.:: VERSUS_ ISIS: GEOGRAFIA DI UNO STATO-CONFINE 4b/?

La prima parte di questo post è disponibile a questo link.
La terza parte di questo post è disponobile a questo link.

2663097-gtaa1
Una delle immagini utilizzate dall’ISIS per diffondere una versione “mod” di GTA.

Come si è visto, parte del successo dell’avanzata dell’ISIS è dovuta ad un uso strategico delle infrastrutture, delle risorse del territorio e della demografia. Affrontando l’occidente un processo di svalutazione della biologia e delle identità, è fondamentale studiare quali sono i processi che garantiscono il diritto di cittadinanza allo Stato Islamico. In quanto paradigma di Stato-Confine, che rinuncia quindi al rilievo di una bidimensionalità geografica, lo stato Islamico non ha interesse logistico all’estendere la propria estensione con il concludersi di un perimetro oppure al fatto che vi sia una continuità diretta nelle varie strisce di terreno strappate al controllo delle comunità. Una porzione di Stato Islamico potrebbe nascere ovunque, in ogni luogo, purché sia soddisfatta la burocrazia di cui anche l’IS, aspirando ad essere uno stato rispettabile, si è voluta dotare.

Una pratica semplice, degna del più radicale dei riformisti: si accende una telecamera e si recita la Bay’a, formula del diritto islamico che indica un accordo di sottomissione a un leader. Postato su twitter con i dovuti hashtag, il candidato deve solo attendere una risposta delle bandiere nere.

Nel nome di Dio, clemente e misericordioso, giuriamo fedeltà all’Emiro dei Credenti e Califfo dei Musulmani, Ibrahim Ibn’Awad Ibn’Ibrahim al-Badri al-Husaini al-Quraishy al-Baghdadi. A lui vanno il nostro ascolto e la nostra obbedienza, nella fortuna e nelle avversità, nei momenti di prosperità e di difficoltà, e il rispetto verso i suoi ordini sull’imposizione della religione di Dio e della jihad contro i nemici di Dio! Non contestiamo i comandi della sua gente, se non vediamo che sono chiaramente contro la fede e se non è Dio a darcene la prova. Dio è testimone di quanto dichiarato! Allah Akbar!

I confini allargati viaggiano anche attraverso i social media, che diventano così uno strumento di conquista. Casa per casa, le ambasciate dell’ISIS nel mondo spostano il confine, frantumando la periferia dell’impero, smembrandone il tessuto, depositandosi come semi sull’intero territorio globale sperando che attecchiscano. I vari frammenti sono le singole abitazioni, stanze, scrivanie, dove le operazione di reclutamento hanno successo. È una guerra che dà i suoi frutti palmo a palmo, dove nessuno penserebbe mai di cercare, nascondendosi nell’ombra, o sullo schermo di uno smartphone.

isis-destroys-mosul-artifacts

Ogni giorno vengono così impiantate ambasciate di uno stato senza estensione in tutto il mondo, seguendo un rito che ha più la funzione di incitamento all’emulazione e di esibizionismo iconografico, che di testimonianza di fedeltà. Paradossalmente, un movimento che si presta come assolutamente iconoclasta non può che usare l’immagine come elemento unificatore. L’intero apparato comunicativo dello Stato Islamico si basa sull’immagine, sia essa usata per richiedere un riscatto, che per far salire il prezzo di opere d’arte utili al suo finanziamento. L’iconoclastia si piega rapidamente alle necessità di un mondo ormai reso immagine, e la distruzione delle opere del museo di Mosul trae la propria forza proprio dall’essere trasmutata in immagine, in icona. Non importa che le opere non siano state realmente distrutte (come sosterrebbe Fawzye al-Mahdi, responsabile del Dipartimento delle Antichità dell’Autorità per il patrimonio culturale dell’Iraq): è l’immagine che ne emerge a essere importante. Le immagini servono a dimostrare l’inutilità di una struttura come l’UNESCO e quindi l’impotenza occidentale, serve a mostrare che è possibile farlo, serve a far circolare un nome, quello dell’ISIS, che altrimenti rischia di essere sommerso dal liquame informativo. Da qui, l’importanza la necessità dell’iconofilia per comunicare la propria iconoclastia: solo la violenza delle immagini può denunciare il disprezzo per l’immagine.

Questi video non devono attrarre solo la bay’a di giovani in cerca di un’identità, ma l’urlo di fuoco di gruppi organizzati che vogliono usare la bandiera dello Stato Islamico per ottenere una posizione mediatica altrimenti da ricostruire: i nigeriani di Boko Haram, le brigate Al Furqan, i maliani di Al Furqan, gli egiziani di Anṣār Bayt alMaqdis (ABM), ognuno con un proprio territorio liminare da portare in dote. Mappa 1 - SINAI low Licenza Creative Commons Attribution-NonCommerical-ShareAlike 4.0. L’immagine a piena risoluzione è disponibile a questo link.

L’ultimo gruppo tra questi è l’autore della senza dubbio più spettacolare scalata tra le gerarchie delle province della capitale,  arrivando di fatto a governare quasi l’intero Sinai settentrionale, tanto da doversi sentire in diritto di ribattezzarsi Wilayat Sinai, Provincia del Sinai. Il tempismo è stato eccezionale, l’espansione rapidissima. Sfruttando il vuoto di potere causato della caduta di Mubarak, venne creata una sigla attorno alla quale radunare i vari gruppi jihadisti presenti nel Sinai, con il fine di minare le relazioni tra Israele ed Egitto, già a loro modo tese. Il Sinai è stato da sempre il territorio che ha sofferto di questo ambiguo rapporto tra i due paesi, tanto che di fatto ha rappresentato per l’Egitto la proiezione geometrica del mai realmente accettato alleato. Nel 1978, infatti, le due nazioni confinanti stipularono un accordo a Camp David, con il quale venivano stabilite le basi per una reciproca convivenza. Un patto che pagò per tutti la regione del Sinai, la quale è stata divisa in aree di sicurezza, all’interno delle quali il governo egiziano accettava una progressiva demilitarizzazione, sino all’Area D, la più prossima al confine, dove neppure la polizia è di fatto ammessa. Il progressivo disinteressamento da parte del governo centrale per la regione fu la logica conseguenza, spianando la strada all’intraprendenza organizzativi dei gruppi jihadisti locali.

