.:: Passione necrofila_

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Secondo una felice formulazione di Augé, la modernità, conformandosi come il secolo che apre al dominio della tecnica, si fa portavoce di uno dei più controversi paradossi che l’architettura abbia mai dovuto affrontare, ossia il paradosso delle rovine. Secondo questo paradosso, nonostante si sia ormai raggiunta la capacità distruttiva massima, nonostante l’uomo abbia elaborato il progetto per la macchina da guerra definitiva, la modernità ha rinunciato ad un particolarissimo artefatto, ossia la rovina. Di essa, non ne rimane un affastellamento di immagini tali da stordirci, un’infinità di simulacri che sostituiscono ogni materialità per darsi come pura venustas. Anche quando la distruzione non è tale da cancellare ogni fisicità, le membra senza vita dell’artefatto sono rapidamente ricostruite, ricucite, intubate, cicatrizzate, ripulite per cancellare ogni traccia del dramma che ne ha dato l’origine. Nulla deve ricordare i momenti che la deflagrazione, il crollo, la violenza portarono con sé: l’immagine deve essere riconciliante, patinata, possibilmente abraso, iconograficamente adatto a rientrare nel novero dei beni Patrimonio dell’umanità, appetibile arma utile alle amministrazioni nella propaganda turistica.

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Così, le amministrazioni utilizzano il vessillo garantito dall’UNESCO per abbellire il proprio sito internet. Eppure, lo stesso termine conservazione pone di fronte ad una ambiguità di fondo che di fatto impedisce l’adempimento allo scopo della stessa. L’etimologia ci suggerisce, infatti, che conservare un qualcosa equivale all’estromissione dal contesto in cui si trova. Conservare deriva dal greco ερυειν, ossia trarre fuori. Un’estrazione che rapisce il manufatto alle sue radici, scavando fossati che strappano le pareti alla possibilità del tatto, per poter restituire alla vista delle frotte di curiosi le nuda fondamenta. La conservazione deve essere accettata con le sue regole, poco importa se ad essere oggetto della cura alla vecchiaia dovrà essere un ambito paesistico, un tempio buddhista o un centro storico: la tecnica sarà sempre quella dell’estrazione. Ma cosa si nasconde dietro questo accanimento terapeutico? Nostalgia e pregiudizio, che miscelati in parti uguali dànno vita al desiderio di vincolare, più che di proteggere, a mortificare, più che vitalizzare. Non è un caso che Sigmund Freud introduce il termine rimozione per descrivere quel processo inconscio che consente di escludere dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche. Ma la tesi parzialmente futurista nasconde invece una preoccupazione reale verso un orizzonte di conservazione totale, in cui ogni ambito è destinato a delimitazione e successiva estrazione. Questo perché è la materia a dover essere trasmessa, è l’originale mattone il feticcio che scatena l’erezione, e l’impurità della contaminazione non è tollerabile ai fini della completa libido.

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In tal senso, è significativa la declinazione che Beatriz Ramo, fondatrice di ST-AR, dà al tema, catalogando una surreale lista delle monumentalità che, seguendo alla lettera le vaghe istruzioni UNESCO. Abbiamo così il Monumento solitario, liberato nella sua zona cuscinetto da altri possibili pretendenti allo sguardo eccitato del visitatore, o il Monumento fortunato, scampato alla mancata istituzione di un simile ente di sublimazione dell’eros architettonico. Ma l’intuizione più interessante di Ramo viene con l’intercettazione del pericoloso precedente dell’ingresso nella World Heritage List dell’Opera House di Jørn Utzon a Sydney. La motivazione dell’UNESCO, risiede nella declaratoria emessa dallo stesso ente, per il quale: «L’Opera House di Sydney è una grande opera architettonica del Novecento. Esempio di molteplici livelli di creatività, sia nella forma sia nell’impianto strutturale, questa grande scultura urbana si inserisce con sensibilità in un paesaggio marino rilevante. La si può considerare un edificio simbolo famoso in tutto il mondo».

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Un precedente pericoloso, infatti, che apre lo spiraglio a inedite possibilità dischiuse proprio dalla volontà mitopoietica che caratterizza il marketing architettonico contemporaneo. Sempre più sono gli edifici che vengono riconosciuti come simbolo del XX o del XXI secolo, edifici che richiederanno la loro zona cuscinetto e la loro garanzia di manutenzione preventiva. Paradossalmente, alcuni di questi manufatti sono andati ad intaccare proprio alcuni di quei tessuti urbani in attesa di essere protetti dalla lista. La scelta diventa quindi arbitraria, e probabilmente linguistica, aprendo la strada, di fatto, al dissolvimento del ruolo del World Heritage List: se un edificio che sarebbe candidabile per il suo ingresso tra i beni patrimonio dell’umanità andasse ad intaccare l’integrità di un tessuto o di un paesaggio altrettanto degno di entrare in lista, come ci si dovrebbe comportare? In teoria, la candidatura prescrive la garanzia preventiva che il bene venga conservato, in attesa del giudizio UNESCO, ma di fatto nulla prescrive alcunché.

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È tra le pieghe di questo desiderio necrofilo e produzione burocratica che si annida il seme di un regime globale che di fatto si poggia sulla promessa fatta ai nostri figli di preservare ciò che la nostra sensibilità riconosce come meritevole. Ma questa sovrastruttura culturale, sebbene necessaria, rischia di irreggimentare una situazione di fatto a danno di altre. Se la materia di cui è composto un monumento, di fatto depositario di memorie, viene protetta tramite l’isolamento carcerario all’interno della città, non è impensabile che si vada incontro a paradossali situazioni in cui di fatto tali beni rimangono meri simulacri della propria immagine lasciata condurre dalla medialità. Il nostro secolo si è arrogato il diritto di trasmettere ai nostri figli un corpo ibernato, nella speranza che la privazione di vita non porti a putrefazione il cadavere.

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