.:: La percezione dello spazio – Parte 2°_

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Come molti di voi ormai sanno, negli ultimi mesi con la Deleyva Editore ci stiamo impegnando a fondo per una pubblicazione che ritengo davvero importante: L’Architettura del Continuo di Lars Spuybroek, leader dei NOX. Attualmente stiamo revisionando i testi e preparando la grafica, e nel frattempo proseguiamo con la prevendita del testo (a proposito, se vuoi prenotare una copia, basta andare a questo link e cliccare su SOSTIENI!). Così, ho deciso anche di postare quello che è la prima bozza del testo che sto elaborando per introdurre ai temi contenuti nel libro! È un testo abbastanza lungo, per cui sto lo pubblicherò in due o tre post. Non è la versione definitiva, sono una serie di appunti riletti, ma potrebbe avvicinarcisi.

La prima parte puoi trovarla qui: p. 1
La terza parte puoi trovarla qui: p. 3

Ebbene: buona lettura!

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Le tappe che abbiamo ripercorso hanno tutte un elemento comune importante, ossia quello di approcciare al corpo considerandolo nelle tre direzioni dello spazio. Il corpo è un volume inerte che esprime la propria essenza passivamente come parametro di misura degli elementi architettonici. Solo il Gotico ed il Romanticismo ha tentato di combattere quest’impostazione riduzionista e deterministica. L’architettura, lo spazio architettonico, non è una stratificazione di elementi che emulano le articolazioni di un essere vivente, ma è essa stessa viva: cresce, espandendosi verso ogni direzione, amplificandosi, lasciando vaste aree di incertezza, plasmando spazi incerti che hanno bisogno dell’occhio più attento per essere letti. Ciò che anima il sentire gotico e romantico non deriva dal semplice desiderio di vincere la morte nella contemplazione o nella produzione di entità immortali, ma pretende di trascendere la forma stessa, dando vita a tendenze vandaliche: «secondo tali movimenti, attribuire al trascendente una forma significa restare vittima di una concezione antropomorfica» [Mario Perniola, L’estetica del Novecento, p. 48]. Il corpo umano non può essere apprezzato unicamente come apparato formale, o tutt’al più come una cosa che sente. Il corpo è pervaso di istinti e pulsioni che ne animano le membra, che agisce e si ritrae in base a ciò che lo attrae o lo repelle. Il gotico e il romanticismo pervadono l’inorganico di questo dinamismo, appropriandosi della dimensione empatica. Una dimensione per nulla riconciliante o armonica, ma al contrario «essa è piuttosto un’inquietante mescolanza di materialità e di sensibilità» [Ibidem, p. 57]. La sfida che questa geometria vivente pone ai nostri corpi non è rivolta alla sua mera volumetria, ma agisce sulla stessa esperienza nella sua totalità. Ogni senso è coinvolto nell’esperire lo spazio gotico, amplificandosi, moltiplicandosi, estendendo i limiti oltre la barriera rappresentata dal derma. Una barriera che si espande e si sfuma, coinvolgendo tutto ciò con cui viene in contatto, incorporandolo nel proprio dominio. È qui che si consuma il rapporto tra corpo e spazio nel gotico: nell’enigma della pietra che vibra e attrae il dominio dei sensi.
Il sentire gotico si nasconde nell’ombra del classicismo e del determinismo, attendendo per sferrare il suo attacco. È in questa tradizione che si insinua il lavoro di Lars Spuybroek, da sempre interessato all’indagine dei limiti che separano percezione, azione e le cose che circondano gli individui, apparecchiature cibernetiche o edifici che siano.

John Ruskin - Study of Gneiss Rock, Glenfinlas, 1853

Un utilizzo dell’architettura come protesi propriocettiva [La propriocezione è la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto degli altri sensi, N.d.E.], un’interazione tra spazio e corpo che consideri le appendici del cyberspazio come estensioni dell’edificio e della pelle, una concezione dello spazio come elemento vivo, capace di autogenerarsi come se fosse un essere vivente: questa è la sfida che Lars Spuybroek ha lanciato tramite la sua ricerca. A questa si aggiunge, non come mera appendice, ma come un tessuto che fa da sfondo a tutta la sua opera, la riflessione sulla continuità tra azione e percezione ed una presa di coscienza delle potenzialità dell’utilizzo del computer in architettura. Le aree in cui si muove l’architetto olandese sono quelle fondate dalla svolta mediatica operata da Marshall McLuhan. «Le conseguenze individuali e sociali […] di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia» [Marshall McLuhan, Gli strumenti per comunicare, pp. 15-16] . Ne deriva che ogni medium amplifica le potenzialità fisiche, intellettuali, sensoriali e cognitive dell’individuo, modificando di conseguenza l’agire e il pensare individuale, e con esso le strutture della società. In quanto estensioni del nostro sistema fisico e nervoso, per McLuhan i media costituiscono un sistema di interazioni biochimiche che deve cercare un nuovo equilibrio ogni volta che sopraggiunge una nuova estensione. A queste riflessioni Spuybroek si pone in diretta continuità, abbandonando però ogni considerazione sulla società per concentrarsi sull’esperienza del singolo e della carne.

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I movimenti delle protesi possono diventare automatici, non importa che sia fatta di carne, di legno, o di metallo, come nel caso di un’automobile […]: il fantasma intrinseco del corpo ha una tendenza ad espandersi, ad integrare nel suo sistema motorio ogni protesi che sia sufficientemente reagente, facendola funzionare armoniosamente con il corpo stesso.

E ancora,

I movimenti possono essere fluidi solo se la pelle si estende il più possibile oltre la protesi e all’interno dello spazio circostante, così che ogni azione abbia luogo all’interno del corpo, il quale non compie più movimenti coscientemente, ma basandosi completamente sul proprio “sentire”

Deliri di un architetto che spinge all’estremo i limiti del corpo, facendolo identificare con lo stesso spazio. Si apre un legame molto più profondo tra azione e percezione che vede la fruizione architettonica come un autoinnestarsi in una protesi che non ha come obiettivo quello di sopperire ad una mancanza, ma, come il medium di McLuhan, di estendere i nostri limiti, puntando all’appropriazione di sensibilità non proprie all’uomo. A tal proposito, è interessante andare ad osservare come alcune riflessioni di Mark Hasen sul ruolo assunto dall’architettura mediatica si prestino a illustrare il lavoro operato da Spuybroek. La sua tesi consiste nella presa di coscienza che il ruolo di questa architettura sia quello di operare come stimolatore di una nuova convergenza basata su un regime di esperienza e presenza, in opposizione al regime di telepresenza, ormai obsoleto. L’architettura diventa così un campo di sperimentazione delle condizioni contemporanee della soggettività umana, che si connette a un sentire tecnologico radicalmente più intimo di quello prospettato dal positivismo. Seguendo Hansen, l’inversione dall’iniziale direzione del vecchio progetto di stampo cibernetico è enorme. L’idea del conformare l’uomo alla macchina si tramuta nel reinserimento dell’umano nel circuito della macchina, per ripensare la convergenza tra l’umano e il tecnologico.

una correlazione della tecnica ad “una nuova estetica”, deve essere compresa in senso letterale come aisthesis, il sentire-percepire del mondo. […] Questa nuova estetica determina l’inseparabilità dell’esperienziale (aisthesis) dal tecnico

 

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