>°< PEJA Producing: BLOOM 18, CRONACHE DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

BLOOM 18

Il 1972 è stato per l’architettura moderna un anno importantissimo: l’esaurirsi dell’energia portata dal sessantotto e dalle neoavanguardie, l’incapacità di rinnovarsi che molte scuole di pensiero nate tra le due guerre ormai dimostravano ampiamente, nonché un regime di storicità completamente cambiato rispetto alle istanze che lo avevano preceduto, portò alla presa di coscienza che, ormai, ciò che era stato fino ad allora chiamato con il nome di “modernità” era ormai passata. Un decesso che fu trascritto sulla cartella del paziente il 16 marzo del 1972, direttamente da Charles Jencks. Questo è infatti il giorno in cui iniziò la demolizione del complesso residenziale di Pruitt-Igoe, considerato allora un capolavoro dell’architettura moderna. Eppure, tale capolavoro ha avuto una vita che definire travagliata equivarrebbe ad ammettere qualsivoglia eufemismo: nato castrato dai numerosi sacrifici di budget che la guerra in Corea aveva richiesto, Pruitt Igoe non fu occupata mai per più dei 60% dei suoi spazi, e verso la metà degli anni ’60, solo 600 famiglie avevano deciso di vivere a Pruitt-Igoe, concentrandosi in diciassette blocchi, mentre gli altri sedici furono tempestivamente sigillati. Chiunque avrebbe attraversato gli spazi che separavano i vari blocchi, sarebbe stato immerso in un’atmosfera spettrale, sotto lo sguardo vigile di centinaia di occhi vitrei e sporchi che si piegavano sul coraggioso avventore.
Il 1972 è il teatro di un altro evento di importanza cruciale per l’architettura moderna: in quest’anno, infatti, Mario Fiorentino, a capo di un team di architetti, assume l’incarico di sviluppare un modello insediativo capace, al contempo, di rispondere alla domanda abitativa che si stava trasformando in vera emergenza sociale, dall’altra porre un freno ad uno sviluppo urbanistico che stava da decenni riversando nelle periferie di Roma i più putrescenti liquami edilizi. La scelta di Fiorentino fu radicale, in linea con le avanguardie più oltranziste che in Italia si erano sviluppate fino ad allora: alzare un’enorme diga di cemento, capace di arrestare la colata che si faceva strada verso il Mediterraneo, lasciando dietro di sé un’infezione cancrenosa in perpetuo assedio ai gangli linfatici della città. Un assedio a cui, infine, partecipò anche il Corviale: affidati ad un’unica impresa edile, i lavori si arrestarono a causa del fallimento dell’impresa stessa, lasciando l’opera incompiuta e priva dei servizi previsti nel progetto. La pachidermica amministrazione capitolina fece poi in modo che le prime abitazioni furono consegnate solo 10 anni dopo l’inizio dei lavori.

Fig. 1 - La diga del Corviale

La recalcitranza della burocrazia ad accelerare le pratiche di assegnazione dei vani, la mancata realizzazione dei tanto acclamati “servizi”, le lacune contrattuali in termini di manutenzione dell’immobile e un atteggiamento di lassismo e indifferenza degli organi di controllo, hanno dato il via alle occupazioni degli appartamenti e del saccheggio delle aree pubbliche. Circa settecento famiglie si insediarono nel colosso prima delle consegne delle abitazioni, saturando le viscere del colosso. Il famoso piano dei servizi, fiore all’occhiello del progetto di Fiorentino, una volta dichiarata la sua morte, ha nutrito con la sua carcassa centinaia di reietti in cerca di un riparo, i quali non hanno esitato a rattoppare come meglio possibile quegli spazi strappati al destino di divenir nulla spaziale.

Si è parlato a lungo del fallimento della disciplina architettonica, troppo a lungo ostaggio delle proprie idiosincrasie, di un’utopia fatta scontrare contro il muro di pietra dei nudi fatti. In realtà, queste affermazioni sembrano dei sottili diti dietro cui nascondere la poca lungimiranza della proposta, il cui principale problema risiede nella stessa concezione del progetto del gruppo di Fiorentino, testardamente cieco di fronte agli sviluppi che il settore dell’edilizia residenziale economica e popolare che si era avuto dal dopoguerra in poi. Corviale non sarebbe mai stata la diga che avrebbe arginato l’avanzare caotico per cui era pensata, che il progetto fosse stato dotato dei servizi e supportato da un coerente sforzo amministrativo o meno. Il problema del progetto di Corviale, risiede nella cecità di Mario Fiorentino di fronte al monito che la società occidentale aveva già posto di fronte alla più grave piaga che la città moderna aveva creato: la segregazione.

Questo è uno dei temi principali del mio ultimo saggio pubblicato su BLOOM, la rivista curata e diretta dal prof. Alberto Cuomo. Questo numero, il diciottesimo, ha un tema molto particolare e quasi mai affrontato con dovere di cronaca. Questo numero cerca di svincolarsi da questo destino, e credo che, in un periodo di gravi emergenze sociali, in cui la casa sta tornando ad essere un problema, avere degli spunti su cui riflettere non può che essere utile.

Trovate il link del pdf con il numero 18 di Bloom a questo link. Che dire? Non posso far altro che augurare a voi altri una buonissima lettura!

Fig. 3 - Immagine scattata durante i così detti 'fatti di Watts'

Annunci

3 pensieri su “>°< PEJA Producing: BLOOM 18, CRONACHE DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

  1. La linea di demarcazione non è solo architettonica ma culturale e sociale.
    fino agli anni sessanta la parola d’ordine era innovazione, creatività, ottimismo e sviluppo economico. Il modernismo imperava come la cultura POP, la cultura era integrata (trovavi contaminazioni nel cinema, nell’arte, nell’architettura, nel design)
    dagli anni settanta si comincia a parlare di crisi, di recupero della tradizione, di paura del futuro; sono gli anni del terrorismo. gli anni ottanta, almeno in italia hanno recuperato solo la parte effimera di quell’ottimismo (edonismo reganiano, si diceva). La cultura si è progressivamente chiusa in se stessa, autorefernziandosi, medioevalizzandosi come struttura organizzativa (nascono i baroni); dagli anni settanta nascono i movimenti ecologisti che per quanto sacrosanti hanno promosso sistematicamente il rifiuto del progresso come valore.
    leggerò con interesse il saggio
    ciao

    Mi piace

  2. Caro Giulio,
    intanto grazie per il bel commento, che mi trova assolutamente d’accordo!
    Sì, le ragioni del “fallimento” del progetto Corviale derivano da questioni metaarchitettoniche: prima di tutto, l’incapacità di leggere il suo tempo da parte di Mario Fiorentino. Poi, che il progetto sia assolutamente sbagliato, ingenuo, a tratti autistico, incredibilmente sordo alle esigenze degli esseri umani, questo mi sembra anche superfluo dirlo. Però, qual è veramente la causa che ha scatenato un dissenso così profondo da parte degli stessi abitanti? Come dici anche tu, molte delle motivazioni derivano dall’immaginario che si stava sviluppando in quegli anni. Un immaginario in cui il Corviale, suo malgrado, si inserisce alla perfezione…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...