EGYPT-SINAI-ISLAM-US-UNREST-FILM-MFO
Beduini protestano contro la Multinational Force and Observers (unica forza armata a cui è concesso il controllo dell’Area C del Sinai) alzando una bandiera dell’ISIS (Photo credit STR/AFP/GettyImages)

Dal punto di vista pianificatorio, è interessante osservare quali siano state le aree di interesse di ABM, differendo parzialmente dalla strategia della capitale, dove l’espensione tentacolare veniva sostenuta da altre forme di sovrastrutture. Il Sinai è una regione che vive del proprio confine, essendo le sue risorse strategiche e i suoi luoghi di interesse logistici localizzati proprio attorno al suo centro: ad est, il mar Rosso si fa strada verso il Canale di Suez, diventando la principale arteria commerciale dell’intera Africa orientale, a nord la costa sul Mediterraneo diventa il principale sbocco verso l’occidente, oltre che ospitare uno dei supporti logistici fondamentali dell’alleanza tra Egitto e Israele, ossia il Gasdotto Arab Line, ad est il confine con Israele diventa un’area particolarmente interessante per la cultura jihadista, essendovi una parte fondamentale della striscia di Gaza, ossia la barriera di Rafah, a sud, infine, si trova uno dei porti turistici più vistati al mondo, nonché crocevia dei commerci tra Asia ed Africa e tra la penisola Arabica ed Europa. Tra queste sponde, deserto.

Avendo perso l’effettivo controllo militare sulla regione a causa degli accordi presi con Israele, ed avendo valutato possibile gestire unicamente il confine della regione senza un effettivo governo del territorio, ABM riuscì ad organizzare de facto un governo locale capace di raggiungere lo scopo di trovare nella comunità locale un importante alleato. Da qui il tentativo di ABM di erodere sempre più il controllo del governo su tali confini.

Stanziatasi lungo l’Area C del Sinai (nella mappa, l’area più scura), ABM ha avviato una serie di azioni solo in apparenza slegate, ma tutte focalizzate all’unico obiettivo di rendere il Sinai il vero confine tra Egitto ed Israele. Azioni che, ovviamente, hanno preso di mira i bordi della regione. Presso lo stretto sono state create cellule di appoggio alla struttura centrale, creando uno scalo utile a supportare i traffici di armi provenienti dal Sudan. In quest’ottica è stato utile anche l’annuncio di un imminente attentato a Sharm el-Sheik: il controllo dell’imbocco del mar Rosso è fondamentale in una strategia di controllo dei flussi, qualsiasi essi siano, e la meta turistica è posizionata in un luogo strategico per giungere a questo obiettivo. Il golfo di Aqaba a questo scopo è fondamentale, per cui si è agito tentando vari attentati al di là del confine, riuscendo poi nel 2013 con un razzo lanciato verso la città di Eilat. Un attacco che a spinto ad accelerare la costruzione della barriera Egizio-Israeliana, una rete di metallo che corre lungo i 240 km del confine desertico tra Israele ed Egitto, dalla Striscia di Gaza al Mar Rosso. Una soluzione radicale, che rappresenta un passo in avanti nell’autoreclusione dello stato israeliano, in modo simile a come le comunità dei quartieri alti tentano di fare per sfuggire al degrado che impesta le città in cui vivono. Primo risultato ottenuto dalla barriera: il numero di richiedenti asilo giunti in Israele dal confine egiziano si è pressoché azzerato.

Anche se osservandola, la barriera appare come una semplice rete alta sette metri, il sistema difensivo proposto è decisamente raffinato: dei sensori consentono ai militari israeliani di reagire prontamente a ogni tentativo di infiltrazione, termine usato dalle autorità israeliane per identificare il marciume umano che vorrebbe insozzare con il proprio fetore la Terra Santa. Le pattuglie dell’esercito percorrono la strada che affianca la recinzione a intervalli di tempo irregolari, per non dare punti di riferimento agli individui contro le quali la barriera è rivolta.

Alla recinzione costruita da Israele fa da supporto un’altra, più modesta, costruita dall’Egitto dal lato opposto del confine, a confermare l’idea che un confine rappresenta un’estensione e non una semplice linearità. Una recinzione dove in via del tutto straordinaria è permessa la presenza di soldati e guardie di frontiera. L’immaginario collettivo vorrebbe che le guardie di frontiera dell’uno e dell’altro paese si fronteggino a vicenda. Ma in questo confine non è così. Le guardie egiziane, infatti, non guardano verso Israele, perché il pericolo non viene dall’ormai ex nemico, ma dal proprio territorio, ormai perso. Gli sguardi delle vedette di entrambi gli schieramenti sono rivolti nella stessa direzione: al Sinai.

La prima parte di questo articolo è disponibile a questo link.
La terza parte di questo articolo è disponibile a questo link.
Annunci

7 pensieri su “.:: VERSUS_ ISIS: GEOGRAFIA DI UNO STATO-CONFINE 4b/?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...