°< Allontanarsi dal “linguaggio”: Lezioni dalla fine del Mondo_

Chi negli anni addietro ha avuto il piacere di condividere le riflessioni che si andavano ad accumulare questo blog, ha qualche idea circa gli interessi critici da cui mi sono fatto conquistare. Degli interessi che ruotano tutti attorno alla nozione di immaginario, sia che essi si focalizzano sul tema delle rovine, della virtualità, delle relazioni tra architettura ed immaginario tecnologico, del transumanesimo. Il tutto guidato dagli strumenti della critica architettonica e dell’estetica. Negli ultimi mesi, mesi in cui ho dovuto, per problemi di varia natura, allontanarmi dal mio blog, ho maturato la convinzione che tali temi e tali strumenti abbiano una immanenza molto più pragmatica di quanto avessi sospettato in precedenza. In poche parole, l’immaginario è molto più reale di quanto si possa immaginare, tanto da essere pericoloso.

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Qualche mese fa, frutto della collaborazione con l’amico e compagno di avventure Alessandro Melis, è stato pubblicato il testo che ha messo a nudo questo mio nuovo interesse. Un percorso che, irrimediabilmente, mi allontanerà dal linguaggio. In realtà, non credo di essere mai stato assuefatto dallo stile, se non nelle sue manifestazioni più espressive. Il fatto è che ciò di cui sono affamato è la ripercussione sul reale. Non è volontà di adesione al programma di Ferraris, quanto piuttosto dal desiderio di non volermi vedere offrire brioche ad un popolo che chiede pane. La domanda di pane, ossia di città, proveniva dalla nascente classe del proletariato, che vedeva i propri figli letteralmente morire per l’inadeguatezza del compito urbano, delegato dalla contingenza degli interessi economici ai latifondisti, interessati esclusivamente alla redditività dei propri terreni. Allora, la città era un ambito rifiutato dagli architetti stessi, troppo impegnati a cercare di capire quale fosse il motivo che meglio si adeguasse al ferro battuto o ai nuovi stucchi.

Charles Willard Moore - Piazza d'Italia
Charles Willard Moore – Piazza d’Italia

Come allora, l’architettura si trova di fronte ad un bivio: accettare realmente le sfide che la contemporaneità gli pone, oppure ripercorrere la strada che già la rivoluzione industriale gli ha offerto, ossia quella di ignorare la realtà.  Come allora, l’architettura si trova in un impasse operativo tale da lasciar il fine ultimo della disciplina, ossia la gestione del costruito e della città, ad altre figure professionali, maggiormente dinamiche e meno logorate da deformazioni professionali. Al giorno d’oggi, l’architettura, i cui agenti sono costretti sempre più a giocare il ruolo di burocrati dell’edilizia, non riesce a inserire in un quadro sistemico ciò che sta realmente cambiando il volto della città, non riuscendo a superare il puntuale intervento. Se consideriamo gli studi legati alle smart cities, alla global warming, alla prototipazione numerica, alla Crime Prevention Through Environmental Design, alla trasformazione delle periferie delle città occidentali in enormi slum, vediamo l’emergere di una serie di criticità che richiedono con martellante insistenza degli interventi.

Tanya Aynat - The Octo Island
Tanya Aynat – The Octo Island

In Lezioni dalla fine del Mondo abbiamo cercato di mettere a sistema queste criticità, grazie all’aiuto di Emilio Garcia, Massimo Gasperini e Paola Leardini. L’idea da cui si muove il progetto di questo libero è semplice: come potrebbe intervenire l’architettura, in un contesto in cui ognuna di queste singole criticità fossero portate all’estremo? Da questo interrogativo è nato un corso di laurea, tenuto da Alessandro Melis, presso l’Università di Auckland, che ha girato la questione ai partecipanti al corso. Si è usata una metafora derivante dalla cultura popolare, ossia l’idea di una invasione di zombie che avrebbero infestato l’intera area coperta dalle terre emerse. La sfida, era quella di arrivare a mantenere un livello di qualità della vita inalterato, nonostante uno scenario in cui la più terribile delle minacce avrebbe costretto a ripensare l’approvvigionamento di acqua, cibo ed energia, il sistema insediativo e dei consumi, la capacità di produzione della comunità e la sua sicurezza in ambito urbano. Zombiecity è una proposta ai limiti del paradossale e dello scherzo, ma riflette le tensioni che stanno scuotendo la città occidentali dalle sue fondamenta.

Dominic Wilson - Zombiecity Freescape
Dominic Wilson – Zombiecity Freescape

Il libro, in sé, si compone di due parti, una divisa a sua volta in quattro saggi, e l’altra, in cui vengono illustrati i progetti. I saggi, a loro volta, vanno ad interessarsi delle tematiche che secondo noi sarebbero state cruciali ai fini della riflessione sul testo, e che quindi avrebbero trattato dei rapporti tra architettura ed immaginario collettivo, città e crisi ambientale, città e violenza, architettura e sistemi produttivi di frontiera. Immaginario, ambiente, violenza e produzione automatizzata diventano i quattro cardini su cui si incentra l’impianto teorico di Lezioni dalla fine del Mondo. Questo è, secondo noi, solo l’inizio della ricerca, che si intravede lunga ed interessante. Spero davvero, assieme ad Alessandro, che potremmo percorrere questo percorso insieme al più alto numero di persone. Credo che l’intera disciplina ne avrebbe bisogno…

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