>°< PEJA Producing: La transarchitettura è morta? in Art a part of Cult(ure)_

Diversi mesi fa, su questo blog mi interrogavo sullo stato di salute della transarchitettura. Il post, provocatoriamente intitolato “La transarchitettura è morta?”, è tornato al centro delle mie riflessioni negli ultimi mesi, grazie all’invito del professor Alberto Cuomo a riflettere sul tema del Cyberspazio, in vista del prossimo numero di BLOOM, trimestrale a cura del dottorato di ricerca in composizione architettonica della facoltà di architettura di Napoli. Il saggio per la rivista accademica è attualmente in elaborazione, ma nel frattempo ho iniziato a elaborarne una versione preliminare per Art a part of cult(ure).
La riflessione ruota attorno alla perdita del primato dell’immaginario puro sulla realtà fisica, espressa soprattutto tramite la corrente filosofica del New Realism. Questa corrente ha aperto un dibattito aperto verso la sua contro parte naturale, ossia il pensiero posmoderno, espresso nella figura del padre del debolismo, Gianni Vattimo.

Per Maurizio Ferraris infatti «il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività, non ha avuto gli esiti di emancipazione che si immaginavano illustri filosofi postmoderni». Secondo Ferraris, infatti, il regime delle interpretazioni ci ha consegnato ad un regime di populismo mediatico, nel quale «purché se ne abbia il potere si può pretendere di far credere qualsiasi cosa».

Ma questo scontro tra debolismonuovorealismo lascia un’interstizio dove si annidano nuove e diverse possibilità di espressione, ossia il “simulacro“.

Sono questi i temi che ho voluto affrontare nel mio ultimo articolo per Art a Part of Cult(ure), in attesa della pubblicazione del più lungo saggio prima accennato. Potrete trovare l’articolo a questo link! Non mi resta che augurarvi, buona lettura!

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4 pensieri su “>°< PEJA Producing: La transarchitettura è morta? in Art a part of Cult(ure)_

  1. Interessante, sopratutto la parte in cui si parla degli architetti che in un certo qual senso “scimmiottano” le architetture dei cosi detti grandi rendendo in alcuni casi delle opere gia complesse e impermeabili per quel che sono state concepite ancor meno fruibili, sarà mancanza di personalità o solamente l’onda che al momento tira?

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    1. Caro amico mio,
      sono davvero felice di leggere un tuo commento qui! Ahimé, il fenomeno di cui parli è uno dei fenomeni più bui dell’architettura contemporanea: il processo di sostituzione delle immagini alle architetture reali lascia ben poco spazio alla preliminare ingegnerizzazione dell’opera. Alcuni, come Puglisi, vedono come una caratteristica da accettare il fatto che ci sia sempre meno attenzione per il dettaglio brillante, perché è il complesso ad essere ciò che realmente importante. Non sono d’accordo su questo punto: il bisogno di creare immagini sempre più brillanti, sempre più scintillanti, sempre più incredibili per il mercato della comunicazione, richiede una rapidità di elaborazione inedita, e non è raro, anzi è quasi una regola, che l’edificio in ultima istanza debba piegarsi all’assomigliare a quella immagine.
      Quindi, direi e spero che si tratti di una moda! :-)
      Un caro abbraccio!

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  2. Caro mio,
    è vero quel che dici, ma qua vediamo solo firmitas e venustas, l’utilitas?
    Sinceramente sono scocciato dell’ipocrisia che c’è nel mondo dell’architettura oggigiorno all’uni ti fanno studiare e prendere ad esempio delle cose che non si capisce bene se siano dei non luoghi, opere di design che starebbero bene in ogni qual dove oppure cose a noi ben chiare, quando poi, agli studenti, non pensano altro che a fare la ramanzina con il genius loci e altre menate, quindi se non siamo nessuno dobbiamo prendere spunto dal famoso triangolo F.V.U. sopra riportato e se ti chiami Ando, Piano o…. allora va bene?
    Comunque spero che altri come te possano prendere posizione in questo piccolo dubbio che cortesemente mi hai sollevato, grazie :)
    Un grande abbraccio!

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    1. In effetti il sistema universitario italiano è semplicemente imbarazzante. Basta pensare al sistema delle graduatorie o alle declaratorie di insegnamento. I docenti non vengono premiati in base al loro impatto, ma in base a quanto pubblicano, senza considerare che non sono preparati o aggiornati. Come potrebbero esserlo? Non sono pagati e quindi devono lavorare per sostentarsi, ma se lavorano non possono aggiornarsi!
      Non voglio generalizzare, ma è una condizione che coinvolge molta docenza!
      Un caro saluto amico!

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