.:: VERSUS: TATTICHE DI MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO URBANO 2a/?

Nota: l'8 novembre, presso la Città della Scienza di Napoli, si è tenuto il primo Congresso Nazionale di Futurologia, a cui sono stato invitato da Roberto Paura come relatore. Accettai con molta gioia di partecipare a questa conferenza, sia per la felicità di ritrovare molti amici dell'ambiente transumanista italiano, sia per la possibilità di poter esporre alcune tesi relative ad una metodologia di indagini di studio che in Italia sono considerati, poco lungimirantemente, come giocosi passatempi non più utili dell'astrologia (la quale invece viene singolarmente presa in altissima considerazione). Inoltre, il titolo del panel che raccolse altri due interventi, si intitolava Dove vivremo domani?, traduzione italiana del titolo di uno dei libri che maggiormente ha influenzato la mia formazione, Où vivrons-nous demain, di Michel Ragon. Il mio intervento, Ricostruire Sodoma, venne poi pubblicato sul numero 4 di Futuri, bollettino dell'Italian Istitute for the Future. Il post che segue, reinterpreta in parte il contributo che avevo elaborato per quella circostanza. Il post verrà diviso in due parti, per semplicità di lettura.

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Secondo la Genesi, libro che introduce le regole morali del gioco dei fatti narrati a seguire, l’intera società a cui apparteniamo avrebbe avuto origine dalla caducità dei prodotti dell’uomo. Infatti, le prime città di cui parlano i testi sono degni di attenzione unicamente per la loro caduta. Un “peccato originale” che segnerà in maniera indelebile gli urban studies al momento della loro formazione, una volta superata la positività della visione pagana.
Non è un caso che nel tentativo di introdurre la strada che condurrà la città moderna ad una rinnovata crisi, Leonardo Lippolis abbia cura di riportare un lungo brano tratto proprio dalla Genesi riguardante il mito della Torre di Babele, ovvero il tentativo di ricostruire, contro la volontà di Dio, l’asse tra cielo e terra spezzato dai primi uomini. Da sempre simbolo dell’arroganza dell’uomo, usato assieme a Sodoma come metafora della città da rinnegare, la Torre di Babele sarà presto assunta a emblema dell’umana diversità, espressione di quel magma informe di cui la civiltà è formata.
Ne La Bibbia Concordata, Antico Testamento, al capitolo 11 del libro della Genesi, La torre di Babele, infatti leggiamo:

Il SIGNORE disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!”

La punizione che il Signore impartì a quel sol popolo, unito da un sol linguaggio, non fu la distruzione della Torre, la quale crollò a causa del suo abbandono, ma il dissolvimento di quell’unità in una moltitudine che si disperse in breve tempo. Una moltitudine accampata attorno all’enorme cantiere, costretta in breve ad essere profuga: confusa nel linguaggio, gli ormai ex-costruttori persero la propria patria, e quindi furono costretta a vagare.

Paradossalmente, l’inizio della civiltà occidentale coincise con la creazione del primo, maestoso esodo di un popolo di profughi.

John_Martin_-_Sodom_and_Gomorrah

Tra i figli di Babilonia vi saranno anche i fondatori di Sodoma, da sempre emblema della peccaminosità e della lussuria. Una lussuria che ha avuto, secondo il parere degli archeologi, sede nel bacino mediterraneo. Tra le varie interpretazioni, infatti, una particolarmente affascinante per i significati che il mito può offrire alla contemporaneità vede la città del peccato innalzarsi proprio in Italia. Fondata nell’VIII secolo A.C., Sibari diventò una delle città più importanti della regione, facendo guadagnare ai propri abitanti la fama di amanti del lusso. La dedizione alle agiatezze di una vita raffinata segnerà l’immaginario collettivo tanto da spingere i greci a coniare il termine sibarita, sinonimo di amante del lusso. Un lusso che si palesava nelle fortificazioni murarie, che trasformò la città in una vera e propria gated community: Sibari dominava su un piccolo regno formato da circa venticinque villaggi, culturalmente e tecnologicamente meno avanzati. Agli abitanti della regione era interdetto l’ingresso, causando un rapporto di malcelata ostilità verso il simbolo della loro oppressione. Nel momento del bisogno, questi mancarono all’obbligo di leva, rendendo inutilizzabili le strategie difensive elaborate. Ça va sans dire, l’inclinazione alle mollezze non aiutò Sibari a difendersi da sola.

Vittima dello scarso interesse verso il suo regno, per alcuni studiosi Sibari si accosterebbe in maniera quasi letterale alla Sodoma biblica, o almeno per la causa della sua rovina. Secondo John Boswell, infatti, il crollo di Sodoma fu la conseguenza dell’inospitalità dei suoi abitanti, peccato non tollerato dal Signore, che così decise di punirli.

Prendendo spunto dall’interpretazione ebraica della città di Sodoma, Boswell nota che in altri punti della Bibbia Sodoma viene citata quale esempio di inospitalità, come ad esempio nel libro di Ezechiele: «Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero».

