.:: VERSUS_ ISIS: GEOGRAFIA DI UNO STATO-CONFINE 4c/?

La prima parte di questo post è disponibile a questo link.
La seconda parte di questo post è invece disponibile a questo link.

Torretta di Avvistamento sul confine tra Palestina ed Egitto
Torretta di Avvistamento sul confine tra Palestina ed Egitto

Sì, è vero: l’Esercito Egiziano è costretto a sorvegliare il proprio territorio piuttosto che un confine contestato. Ma vi è un punto, un’area estesa una manciata di chilometri, in cui le unità di misura perdono ogni valore e le estensioni assumono rilevanze ipertrofiche. È qui, nel Nord-Est della regione del Sinai, che le azioni di Anṣār Bayt alMaqdis incarnano un carattere che non è più solamente strategico, ma si inserisce nell’erezione di uno strano Olimpo, pilastro fondamentale della riuscita di molte delle operazioni di ripiego di ABM, in cui beduini ed altre tribù locali diventano allo stesso tempo sacerdoti e campioni. L’immaginario su cui ABM affonda il proprio immaginario nel terreno fertile dell’identità e della rivalsa, assumendo e dispensando ruoli di eroi e di liberatori che lottano per l’indipendenza dei popoli arabi. E se questa indipendenza arriverà facendo colare il sangue, tanto meglio. Il Sinai è stato troppo a lungo umiliato e percosso dall’Egitto, che eppure ha lottato per poterlo controllare.

Mappa Rafah - Confine

È stata questa la base ideologica che ha spronato ABM ad attaccare il Gasdotto Arab Line di al-Arish, in risposta alla costruzione di una buffer zone lungo i quindici chilometri al confine con la striscia di Gaza. Dal settembre 2014, infatti, i militari egiziani hanno ricevuto una sospensione dell’ordinanza restrittiva che gli impediva di avvicinarsi al confine. La “bonifica” dell’esotica favelas in terra biblica non è stata la conseguenza del sogno di ammodernamento di un governo illuminato. Il paragone con le azioni del governo brasiliano tenute durante i preparativi del Campionato Mondiale di Calcio del 2014 è meno pretenzioso di quanto si possa pensare: in entrambi i casi gli apparati amministrativi hanno definito delle aree di intervento urbano, affidando ai rispettivi corpi armati il controllo di operazioni altrimenti di competenza squisitamente urbanistica. Ma le università brasiliane ed egiziane non possono ancora garantire addestramenti specifici per fronteggiare manifestazioni violente e guerriglie, nonché istituire corsi tecnici per manovrare macchine edili per demolizioni. Il controllo dello spazio urbano viene di fatto ceduto a ruspe e fucili, che si trovano a dover giustificare palmo a palmo la decisione di quale stabile abbattere, in osservanza alla cieca definizione burocratica di sicurezza, che taglia il tessuto seguendo le semplici linee della rete viaria.
Il governo brasiliano ha ironicamente utilizzato il termine “pacificazione” per descrivere questa vasta operazione di polizia. Le competenze acquisite in queste operazioni sono state talmente specifiche che il governo ha addirittura istituito un nuovo corpo di Polizia, Unidade de Policia Pacificadora, il cui scopo è proprio quello di militarizzare gli spazi urbani che non rientrano nei canoni che la normativa aggettiva come “sicuri”.

Tunnel sul confine tra Palestina ed Egitto

In questo caso il generale Abd al-Fattah al-Sisi ha avuto molto da imparare dal presidente brasiliano Dilma Vana Rousseff Linhares, procedendo con la demolizione di 1220 abitazioni, privando di un tetto circa 2044 famiglie, espropriando terreni lungo una fascia a spessore variabile che di fatto viene fatto scivolare in un nulla funzionale, pegno che al-Sisi è ben felice di pagare al suo miglior nemico d’oltre barriera.
Ma se la superficie viene sgombrata da ogni senso di antropizzazione, tentativo illusorio essendo lo stesso sgombero premessa per una nuova urbanizzazione, è nel ventre della terra che una nuova forma di città sperimenta la sua essenza. Una città formata da tunnel, formicaio costruito da uomini che rifiutano il loro destino di essere schiacciati come insetti, si forma sotto le mura ed i controlli dei più diligenti commissari armati. Attraverso di questi, rifornimenti, cibarie, animali, uomini e armi vengono fatti passare nella speranza di non essere scoperti. Una rete invisibile forma una Rafah alternativa e parallela, i cui cittadini, «perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco – come nella Eusapia di Italo Calvino – hanno costruito una copia identica della loro città sotterranea».

