Tra le pieghe della storia

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Nel suo capolavoro filosofico, La piega, il filosofo francese Gilles Deleuze esprimeva stupore di fronte alla capacità di Leibniz di articolare le sue disquisizioni filosofiche con la cura di uno scultore barocco, le cui pieghe, per l’appunto, nasconderebbero le chiavi per l’argomentazione successiva. La piega di un drappo in marmo culla un’ombra in sé oscura e cava che non lascia trapelare alcunché, eppure contiene in sé il seme dello sviluppo dello stesso tessuto litico dando continuità allo sviluppo formale in modo dinamico, dandosi alla luce. Allo stesso modo, Leibniz coltiva le proprie oscurità, le proprie pieghe, per offrire al fruitore del suo filosofare la luce più accecante.

Queste zone d’ombra, queste pieghe, sono spesso le aree cieche in cui spesso si annidano le curiosità della storia e le domande le cui risposte possono essere soddisfatte solo con ipotesi. Domande come: “Sapevano gli operai al lavoro nei grandi monumenti di star contribuendo a far la storia?” o “Cos’avranno pensato gli indios al primo contatto con gli europei?”.

E così, anche la storia dell’arte e dell’architettura ha le sue zone d’ombra, di cui si può solo ipotizzare la consistenza dai pochi indizzi che abbiamo, rivelando spesso le sagome di personaggi che hanno frequentato e consigliato decine di “Maestri” per circa mezzo secolo, senza però avere alcun onore, menzione o merito. Uno di questi, è Alexander Savorski.

Non si sa molto sulla vita privata di Savorski, tranne che è stato vittima di un destino che gli ha concesso una vita molto più che avventurosa: figlio di una coppia di rivoluzionari comunista, dopo aver partecipato da giovanissimo alla controffensiva russa viene assorbito nei ranghi militari, salvo poi espatriare e recarsi dapprima negli Stati Uniti, e poi successivamente in Italia. Nei suoi viaggi entrerà in contatto con il Movimento Situazionista, di cui seguirà le vicende tramite uno scambio epistolare con Guy Debord e Costant Nieuwenhuys, e con vari protagonisti delle avanguardie utopiste della metà del secolo.

Qualsiasi storico troverebbe il Caso Savorski affascinante: non abbiamo niente di lui, né una foto, né un saggio, né un’opera, eppure riusciamo a definire con eccezionale precisione la sua vita artistica. Non è chiaro quale fosse la sua principale occupazione nei ranghi militari, eppure, grazie alle lettere custodite gelosamente ad Arcosanti da Paolo Soleri, sappiamo che è stato lui a suggerire il particolare metodo di lavorazione della creta, poi rielaborato dall’architetto italiano, che portò alla realizzazione delle magnifiche cupole dell’immaginifica città costruita nel nulla, in Arizona, così come sappiamo che il danese Asger Jorn ha diverse volte scambiato idee che poi sono comparse nel suo programma del “Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginifico”, al quale lo stesso Savorski aderirà entusiasta! Tra Jorn e Savorski lo scambio è fitto, incalzante, ricco di spunti e di lettere lunghe a volte anche decine di pagine. Pagine che rilette oggi, riscrivono parzialmente la storia del Movimento Studentesco del ’68 di cui Jorn è stato protagonista e teorico: «Ogni limite imposto fin da fanciulli si trasforma in una disforia che corrode l’animo umano. Ho impiegato anni a imparare a servire il mio stato, sto impiegando decenni a imparare a servire questo mondo». Parole di uno spirito universalista che anticipa gran parte della filosofia continentale con lo strumento della prosa poetica.

Per Savorski, la «Compiutezza dell’opera d’arte è tale solo se la forma si dissolve nell’atto vitale, come in un coito». «Uso l’argilla perché la terra è vita e vitale, non potrei accontentarmi di nulla di meno che della materia di cui è fatta la Madre Terra, e le mie opere tornano tutte alla terra», e ancora «fotografo le mie opere per pura vanità: l’ultimo residuo di sudditanza che mi è rimasto appiccicato addosso dalla mia fuga dalle leggi».

Una mente del genere non poteva non andare d’accordo con il massimo teorico del movimento Situazionista, Guy Debord. Fatti incontrare dallo stesso Jorn prima che la malattia lo rendesse recluso ad Albisola, le personalità di Debord e Savorski sembrerebbero presagire a uno dei furiosi litigi che hanno reso famoso il filosofo franco-italiano. Straordinariamente però, il narcisismo esasperato di Debord si sposò perfettamente con il carattere schifo fino quasi all’annullamento dell’artista e pensatore russo. Scriverà in un perfetto danese a Jorn pochi giorni dopo «Guglielmo [Debord] in qualche modo mi completa: io tendo all’annichilimento, lui all’esplosività».

Con Debord la corrispondenza è fittissima: nessuno rispetta il volere di Savorski di bruciare le proprie lettere una volta lette. Per Savorski, la dissoluzione dell’arte in vita è quasi una religione, e di questa religione laica Debord vorrebbe farne un libro. Parla con Alexander più volte dell’argomento, ma la risposta è sempre «Niet». Eppure, Debord farà di tutto per far emergere alcuni dei punti salienti della filosofia di Savorski nella sua opera, ringraziandolo addirittura in una presentazione pubblica nel suo Urla in favore di Sade, affermando che senza le idee di Savorski quell’opera non avrebbe avuto vita.

E così, chi era davvero questo Savorski, questo schivo scultore russo espatriato negli anni del regime di Stalin per emigrare in un Occidente così pieno di immagini portando con sé il più puro degli spiriti iconoclastici?

Purtroppo, molti degli epistolari di quest’uomo sono andati in fiamme, grazie (o a causa) del rispetto delle regole del gioco a cui i suoi sodali intellettuali si erano prestati a giocare. Eppure, i contorni della sua figura, la piega che getta ombra sulla sua vita, è ben definita in tutto l’arco del movimento utopista della metà del secolo.

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