, forse potremmo cambiare il futuro.

Sono felice di aver pubblicato questo libro proprio perché in questo modo penso di aver contribuito, almeno un poco, a divulgare questi temi. Il libro parla del tema della fine del lavoro, argomentando la tesi secondo la quale probabilmente la disoccupazione tecnologica avanzerà con sempre più forza, e di come sarà possibile scongiurare la minaccia di conflitti sociali sempre più duri, tra chi verrà tagliato fuori e chi riuscirà a trovare una sua collocazione nel mondo del lavoro.

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Il primo maggio scrissi uno status provocatorio (ma neppure troppo) sulla nostra pagina facebook, in cui affermavo che quello sarebbe stato uno degli ultimi “primi maggio” festeggiati, perché entro qualche anno probabilmente la parola lavoro sarà associata alla fisica e l’ingegneria, non agli esseri umani. Credo che sia giustificato l’uso del termine “rivoluzione” in questo caso. La cosa che mi turba però ha a che fare con la politica: perché in Italia non si riesce a parlare di reddito di cittadinanza o fine del lavoro? Purtroppo, il dibattito sul tema è avvelenato dagli scontri tra fazioni, per cui da un lato diventa la soluzione per tutti i mali, e dall’altro un’idiozia da non prendere in alcun modo in considerazione. Eppure, il World Economic Forum, questo gennaio ha già promosso più di uno studio sulla necessità dell’Universal Basic Income (la più eloquente delle quali, è qui), così come nel febbraio di quest’anno, l’Unione Europea ha ospitato un dibattito (tutt’ora in corso) sulla necessità di accompagnare il continente verso l’istituzione del reddito di cittadinanza (ne parla qui il The Guardian).

Insomma: sì, stiamo parlando del mondo che cambia, e non posso essere più felice di questo testo!

Scrivere questo diario per me è come un balsamo: tra traslochi, lavoro e sfighe varie, non ho praticamente più il tempo di dedicarmi alla scrittura, e tanto meno del mio diario pubblico. Spero di riuscire a recuperare prossimamente…

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