Eusapia, di Liisa Aaltio.
Eusapia, di Liisa Aaltio. Immagine tratta da Lisa In Wonderland.

Di questa urbanistica abusiva e sotterranea non si sa molto, solo che il suo assetto è in mutamento perenne, che ogni mappatura è vana, poiché ogni percorso impedito e sepolto viene efficacemente rimpiazzato da un’alternativa viaria. È attraverso questi fori nel terreno che il liquido nero dell’ISIS riesce a penetrare in terra palestinese, nonostante la rottura ormai insanabile con Hamas. Una rottura di cui l’attacco al campo profughi di Yarmouk è solo uno degli ultimi atti. Ma è proprio la natura lamellare della Striscia di Gaza, che già dal suo nome annuncia una natura di confine, ad attrarre il Califfato proprio su quella sponda del Mediterraneo, ed è facile corteggiare le pianticelle più giovani di un’orto coltivato nell’odio. L’urbanistica dell’ISIS sottrae così spazio d’azione proprio sul confine, anzi sotto di esso, alla già debole amministrazione del territorio di Gaza. Ma sebbene entrambi di matrice terroristica, Hamas ed ISIS hanno la loro ragion d’essere in dichiarazioni tra loro esclusive: Hamas non può permettersi un altro contendente al proprio ambito premio territoriale, gli altri dovranno mettersi in coda.

Infografica via Graphic News
Progetto della Barriera di separazione tra Iraq ed Arabia Saudita. Infografica via Graphic News

Ma quel Muro, quella Barriera di separazione è il lungo punto a capo che mette fine ad ogni possibilità di narrazione della Palestina come nazione e come popolo. Gli oppositori di Hamas sanno bene che essere privati del potere d’azione pianificatorio priva ogni azione politica di qualsivoglia orizzonte possibile, e sanno anche come è possibile agire efficacemente proprio su quelle barriere che «da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».
Proprio per quest’esperienza maturata negli anni, che anzi ne ha cullato l’incubazione, l’erezione di nuove barriere diventa un’azione inutile quanto dispendiosa: l’Arabia Saudita ne sta costruendo una ben più vasta di quella palestinese, nel confine a nord con l’Iraq. L’Arabia Saudita è un territorio per la maggior parte desertico quindi difficile da difendere e l’esigenza di un muro è diventata sempre più incombente per il re saudita Abdullah bin Abdulaziz al-Saud dopo che in un attacco suicida sono rimaste uccise tre guardie di frontiera (il primo attacco da quando l’Arabia Saudita è entrata nella coalizione internazionale contro l’Isis).  Lungo la frontiera, la barriera sarà supportata da settantotto torri di controllo, otto centri di comando, dieci mezzi di sorveglianza mobile, trentadue centri di intervento rapido, tre squadre di intervento. I radar potranno captare la presenza di persone fino a dodici miglia e di veicoli fino ad una distanza di ventiquattro miglia. Medina e La Mecca sono gli obiettivi la cui protezione è prioritaria.

Mappa territorio
Sforzi inutili. Lo Stato Islamico non teme barriere, è esso stesso barriera, limite, confine, tra sé stesso e l’altro, pianificando la sua estensione in termini che non è possibile comprendere attraverso gli strumenti canonici della pianificazione territoriale e della strategia militare intese come discipline separate. I termini e le definizioni che ne tratteggiano le caratteristiche sono sempre più mescolati tra loro: l’urbanistica è sempre più un’arma geopolitica.

 La quarta parte di questo articolo sarà presto disponibile.
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