Infatti, la versione ebraica del racconto narra che i cittadini di Sodoma chiedono che gli Angeli inviati dal Signore vengano consegnati all’urbe per essere “conosciuti”, e non “abusati”, come invece propone il traduttore cristiano. D’altronde, l’invio di spie travestite da viandanti o da mendicanti era particolarmente diffusa all’epoca, dando al racconto di Sodoma un sapore diverso, esortando il lettore a non diffidare dello straniero, ma anzi aprirsi alla tolleranza.

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Babilonia e Sodoma non sono state introdotte per amore semplice storiografico: come intuito da Lippolis, le due città bibliche incarnano il destino che sembra stia per schiudersi alla città occidentale:

  • Migrazioni forzate;
  • La formazione di bidonville attorno le grandi infrastrutture;
  • L’autosegregazione delle aree privilegiate;
  • Un consumo del suolo alimentarmente ed energeticamenete non sostenibile.

La banalità di una lista non riesce a far emergere il legame tra i vari punti del programma, eppure questi sono in qualche strano modo connessi. Nel 2003 UN-Habitat diffuse uno studio dall’emblematico titolo The Challenge of Slums: global report on human settlements, nel quale si prendeva atto che ormai «un terzo della popolazione urbana mondiale, oltre un miliardo di persone, viveva in quelli che chiameremo genericamente slums». Il periodo analizzato da UN-HABITAT è racchiuso nel decennio che conclude il millennio, con una piccola fuga in quello nuovo: i dati raccolti ci forniscono così una cartina tornasole del trend avuto tra il 1990 ed il 2001. Un trend che, seguendo le proprie linee di evoluzione,  porteranno al dramma di una demografia degli slums ad una cifra superiore ai due miliardi di individui nel 2030, per lo più concentrati nel sud del mondo.

Paraisópolis - San Paolo

Eppure, nonostante il catastrofismo dei numeri riportati in The Challenge of Slums, queste proiezioni hanno finito col risultare addirittura ottimistiche, se considerassimo l’accelerazione che la storia ha avuto a partire dal 2001: la così detta Primavera Araba e le tensioni create dalla reazione militare in seguito all’11 Settembre hanno spostato sempre più verso occidente il baricentro delle ondate migratorie, mentre il crollo finanziario che ha messo in ginocchio il mondo occidentale e l’applicazione di leggi sulla prevenzione dei crimini urbani hanno dato vita ad una nuova e più sottile forma di gentrificazione. Non è più semplicemente la grande città la valle dove questo gorgoglio umano va a riversarsi, ma la città occidentale, dal cui cuore viene estratta la parte indesiderata del corpo urbano. I nuovi rifiuti urbani vengono spinti dove risultano meno visibili, lasciando i centri sicuri e protetti dalla CPTED. La dimensione securitaria che la città-carcere occidentale sta acquistando è lo specchio delle insicurezze che il crollo della modernità positivista ha portato con sé: dietro le scintillanti torri di vetro che capeggiano sul trono dell’urbe, dietro le mura e i recinti che proteggono un’élite basata sul censo, dietro le saracinesche dei centri commerciali, pasteggia una parte della società che teme tanto l’imprevisto quanto la contaminazione.

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Londra si è dimostrata all’avanguardia in questa lotta al crimine: le impurità portate dal sozzume umano devono essere estirpate dai marciapiedi, ogni possibile giaciglio decorato con borchie appuntite in attesa di mordere le membra del già sfortunato in cerca di riparo. L’alternativa: andare a rinfoltire le fila di quell’esercito che come divisa non ha altro che un insieme di stracci, ultima difesa contro il freddo inglese. Ma la corazza di spine che difende angoli nascosti, vetrine e davanzali, sono in breve tempo colmati dall’indignazione e dall’umanità dei cittadini più fortunati: la vergogna degli uomini, un tempo cittadini, esposti all’unica scelta di una migrazione spinta dalla violenza di una città che non tollera più la debolezza. Secchi di cemento hanno vinto contro la minaccia delle punte, coprendo la vergogna di un capitalismo ormai sempre più propenso all’autoconsevazione, più che all’assolvimento di un qualsiasi scopo. #Peoplenotpigeons è il grido di battaglia consegnato agli utenti dei social network più in voga. Un grido che raccolse e raccoglie la risposta di cittadini da tutto il mondo. Le autorità, ovviamente, hanno esteso la loro purga al crimine urbano alle aree dello spazio virtuale, cercando di limitare la diffusione di tale virus, proprio come veniva limitato l’accesso ad aree determinate della città. Ad oggi, non rimangono che rimasugli dell’aggregatore #Peoplenotpigeons. Eppure, quel neologismo raccolto in forma di link ha lasciato il segno: se è vero che cancellazione di post ed account hanno eliminato gran parte dei volantini virtuali, è altrettanto vero che molti di questi offensivi strumenti sono stati estirpati dalle loro sedi.Screenshot 2014-11-05 23.22.15

Dall’applicazione dei dissuasori a sedersi, che di fatto strappano pezzi di città ai suoi legittimi fruitori, alla loro eliminazione, gli architetti non hanno partecipato al processo, né come pianificatori né tanto meno come ideologi. La città, piano piano, scivola via dalle loro mani.

La seconda parte di questo link può essere letta a questo link.
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