>°< La fantascienza di Francesco Verso – Report PT.2

NOTA: Questo post è stato diviso in più parti per motivi di lunghezza.

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L’obiettivo di Douglas Trumbull è chiaro: tramite la sovrapposizione di elementi fortemente tecnologici a strutture dall’aspetto monumentale o fortemente decorate, lo scenografo statunitense cerca di operare uno sfasamento temporale capace di rendere impossibile decifrare con certezza a quale dimensione temporale queste immagini appartengono. Ma vi è un ulteriore livello di lettura: dalle architettura immaginarie nate dal pennello di Syd Mead, concept designer assoldato dal regista, si ergono costellazioni di citazioni, come ad esempio l’abitazione di Rick Deckard, il protagonista del film.

L’angusto appartamento del cacciatore di androidi è nel film rappresentato come un piccolo e mal illuminato monolocale, dotato dell’unico lusso di abbondanti prese elettriche e tubi di ogni tipo. Il panorama che si gode dalle strane logge è completamente chiuso dagli altissimi edifici, mentre la nebbia e lo smog smorzano e sembrano allontanare dall’igiene addirittura l’illuminazione artificiale della strada. Ogni struttura emana una propria fluorescenza, gialla, azzurra, rossa, verde. Eppure ogni immagine appare imperturbabilmente monocroma, fredda, come se l’intera rete di illuminazione pubblica avesse concordato un guasto totale nell’intera città.

Eppure la struttura a cui si ispira Trumbull è tutt’altro che un futuribile appartamentino  lucubre e decadente: la Ennis House di Frank Lloyd Wright, progettata e realizzata tra il 1923 ed il 1924, si estende per circa 930 metri quadrati, affacciandosi direttamente su quelle che erano al tempo delle basse colline nei pressi di Los Angeles. Osservando la struttura di Wright, non è difficile capire le motivazioni che hanno spinto Trumbull ad utilizzarla come set. In questo edificio, infatti, le più raffinate tecnologie disponibili al tempo vengono combinate con quanto di più antico il suolo americano poteva offrire. Recuperare la tradizione Maya per Wright non era ovviamente un tentativo di mischiare le carte sul piano della storia, quanto piuttosto una strategia per sfuggire al dominio degli stili europei. L’America ha una sua tradizione architettonica, ed è giunto il momento di dimostrarlo. Ma le reali intenzioni di Wright passano in secondo piano.

È la potenza evocativa dell’immagine ad interessare in questo caso, una potenza evocativa che abbracciava alla perfezione la visione di Mead nei suoi disegni: spazi densi, superfici colmi di segni, di strani elementi cubici e intarsiati che emergono da ogni dove dalle pareti. Lo sguardo viaggia senza sosta tra gli infiniti basso rilievi tecnici che l’immagine cinematografica ci propone, trasponendo in maniera incredibile da comprendere la delicata grafia di Wright.

Il dialogo sottile e mediato tra Mead e Wright, tra un illustratore ed un architetto, non è un’inedito. Addirittura qualche lustro prima, gli Archigram ne fecero una vera e propria cifra stilistica. Poche furono le ingiustizie più gravi, nella storia dell’architettura, del mancato riconoscimento del debito del gruppo londinese verso uno degli illustratori Pulp più affermati fino ad allora: Paul Frank, architetto, illustratore, ha dato vita ad un vero e proprio stile illustratorio che lascerà il segno su decenni di copertine ed interni di libri e riviste. Non ultima, Amazing Stories, la rivista verso cui il debito degli Archigram è forse più grande.

 

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