>°< Utopia e immaginario a Corviale

Negli ultimi mesi il mio interesse per le relazioni tra architettura e fantascienza si è manifestato con una serie di post e di articoli che stanno affrontando il tema sotto molteplici prospettive. Lunedì 3 dicembre, grazie a Francesco Verso, vi è stata la possibilità di portare un po’ più avanti questa ricerca, assieme ad un buon numero di abitanti dello stesso Serpentone, così come è stato ribattezzato. L’aspetto che più mi ha colpito è stata la volontà di partecipazione e di comprensione dei condomini, che in qualche modo sono affascinati dal mostro, eppure non lo comprendono. Insieme a quegli abitanti abbiamo cercato di capire qual è l’immaginario che ha dato vita a Corviale, e di quale immaginario è stato vittima Corviale.

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Paradossalmente, parlare di immaginario equivale a parlare di cliché, di luoghi comuni, di qualcosa che è stato comunque già visto e sentito. Ovviamente non basta sottolineare la validità degli assiomi che compongono un immaginario, perché per fissarsi solidamente nella mente di chi farà proprio questo immaginario, tali cliché devono avere una propria potenza, una pervasività ed un’unicità tali da rendersi in qualche modo indistinguibili. Jean-Paul Sartre descrive bene questo meccanismo nel suo testo L’immaginario, nel quale descrive difficoltà di elaborare l’immagine mentale di un determinato uomo in situazioni diverse dalle quali noi siamo abituati a riconoscerlo. Sartre fa l’esempio dell’immagine del suo amico Pierre, parigino amante di tali passioni letterarie, attualmente a Berlino: ogni tentativo di richiamare l’immagine mentale del suo amico Pierre a Berlino conduce al fallimento, in quanto l’immagine di Pierre, nel suo appartamento parigino, con i suoi abituali abiti, le sue abituali letture, la sua abituale espressione, sovrasta ogni tentativo di richiamare a sé altre immagini.

Modulor

In maniera analoga, l’immaginario che avvolge e coinvolge Corviale è strettamente legato all’immaginario che le varie Unité d’Habitation, ed analoghe, sparse per il mondo: enormi edifici realizzati per contenere il più alto numero possibile di persone in spazi perfettamene calibrati sul numero di movimenti minimi che l’utente avrebbe dovuto effettuare. Eppure, il Nuovo Corviale entra a far parte dell’immaginario collettivo non per gravi casi di cronaca, oppure per l’idiosincratica gestione della sua realizzazione o della sua controversa progettazione, bensì per un film di Pier Francesco Pingitore con Pippo Franco, Sfrattato cerca casa equocanone.

Per quanto drammatica fosse la reale e concreta condizione dell’edificio, Corviale entra nell’immaginario tramite lo scherno. Le delicate e drammatiche vicende ad esso direttamente legate non facevano ancora parte dell’immaginario comune, e quindi in un primo momento la struttura viene, semplicemente, coperta di ridicolo. Un tonfo nella tragicommedia ancora più grande se pensiamo che la metafora utilizzata per presentare il progetto supervisionato da Fiorentino era quella di una diga capace di arginare l’inarrestabile esondazione nell’agro romano della periferia.

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Eppure il progetto era già fallito ancora prima di essere completato. Non solo per la mancata conclusione dell’opera, per le occupazioni abusive, per l’assenza di una pianificazione economica in grado di garantire la sua manutenzione, per gli errori di progettazione. Corviale viveva il proprio fallimento già durante la sua progettazione, nel 1972. In quest’anno si concentrano, infatti, una serie di eventi che segnano la fine di un modo di intendere l’architettura, ed apre le porte alla postmodernità. Tra tutti, l’abbattimento del complesso residenziale di Pruitt-Igoe a Saint Louis, opera dell’architetto Minoru Yamasaki. L’intera vicenda è paradigmatica, dato che furono proprio gli abitanti del complesso a richiedere, ed ottenere, l’abbattimento.

