.:: La percezione dello spazio – Parte 3°_

La prima parte puoi trovarla qui: p. 1
La seconda parte puoi trovarla qui: p. 2

D-tower 2

È particolarmente importante notare come lo stesso Spuybroek, commissionatogli un lavoro di ambito urbano, che quindi coinvolge interessi allargati, riesce a ricondurre la propria attenzione verso una cittadinanza considerata come un soggetto unico, seguendo il paradigma riproposto da Pierre Lévy di intelligenza collettiva. La problematica affrontata è quella di innestare una protesi al collettivo, preso come un ente unico e capace di prendere autonomamente le proprie scelte. Una protesi che si collega direttamente allo stato emotivo della collettività, e che si manifesta nel progetto D-Tower. La torre, un oggetto polimero dalle sembianze di un mollusco alto dodici metri, è costantemente collegata via internet ad un sito creato per l’occasione, dove la cittadinanza è invitata a rispondere a dei questionari elaborati in modo tale da comunicare le proprie emozioni. La torre, cangiante al crepuscolo, vira così le sue tonalità cromatiche traslando il sondaggio virtuale in una esteriorità visibile allo stesso ente che ha prodotto il nuovo effetto. La continuità avuta da azione e percezione, uomo e macchina, trasforma la totalità della cittadinanza in un’ipercorteccia, di cui ogni utente è neurone. Lars Spuybroek sembra rispondere alla questione del ruolo che debba svolgere l’architettura del nostro tempo, posto dallo stesso Lévy: «L’architettura ed il design non sono forse quelli dell’ipercorpo, dell’ipercorteccia, della nuova economia degli eventi, dell’abbondanza e del fluttuante spazio dei saperi?».

D-tower 3
Se la D-Tower è stata elaborare per esprimere il tessuto emotivo della comunità, il lavoro che meglio rappresenta la ricerca sul tema della protesi architettonica è, senza dubbio, l’HtwoOexpo, il Padiglione dell’Acqua, realizzato nel 1997 nell’isola di Neeltjie Kans, in Olanda, l’opera che, secondo Charls Jenks, ancora deve essere superata.

Commissionato dal Ministero delle Infrastrutture e della Gestione dell’Acqua olandese, che aveva intenzione di dotarsi di una struttura atta a far vivere un nuovo tipo di esperienza dell’acqua, l’edificio di Neeltje Kans non contiene un’esposizione nel senso classico del termine, ma è esso stesso vetrina ed opera esposta. Questo particolare sistema espositivo si articola in un programma funzionale formato da tre attività: oltre all’esperienza dell’acqua richiesta dalla committenza, si ha l’occasione per sperimentare i temi dell’architettura come protesi e quello della continuità tra azione e percezione.

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L’acqua, ambiente primordiale da cui deriva la vita, diventa così il pretesto per la realizzazione di una commistione tra arcaico ed elettronico all’interno di una grotta tecnologica illuminata dalla fiamma di circa duecento neon azzurri ed un imprecisato numero di proiettori, che, a contatto con i vapori e l’umidità prodotta dalla struttura, creano effetti stroboscopici che rimandano alle immagini prodotte dal monolite di 2001: Odissea nello spazio, che proietta l’astronauta Bowman su paesaggi alieni, in un percorso attraverso lo spazio e il tempo. Ma il protagonista del film di Kubrick, chiuso nella sua capsula, è costretto a subire uno spettacolo sul quale non ha alcun potere. Subisce quindi un impedimento della continuità tra azione e percezione, che lo getta nel panico.

Ma nel Padiglione dell’Acqua la sospensione provata da Bowman nel film viene dissolta: il fruitore viene catapultato in uno spazio definito dalla ricerca del limite del controllo sul proprio corpo. Ribaltando l’assioma di Gottfried Semper per cui le superfici orizzontali, i pavimenti, e quelle verticali, i muri definiscono rispettivamente l’azione e la percezione, Spuybroek fonde assieme muri e pavimenti, tracciando una continuità che non si ferma all’ideale. Non una superficie resta orizzontale, ma continui movimenti scuotono uno spazio in cui il corpo è costretto a trovare l’equilibrio facendo affidamento esclusivamente sul proprio movimento.

A questo equilibrio continuamente ricercato, fa eco la stessa architettura che si fa protesi reagendo ad ogni movimento. Il corpo raggiunto l’autocontrollo, espande i propri limiti per assumere il controllo di ciò che gli sta attorno, riuscendo finalmente a gestire lo spettacolo di luci e suoni che si danno come una continuazione ideale dell’evoluzione presentata dal Poèm Électronique di Edgar Varèse: in Spuybroek l’uomo, ormai cosciente di aver tra le proprie mani la chiave del proprio destino, può proseguire, mostrando a sé stesso cosa l’aspetta. Le composizione polifoniche di Edwin van der Heid & Victor Wentink vengono attivate anch’esse nella stessa maniera delle luci e dei suoni, contribuendo alla sensazione di essere un tutt’uno con la macchina che ci circonda.

Il poema elettronico di Varèse viene traslato in una prosa che fa della costrizione un mezzo per prendere coscienza del cammino che l’uomo ha affrontando per millenni. Spuybroek ci vuole dire questo: dopo secoli di stasi, finalmente raggiunta la possibilità, è giunta l’ora di rialzarsi e riprendere il proprio cammino.

È in quest’ottica che occorre cercare la chiave di lettura del lavoro di Lars Spuybroek: riuscire a raccogliere la scommessa di un’architettura totalmente immersiva, capace di indagare a fondo le implicazioni di una tecnologia sempre più presente nel quotidiano, sempre più invasiva nei corpi degli utilizzatori di essa. La transarchitettura nasce da queste premesse, e la sua ambizione è quella di produrre spazi estremi in cui sperimentare i limiti del proprio corpo, virtuali o fisici che essi siano, e di utilizzare le forme dell’immaginario per aiutarci a comprendere ciò che attualmente ci circonda.

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Il dualismo tra goticismo e classicismo, tra virtuoso e razionale è ormai obsoleto, così come quello più vago tra reazionarismo e progressismo. Alla stessa maniera, l’assioma per cui ogni tendenza, stile o linguaggio, possa essere divorato da quel tritatutto che è il post-moderno, appare oggi ingenuamente imbarazzante. Si sente quindi il bisogno di nuovi filtri interpretativi, non fermi a considerazioni stilistiche, ma capaci di scavare più a fondo nelle motivazioni dell’opera. Forse, l’architettura di Lars Spuybroek, può fornirne qualcuno.

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Come molti di voi ormai sanno, negli ultimi mesi con la Deleyva Editore ci stiamo impegnando a fondo per una pubblicazione che ritengo davvero importante: L’Architettura del Continuo di Lars Spuybroek, leader dei NOX. Attualmente stiamo revisionando i testi e preparando la grafica, e nel frattempo proseguiamo con la prevendita del testo (a proposito, se vuoi prenotare una copia, basta andare a questo link e cliccare su SOSTIENI!). Così, ho deciso anche di postare quello che è la prima bozza del testo che sto elaborando per introdurre ai temi contenuti nel libro! È un testo abbastanza lungo, per cui ho deciso di pubblicarlo in tre post. Non è la versione definitiva, sono una serie di appunti riletti, ma potrebbe avvicinarcisi.

Ebbene: buona lettura!

5 pensieri su “.:: La percezione dello spazio – Parte 3°_

  1. Bell’articolo, molto utile! Stavo facendo le mie belle letture di post pre-nanna, dove lasciare qualche commento, con la speranza di ritorni sul mio blog, quando ho letto questo articolo! Grazie delle dritte!!!

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