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Eugene Cernan, Ronald Evans, Harrison Schmitt: Blue Marble – 7 dicembre 1972

Il 7 dicembre del 1972, durante l’ultima visita che l’uomo porterà alla Luna, l’equipaggio della missione Apollo 17 scatterà quella che sarà destinata a divenire un’icona dell’avventura che l’uomo stava compiendo nello spazio. Conosciuta come Blue Marble, anche se il nome ufficiale si nasconde dietro l’asettica sigla di AS17-148-22727, questa immagine, catalizzerà l’attenzione di un’intera epoca: completamente illuminata, essendo stata scattata con il sole alle spalle, per la prima volta mostrava la terra nella sua solitudine, completamente assolta da qualsiasi contesto o ruolo che non fosse la sua completezza, sufficiente a sé stessa e drammaticamente fragile, esposta. Le immagini fatte circolare dalla NASA che avevano preceduto Blue Marble, infatti, vedevano sempre il nostro pianeta in rapporto dialettico con il suo spazio, oppure nell’atto di sorgere sul cielo lunare, o ancora nascente o calante, secondo le definizioni a cui siamo abituare offrire al nostro satellite.

La visione che i terrestri potevano condividere per la prima volta con i loro fratelli astronauti (o cosmonauti) è radicalmente diversa rispetto a quella avuta dall’oblo di un aereo o di un grattacielo: le colline, le case, addirittura le città, scompaiono, restituendoci lo sguardo di un pianeta che fino ad allora non era mai stato così sconosciuto. Scompaiono i segni chiari e lineari creati dalla tecnica, così come quelli densi e sfumati della geografia. Ma soprattutto, scompaiono i segni stabiliti dalla politica: i confini. Nota Stefano Catucci, nel suo Imparare dalla Luna, come l’umanità che si vede dallo spazio sia «infatti “una” perché svuota di senso le discriminazione politiche, ideologiche ed economiche». Sempre Catucci, ricorda come di ritorno dalla missione Apollo 8, il comandante Frank Borman, dichiarò che «guardando la Terra dalla Luna i confini e i caratteri delle nazioni sembravano fondersi tra loro».

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Ma il proclama universalista ed antiprovinciale di Borman verrà di lì a poco resa vana dalla stessa agenzia spaziale statunitense il 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11. Il primo uomo sulla luna, infatti, portò con sé non il simbolo del dissolversi di tali confini o un vessillo dell’umanità intera, ma quello del colonialismo più estremo.
In realtà, lo stesso atto di suggerire una visione del mondo da un centro non era privo di conseguenze dal punto di vista semantico: la stessa espressione visione del mondo descrive la «posizione dell’uomo in seno all’ente», la quale offre «la prova della perentorietà del processo di costituzione del mondo ad immagine tosto che l’uomo ha risolto la sua vita di “subjectum” in un centro privilegiato di rapporti». In tal senso Martin Heidegger, in questo passo tratto da Sentieri interrotti, intende indicare come l’uomo, nel suo porsi al centro del mondo, riduce questo ad immagine, e così sostituendosi alla sua funzione di centro. Più avanti Heidegger afferma: «Il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in immagine. Il termine immagine significa in questo caso: la configurazione della produzione rappresentante in questa pro-duzione. L’uomo lotta per prendere quella posizione di cui può essere quell’ente che vale come regola e canone per ogni ente».

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Ma l’attenzione al suo centro senza confini di Blue Marble, non ha semplicemente lo scopo di porre un centro dominante rispetto al resto: da questo infatti derivano sempre altre posizioni, altre relazioni verso cui questo centro è funzionale. Del resto, come afferma Piero Zanini in Significati del confine, un limite «esiste solo in funzione di un centro», e spesso limite e centro coesistono nello stesso elemento, come in Blue Marble. I limiti evocati nella loro assenza da Borman non sono quelli geografici e politici, infatti, ma quelli che la bidimensionalità dell”immagine della Terra pongono all’osservatore nella sua circolarità. Per quanto è vero che ogni limite viene meno, non si può eludere lo stacco appena sfumato con cui l’atmosfera difende il nostro pianeta. È proprio in quel confine percepito unicamente nello sguardo che la Terra acquista una propria antropomorfia, conservando il carattere identitario di ogni confine già presente sulla crosta terrestre. Solo così, la Terra può essere tolta dal caos e restituita alla sua natura di artefatto, e diventare reale. Non vera, ma reale: «Quest’ultimo è qualcosa di radicalmente diverso dal vero: esso è estraneo al linguaggio ed alla dimensione simbolica». Ciò che caratterizza questo reale espresso da Mario Perniola in L’arte e la sua ombra, è infatti la «coincidenza di massima effettualità e di massima astrazione: in altre parole, esso non fa altro che portare alle estreme conseguenze quel processo di alienazione e di estraneazione che costituisce il motore della modernità».
Confini e limiti fanno parte di questo processo di alienazione, perché anch’essi nutriti dal motore della tecnica, che nel campo della geografia ha fatto della costruzione di confini il suo punto di forza. Confini, che spesso hanno preso vita da risoluzioni militari, prima che accordi politici. Ma questi confini, prima di essere semplici linee tracciate su una cartina geografica, sono progetti, luoghi, come nel caso del Muro di Berlino o del Vallo Atlantico, con una loro specificità e, soprattutto, una loro superficie. Un caso che acquista una sua propria attualità nella Barriera di Separazione israeliana, che oltre alla fisicità del muro presenta tutta una serie di pertinenze (strade protette con recinzioni con filo spinato, torrette di avvistamento, aree illuminate, oltre alla tristemente notoria “no go zone”) simili a quelle presenti già nel muro di Berlino.

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Mappa creata da Léopold Lambert per The Funambulist (www.thefunambulist.net) –  (license: Creative Commons Attribution-NonCommerical-ShareAlike 4.0)

L’escalation degli ultimi mesi ha sconvolto la striscia di Gaza ha dato un nuovo, drammatico ruolo e peso alla nozione di confine, assumendo dimensioni quasi territoriali: tre kilometri di spessore, dove gli individui sono costretti alla ritirata, lasciando il 44% del territorio in mano dei satelliti. Ancora una volta, è la vista dall’alto a dominare lo sguardo: satelliti e droni sono i fruitori di questo surplus di confine, in cui la vita umana è preclusa.

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