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Di lì a pochi anni verranno distribuiti due opere, una cinematografica ed una letteraria, che sigilleranno l’esaurimento dell’esperienza razionalista. In entrambi i casi, l’alienazione dei soggetti conducono la popolazione delle strutture ad un escalation di violenza che si concluderà con l’instaurarsi, in entrambi i casi, di un regime di completa anarchia. Un regime che per un certo periodo ha coinvolto anche Corviale, con l’occupazione abusiva di molti spazi comuni o dedicati ad altre attività, con l’autoreclusione di molti dei condomini, ma anche con la nascita di nuove forme di riappropriazione simbolica del territorio e nuove forme di appartenenza ai luoghi, la creazione, insomma, di un immaginario ad uso esclusivo degli abitanti della struttura. A distanza di circa trent’anni dalla consegna dei primi appartamenti, il problema Corviale è ancora lì, pesante eredità che opprime ogni tentativo di razionalizzazione. Eppure, è proprio questo diverso immaginario che coinvolge gli abitanti di Corviale a rappresentare la chiave della soluzione del problema.

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4 pensieri su “>°< Utopia e immaginario a Corviale

  1. hai ragione
    è una questione di immaginario collettivo
    oggi gli abitanti lottano per cancellare quell’immaginario (coltivato da figure esterne al corviale, quali i media mainstream) che persiste nel dipingere il serpentone come un simbolo del degrado

    una maniera per incentivare una forma psicologica di “profezia che si autoavvera”
    Se tutti ti dicono che sei un farabutto, finisce che ci credi anche tu, finisce che farai di tutto per confermare l’immagine che il mondo ti attribuisce

    mi ha stupito molto durante una conferenza (una delle tante su Corviale) sentire che:
    – gli indici di criminalità oggi del serpentone non sono diversi da quelli altri quartieri romani
    – l’azione autoorganizzata dei cittadini (delle madri) ha consentito di abbattere il problema dello spaccio della droga nei giardini

    in una altra occasione ho scoperto che ci sono abitanti che hanno scelto di vivere dentro al corviale, sono persone trasferite li da bambini e che divenuti adulti hanno reso casa li (gente tuttaltro che disagiata); forse perchè chi ci ha vissuto dentro sin da piccolo vive già un immaginario diverso (non di degrado), o semplice affezione al luogo.

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  2. Ciao Emma,
    sono in disaccordo con la tua analisi poiché il Corviale (che per analogia non assomiglia a un serpente) come afferma lo stesso Fiorentino non ha niente a che vedere con l’Unité d’Habitation ma con qualcosa prossimo al ‘monumentale’ (in chiave romana) e all’espressività politica di una certa modernità (ti consiglio di leggere la recensione dell’atavico Vittorio Gregotti – supplemento culturale La lettura del corsera di ieri – sull’architettura sovietica in mostra in questi giorni a Vienna).
    Link mostra —> http://www.azw.at/page.php?node_id=3&page_id=749&lang_id=en

    Dal mio punto di vista ti segnalo un’interessante analisi di un blogger tedesco eccola —> http://www.clausmoser.com/?p=1450

    Buon tutto,
    Salvatore D’Agostino

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  3. Emmanuele.. questo tuo articolo mi fa venire in mente la mia prima visita al Corviale, quando ero ancora studente.. e ci furono molte cose che mi stupirono allora, come poi.. la prima chiaramente la grande dimensione dell’opera che però diventava affascinante da lontano, un profilo emergente nella campagna ondeggiante romana, bordo di una città apparentemente disegnata. Da vicino però si coglieva invece la vitalità confusa e sofferta della gente, che per prima connotava i luoghi più che i volumi invadenti delle prospettive lunghe… poi tante sfumature, opere non finite, vani ascensori non funzionanti, le corti dei ballatoi interni come discariche, i piani dei servizi sbarrati.. L’amica assistente sociale che mi accompagnava, raccontava dell’architetto progettista di cui non sapeva il nome, che fosse morto dopo aver visto l’esito del suo intervento.. Non penso che Fiorentino sia morto per questo, però mi piace pensare che questa sia l’opinione popolare e che sia utile alla nostra mistificata deontologia da professionisti del tutto.

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