.:: Versus: tattiche di militarizzazione dello spazio urbano 0/?

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Con questo post, inauguro una serie di articoli il cui obiettivo è quello di eviscerare il tema della militarizzazione dello spazio urbano. Non ho ancora in mente un numero di post, e probabilmente i contenuti di questi saranno raccolti in una successiva pubblicazione. L’idea iniziale nasce dallo sviluppo di alcuni studi effettuati per un saggio pubblicato su BLOOM nel 2013, intitolato Cronache di un fallimento annunciato. In questo saggio, ho cercato di argomentare l’idea che il plateale fallimento del Nuovo Corviale fosse stato perfettamente prevedibile già alla data di consegna dei progetti, proprio grazie al fatto che tutto concorreva a dare questa opinione: segregazione economica, incapacità gestionali, uso di modelli dichiarati fallimentari, un immaginario collettivo abituato a vedere il tipo edilizio come associato a criminalità e degrado. Corviale fu costruito, e fallì il proprio progetto. Ma dal suo fallimento si è potuto imparare molto, anche nei casi di violenza e di criminalità urbana, di disordini civili, addirittura di guerriglia.

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Il legame tra guerra (o violenza) e architettura non è infatti leggibile solo in termini poetici, alla maniera di Lebbeus Woods. Con lo spostarsi del baricentro degli interessi delle nazioni occidentali, le tecniche militari si sono viste evolvere sempre più verso il proprio adattamento a contesti urbani. La città è il vero teatro della battaglia tra le varie fazioni che si fronteggiano, spostando lo scontro dal campo aperto alla guerriglia strada per strada. Paradossalmente, questo fece sì che anche la città si adattasse al suo nuovo ruolo, aprendo alla cosciente militarizzazione dello spazio urbano. D’altronde, l’urbanistica nasce, come disciplina moderna, nell’atto del sacrificio dello spazio all’altare della balistica. Il profeta di questa nuova religione fu il barone Georges Eugène Haussmann, il suo testo sacro, il decreto del 26 marzo 1852. La burocrazia sigilla la nascita dell’era della progettazione biopolitica e militare dello spazio urbano, una progettazione tesa a segregare, gentrificare, svuotare e monitorare. Non è un caso che questi furono gli anni che introdussero nel linguaggio delle arti figurative e nelle arti applicate la metafora militare dell’avanguardia.10628347_10152642198958407_5201377777738006535_n
Dai grand travaux ad oggi, la militarizzazione dello spazio urbano si è evoluta tramite tattiche sempre più sofisticate ed eleganti. Tra le operazioni recenti una delle più spettacolari è senza dubbio la “bonifica” delle favelas, operate durante le operazioni di ammodernamento delle principali città brasiliane, che ha avuto come conseguenza una gentrificazione di dimensione bibliche: nella sola zona che circonda l’aeroporto sono stati sfollati infatti circa 122.000 individui. Il governo brasiliano ha utilizzato il termine “pacificazione” per descrivere questa vasta operazione di polizia. Le competenze acquisite in queste operazioni sono state talmente specifiche che il governo ha addirittura istituito un nuovo corpo di Polizia, Unidade de Policia Pacificadora, il cui scopo è proprio la sorveglianza, il controllo, e, ovviamente, la militarizzazione dello spazio urbano. In buona sostanza, dei poliziotti addestrati per fronteggiare manifestazioni e proteste urbane, con licenza di “sfratto”, nonché in grado di manovrare con la stessa abilità furgoni e macchine edili per demolizioni. 
Dopo tutto, l’alleanza tra urbanistica e forze dell’ordine è stata sancita addirittura con la nascita di una disciplina, denominata Crime Prevention Through Environmental Design. Siamo negli anni ’70, dove una serie di rivolte particolarmente violente hanno colpito duramente alcune città degli stati uniti. È il 1971 l’anno in cui il criminologo Ray Jeffery pubblica il libro che conia l’acronimo CPTED, e l’anno successivo,  in seguito alla distruzione del complesso di Pruitt-Igoe, Oscar Newman pubblicò Defensible Space: – Crime Prevention through Urban Design. Il lavoro di Newman sarà fondamentale: per la prima volta piazze, strade, aree pubbliche o private non verranno viste in base alle loro qualità architettoniche, formali, meramente numeriche o per la loro capacità di creare o meno socialità, ma in base alla loro capacità di fare da deterrente a possibili azioni criminose. La CPTED lentamente svilupperà nel corso dei decenni i suoi strumenti normativi ed operativi, ed a questi le forze dell’ordine apprenderanno l’arte di gestire piccoli disordini civili o più vaste sommosse.

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La complessa rete di sicurezza montata in occasione della riunione del G8 del 2001 a Genova è negli anni diventato un esempio scolastico in questo senso. Sfida particolarmente difficile per la sua topografia, Genova fu divisa in tre aree seguendo una poco originale metafora stradale: la zona verde, esclusa dalle attenzioni delle misure di sicurezza, una zona gialla, ad accesso limitato, e una zona rossa severamente riservata, chiamata gergalmente anche Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi. L’areoporto di Genova-Sestri Ponente fu dotato di batterie di missili terra-aria, sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della zona rossa e installate inferriate per separare le zone rossa e gialla. In poche parole, l’assetto della città fu completamente modificato tramite un’attenta strategia di pianificazione. Strategia a cui hanno risposto anche i movimenti di protesta che confluirono nell’area con una contro-pianificazione ancora più effimera di quella innalzata dalle forze dell’ordine che utilizzò come strumento di controllo dello spazio la massa formata dai propri corpi ed estemporanee barriere in policarbonato.

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La cosa dovrebbe interessare gli architetti per un motivo molto semplice: il crescente ricorso a questo tipo di strategie è uno dei fluidi che collabora alla corrosione del controllo sulla città che gli architetti stanno lentamente perdendo. E non è necessario ricorrere ai casi di cronaca tra i più eclatanti come quelli dei mondiali del 2014 in Brasile o del G8 del 2001 a Genova per osservare come la topografia del terrore sta manipolando la geografia dello spazio urbano. Basti pensare al fronte compatto innalzato in via Napoleone III il 28 febbraio del 2015 dalla Polizia di Stato per prevenire possibili proteste violente contro i militanti di CasaPound. Un fronte formato da un recinto chiuso su due lati tramite cancellate mobili alte più di due metri rette dai blindati che chiudono anche le vie vicine.

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L’architettura si sta confermando un’arma politica molto potente, e come ogni arma, andrebbe maneggiata con le dovute precauzioni. L’architetto, in questa situazione di crescente tensione, appare come un soldato in perenne richiesta di congedo. Eppure, mai come oggi è richiesto il suo intervento.

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