.:: VERSUS: TATTICHE DI MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO URBANO 2b/?

Nota: l'8 novembre, presso la Città della Scienza di Napoli, si è tenuto il primo Congresso Nazionale di Futurologia, a cui sono stato invitato da Roberto Paura come relatore. Accettai con molta gioia di partecipare a questa conferenza, sia per la felicità di ritrovare molti amici dell'ambiente transumanista italiano, sia per la possibilità di poter esporre alcune tesi relative ad una metodologia di indagini di studio che in Italia sono considerati, poco lungimirantemente, come giocosi passatempi non più utili dell'astrologia (la quale invece viene singolarmente presa in altissima considerazione). Inoltre, il titolo del panel che raccolse altri due interventi, si intitolava Dove vivremo domani?, traduzione italiana del titolo di uno dei libri che maggiormente ha influenzato la mia formazione, Où vivrons-nous demain, di Michel Ragon. Il mio intervento, Ricostruire Sodoma, venne poi pubblicato sul numero 4 di Futuri, bollettino dell'Italian Istitute for the Future. Il post che segue, reinterpreta in parte il contributo che avevo elaborato per quella circostanza. Il post verrà diviso in due parti, per semplicità di lettura.

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La popolazione urbana globale, come si è visto nello scorso post, è spinta sempre più verso le corone di spine delle città occidentali. Ma alle varie spinte verso la periferia della città occidentale se ne aggiunge un’ultima, forse quella che con maggior pressione accatasta materiale umano negli interstizi della modernità, ossia il cambiamento climatico. Secondo un rapporto rilasciato da Legambiente, intitolato Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, «i cambiamenti climatici diventeranno nel prossimo futuro la maggiore causa di spostamento delle popolazioni sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali». Era il 2012, anno in cui furono calcolati flussi migratori per un totale di più di 32 milioni di individui costretti ad abbandonare le loro case a causa di calamità naturali. Tali numeri hanno fatto sì che i rifugiati climatici surclassassero i circa cinque milioni di profughi fuggiti dalle loro terre per salvarsi da guerre, epidemie e persecuzioni politiche. Ma è proprio qui che nasce un paradosso burocratico degno del più ispirato Terry Gilliam: non esiste alcuno statuto giuridico per il rifugiato climatico. Mentre chi fugge da una guerra o da una persecuzione può, di fatto, richiedere di essere ospitato in un campo profughi allestito per l’occorrenza, nulla di tutto ciò è previsto né dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Filippine, contano i danni del Tifone Haiyan

Questa condizione cambia completamente la situazione dei rifugiati climatici, che non avendo altra prospettiva che il nulla giuridico, sono condannati a vivere in clandestinità pur di fuggire da una terra che si scrolla di dosso l’infezione umana, ardendo o affogando. Sempre Legambiente riporta stime che vedono circa 1.000.000.000 di individui esposti a crisi climatiche entro il 2050, dei quali 250.000.000 si trasformeranno in eco-profughi transnazionali, pronti a cercare di farsi strada in luoghi più ospitali. Le coste strappate alle maree torneranno ai loro legittimi possessori, così come centinaia di ettari adibiti a terreni agricoli torneranno ad essere polvere, non appena le fortune finanziarie abbandoneranno l’attenzione di quella determinata area.

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Sarebbe sciocco pensare che l’intera quota ipotizzata si sposterebbe in blocco verso occidente, ma è comunque necessario riflettere attentamente sulla portata di tali numeri, soprattutto rapportandoci alla situazione attuale. Il mediterraneo è un ottimo laboratorio per riuscire a comprendere, su scale ridottissime, quali saranno i problemi che dovranno risolvere i pianificatori alla data del 2050, ipotizzata da Legambiente. Se da questo laboratorio liquido, estraessimo il solo vetrino rappresentato dal sud Italia, vedremo una situazione in cui profughi di diversa natura si imbarcano in pericolose traversate su imbarcazioni al limite della precarietà, verso un’unica meta, con in tasca la speranza di riuscire ad approdare verso uno scoglio con un apparato burocratico che ne riconosca l’esistenza giuridica. Il governo italiano, ha istituito nel 2006 delle particolari strutture chiamate Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza per dover fronteggiare al crescente numero di profughi che fuggivano dall’instabilità politica del Medio Oriente. In questo caso, la meta principale per un profugo partito dal Nord Africa, sarebbe il Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza di Lampedusa, progettato per una capienza di 381 individui, espandibili all’occorrenza ad 804. Numeri lasciati sugli appunti del collaudatore, dato che l’emergenza è continua, e che la capienza è stata spesso superata anche di cinque volte la massima capienza ipotizzata, generando spirali di proteste trasformatesi in assalti allo stesso centro, come accadde nel 2011, dove un’ala del centro dovette arrendersi alle fiamme.

