Lettera aperta alla redazione di Wired Italia

Lo so, questo è un post molto diverso dalla quasi totalità dei precedenti, ed è di natura quasi adolescenziale, ma credo che sia importante per un aspetto che si può riassumere in una domanda: come viene percepita l’innovazione in Italia? I nostri media riescono a raccontare il mondo che a breve ci troveremo a vivere, o che già stiamo vivendo? Quali sono le responsabilità dei media nella diffusione del sentire antiscientifico che sta montando in occidente? Ho nutrito per Wired una speranza che non ha mai rischiato di sfociare nel fanatismo, ma non di meno la delusione nell’assistere la deriva che sta raggiungendo è immensa. In una situazione critica e patologica nella quale viviamo, il tradimento di testate come questa va quanto più possibile demonizzato. Perché è intollerabile che la riflessione venga trasformata in comunicazione.

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Gentile redazione di Wired Italia,
mi presento: sono Emmanuele Jonathan Pilia, critico di architettura e direttore editoriale di Deleyva Editore. Sono un ormai ex affezionato lettore della vostra rivista, al quale ero non solo abbonato, ma addirittura “donatore” di abbonamenti. Quale migliore regalo che condividere delle idee? Per diversi lustri ho letto, e continuo a leggere con grande passione la nave madre di Wired, da transumanista e grande appassionato di tecnologia quale sono, e quando è stata annunciata l’edizione italiana io ne ero semplicemente entusiasta. Soprattutto, perché si è partiti con numeri piuttosto forti, in cui anche la mia disciplina di provenienza veniva coinvolta.
Eppure, in questi ultimi anni la vostra condotta editoriale è stata semplicemente pessima: di innovativo non si legge ormai più nulla, se non riletture di comunicati stampa mal scritti e mal interpretati. Inoltre, l’innovazione di cui vi interessate è unicamente legata al mondo della comunicazione più commerciale, per lo più basata sui social network. Questo sarebbe un falso problema, se la rivista fosse accompagnata da inchieste e articoli di altro genere e di spessore. E invece no: si va dalla classifica dei meme più gettonati per l’estate, alle similitudini tra cani e primi ministri.
Wired è stata per decenni una rivista di protesta, una rivista dai contenuti forti e controversi, in cui le voci e le firme che davano corpo ad ogni numero erano degli innovatori di linguaggi e dei ribelli. Oggi sulla vostra testata si trovano le più colorite ed fantasiose bufale, le idiosincrasie complottiste più idiote, il click-baiting più spudorato, l’antiscientismo più cretino, tutto spesso scritto in un modo talmente grezzo da atterrire anche il più vile tra i barbari.
Wired è sempre stato sinonimo di libertà e innovazione, di potenza e di riflessione. Per piacere, provate a onorare il nome di cui vi fregiate.

Con speranza, verso un futuro migliore per tutti, ma con la convinzione che questo vada conquistato,

Emmanuele Jonathan Pilia

4 pensieri su “Lettera aperta alla redazione di Wired Italia

  1. Caro Salvatore,
    ma quanto hai ragione! Infatti sono felice di aver ripreso con molta energia a gestire il mio blog! Ma è vero anche che ormai la “concorrenza” con le grandi testate è quasi “scorretta”. Ma non occorre arrendersi, ed anzi, ricominciare! Tutti insieme!

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  2. Condivido in pieno la delusione.
    Quanto ai blog, purtroppo il fenomeno dei blogger ha avuto una fase pionieristica, mentre oggi si stà ridimensionando, in parte perchè fagocitato dalle grandi testate commerciali che ospitano i loro bloggers attirando la gran parte dei possibili utenti, in parte perchè l’effetto di discussione e condivisione “dal basso” che prima era veicolato dai blog, oggi si è trasferito sui social network.

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    1. Ciao Giulio, scusami se ti rispondo dopo diverse ore!
      Diciamo che c’è una scrematura verso il basso notevole: mentre in passato il succo della blogosfera era formato dal sottobosco di persone e autori che dialogavano e collaboravano tra loro in varia natura (mi ricordo ancora il bel progetto di Salvatore sui blog di architettura) oggi i blog che contano sono vetrine per piccole stelle o aggregatori pensati come redazionali, oltre che i “blog d’autore”, anche se quelli tenderei a non considerarli blog, dato che dentro ci sono solamente articoli. In effetti, i SN sono stati decisivi in questo passaggio, perché ha falciato in vario modo quel sottobosco prima citato!
      Grazie per essere passato amico! A presto!

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