.:: Quale città per i rifugiati climatici?_

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Come riporta l’editoriale del numero 4 della rivista Boundaries, nel 2003 UN-Habitat ha diffuso uno studio dal titolo The Challenge of Slums: global report on human settlements, nel quale si prendeva atto che ormai «un terzo della popolazione urbana mondiale, oltre un miliardo di persone, viveva in quelli che chiameremo genericamente slums». Numeri che, considerando il trend analizzato da UN-Habitat tra il 1990 ed il 2001, subiranno un drammatico aumento, fino a far aumentare la popolazione degli slums ad una cifra superiore ai due miliardi di individui nel 2030, per lo più concentrati nel sud del mondo.

Ma queste cifre, se considerassimo l’evoluzione storica che si è avuta dal 2001 ad oggi, non possono che sembrarci ottimistiche: la così detta Primavera Araba e le tensioni create dalla reazione militare in seguito all’11 Settembre hanno spostato verso occidente il baricentro delle ondate migratorie, mentre il crollo finanziario che ha messo in ginocchio il mondo occidentale e l’applicazione di leggi sulla prevenzione dei crimini urbani hanno dato vita ad una nuova e più sottile forma di gentrificazione. Non è più semplicemente la grande città la valle dove questo gorgoglio umano va a riversarsi, ma la città occidentale, dal cui cuore viene estratta la parte indesiderata del corpo urbano. I nuovi rifiuti urbani vengono spinti dove risultano meno visibili, lasciando i centri sicuri e protetti dalla CPTED. La dimensione securitaria che la città-carcere occidentale sta acquistando è lo specchio delle insicurezze che il crollo della modernità positivista ha portato con sé.

A queste spinte verso la periferia delle città occidentali, c’è da aggiungerne un’ultima, forse quella con maggior pressione cerca di accatastare materiale umano negli interstizi della modernità, ossia quella relativa ai cambiamenti climatici. Secondo un rapporto rilasciato da Legambiente, intitolato Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, «i cambiamenti climatici diventeranno nel prossimo futuro la maggiore causa di spostamento delle popolazioni sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali». Era il 2012, e già lo stesso anno risultò che più di 32 milioni di individui furono costrette ad abbandonare le loro case a causa di calamità naturali, facendo sì che i rifugiati climatici surclassando i cinque milioni dei profughi che per salvarsi da guerre, epidemie e persecuzioni politiche hanno ricevuto asilo da paesi ospiti. Ma qui nasce un paradosso che non è solo formale: non esiste lo statuto giuridico di rifugiato climatico. Mentre chi fugge da una guerra o da una persecuzione può, di fatto, richiedere di essere ospitato in un campo profughi allestito per l’occorrenza, nulla di tutto ciò è previsto né dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Centro d'Accoglienza di Lampedusa
Centro d’Accoglienza di Lampedusa

Questa condizione cambia completamente la situazione dei rifugiati climatici, che non avendo altra prospettiva che il nulla giuridico, sono condannati a vivere in clandestinità, pur di fuggire da una terra che si scrolla di dosso l’infezione umana. Sempre Legambiente riporta stime che vedono circa 1.000.000.000 di individui esposte a crisi climatica entro il 2050, dei quali 250.000.000 si trasformeranno in eco-profughi, pronti a cercare di farsi strada in luoghi più ospitali.
Sarebbe sciocco pensare che l’intera quota ipotizzata si sposterebbe in blocco verso occidente, ma è comunque necessario riflettere attentamente sulla portata di tali numeri, soprattutto rapportandoci alla situazione attuale. Prendiamo ad esempio il Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza di Lampedusa, progettato per una capienza di 381 individui, espandibili all’occorrenza ad 804. Numeri lasciati sugli appunti del collaudatore, dato che l’emergenza è continua, superando anche di cinque volte la massima capienza ipotizzata, generando spirali di proteste trasformatesi in assalti allo stesso centro, come accadde nel 2011, dove un’ala del centro dovette arrendersi alle fiamme.

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È evidente che la politica, italiana ed europea, è impotente e cieca di fronte a questo fenomeno: da un lato, la proposta italiana è avvitata attorno ai due estremi dell’accoglienza e del rifiuto, dall’altro, in sede europea, il problema viene rinviato a data da destinarsi. Nel frattempo, i margini urbani continuano a popolarsi dei reietti dell’umanità, allargando i loro confini, che da semplici linee diventano dense aree di pattume abitativo. Nelle metropoli del nord e del sud del mondo vengono cancellati gli spazi pubblici e tracciati i nuovi confini che le sezionano secondo criteri razziali e di classe. La trasformazione è già in atto: a Padova, dove un muro alto tre metri e lungo ottanta divide una sezione di città, a Londra, dove i senza tetto sono dissuasi a permanere nel centro della città tramite l’arredo urbano, a New York, dove il piano POPS rende gli spazi pubblici inaccessibili fuori dagli orari concessi.

La segregazione non è ovviamente una strada percorribile, ma cosa fare altrimenti? Questa, sarà una delle sfide che l’architettura dovrà affrontare nel futuro.

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