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È evidente quanto l’attuale politica, italiana ed europea, sia impotente e cieca di fronte a questo fenomeno: da un lato, la proposta italiana è avvitata attorno ai due estremi dell’accoglienza e del rifiuto, dall’altro, il bizantinismo europeo allontana il problema a data da destinarsi. Gli Stati Uniti hanno a loro tempo preferito l’aiuto in loco, ma tale soluzione diviene fallace dato che nessun campo profughi può essere attrezzato nei luoghi dove la crisi climatica infligge la propria verga. Questa difficoltà risolutiva stimola così uno statuto di clandestinità che finirà col depositare i propri frutti nei margini urbani, che già sta raccogliendo un miscuglio di individui appartenenti alle più diverse classi di reietti. Questi interstizi allargano sempre più i loro confini; da semplici linee diventano dense aree di pattume abitativo, circondando quelle che un tempo erano chiamati “centri”, ma che ora sono aree protette in cui i bravi cittadini sono costretti a nascondersi, protetti da alte mura e da vigilantes armati e pagati dagli abitanti il cui principale problema da risolvere consiste proprio nel proteggere da azioni esterne la propria comunità. È la stessa città a dover essere sacrificata all’altare della sicurezza: nelle metropoli del nord, come quelle del sud del mondo, vengono cancellati gli spazi pubblici e tracciati i nuovi confini che le sezionano secondo criteri razziali e di classe. La trasformazione è già in atto: a Padova, dove un muro alto tre metri e lungo ottanta divide una sezione di città, a Parigi, dove i senza tetto sono dissuasi a permanere nel centro della città tramite l’arredo urbano, a New York, dove il piano POPS rende gli spazi pubblici inaccessibili fuori dagli orari concessi.

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La cinematografia come al solito ci aiuta a chiarire in modo radicale il problema. Neill Blomkamp, nel suo Elysium, ci mostra attraverso la paradossale esasperazione di una bidonville estesa all’intero dominio terracqueo. L’intera superficie terrestre ormai non è altro che un’immensa sacca di pus, pronta ad esplodere proiettando il suo liquido sulla più radicale delle Gated Community: il satellite che dà al nome al film, ciambella di metallo costruita per offrire il maggiore confort possibile ai propri abitanti, il cui orizzonte è pianificato attentamente da un governo che non si fa troppi problemi ad estirpare l’imprevisto anche nel più fatale dei modi. Ma l’autosegregazione non è ovviamente una strada razionalmente percorribile, poiché Elysium, come anche le nostre città, hanno da tempo rinunciato all’autosufficienza alimentare ed energetica, seguendo il modello di Sibari. Inoltre, se da un lato lo stesso cambiamento climatico che reclama il ritorno al dominio della natura  gli insediamenti umani, la marea urbana erode ogni scoglio coltivabile. Soluzioni particolari restano tra l’altro inefficaci, essendo le cause provenienti dall’azione globale. Un’azione che una politica basata sul consenso difficilmente riesce a direzionare verso soluzioni di lungo periodo, in assenza di un dibattito capace da un lato di imporre l’argomento in maniera appassionante all’opinione pubblica e dall’altro di proporre soluzioni tecniche adeguate e applicabili.

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Soluzioni che tardano ad arrivare: come avvenne nel XIX secolo, gli architetti sembrano impreparati ad affrontare le crisi che il cambiamento climatico porterà con sé, incapaci anche solo di riuscire a vedere l’onda che si sta per abbattere sull’intero occidente. L’architettura e gli studi urbani dovranno a breve raccogliere queste sfide, o gli eventi le supereranno. Gli architetti dovranno il prima possibile abbattere realmente, sostanzialmente, radicalmente, gli steccati disciplinari che delimitano le proprie competenze, o altrimenti resteranno, ancora una volta, relegati al ruolo di meri, e inutili, decoratori di Palazzo.

La prima parte di questo articolo può essere letta a questo link.
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