.** Intervista a Quaz-art, con Alessio Brugnoli

Cosa è quaz-art? L’header del sito afferma:

quaz-art: un progetto di Ferruccio Lipari sull’arte sperimentale
portale d’arte italiano in collaborazione con Alessio Brugnoli
fotografia sperimentale italia creativa arti figurative
surrealismo ispirazione surrealismo fotografico
ritocchi fotografici reflex fotografia set fotografici
computer grafica italia arti grafiche
processi creativi computer grafica design
pittura digitale e fotografia
arte digitale italiana
fotografia sperimentale
artisti moderni italiani
fonti di ispirazione
arte d’avanguardia

Quaz-art è molte cose, troppe secondo i parametri che sono solito seguire. Ma mi ha incuriosito l’intento di creare una nicchia di moltitudine all’interno di recipiente che per alcuni è ormai vetusto, per altri morente, per altri ancora un fenomeno in pieno fermento. Quello della creatività digitale, strisciante, formato per lo più da non addetti ai lavori, underground e via dicendo, pare però essere un calderone in continua ebollizione, oscurato da pochi personaggi che si arrogano il diritto di farne i portavoce e gli alfieri di queste realtà. Ben venga un progetto editoriale web che invece intende dar voce e visibilità ai personaggi che alimentano l’attività di quell’alveo grazie alla loro produzione.
Sono felice dell’intervista proposta da Alessio Brugnoli, nonostante molte delle trame non fanno parte del mio orizzonti di interesse è stata un’occasione per riflettere su ciò che si sta facendo, un momento di fermarsi e cercare di capire cosa ci circonda. Quaz-art è un sito strano, ed affacciarcisi è stato parecchio interessante!
Ecco qui le prime risposte date ad Alessio! Per il resto, potete seguire il seguente link!

Ciao Emmanuele, chi sei? Come ti descriveresti ad un estraneo?

Banalmente posso rispondere che sono un critico ed un curatore di architettura contemporanea, con una moltitudine di interessi che nutrono le cose che faccio: dal transumanesimo all’estetica delle rovine, dal situazionismo alla fantascienza, dalla violenza urbana alla cultura digitale, dalle utopie al manierismo. In qualche modo tutto rientra nel calderone che io chiamo transarchitettura, e che per me è quasi un sinonimo di immaginario architettonico, che è il mio vero ambito di studio.

Sicuramente non mi descriverei con un qualsiasi appellativo preceduto dall’aggettivo “giovane” (giovane critico, giovane architetto, giovane curatore…), che ritengo una parola-ghetto nel quale rinchiudere degli individui in base ad una discriminante anagrafica, una sorta di riserva dove il “giovane” può pascolare liberamente senza infastidire chi, evidentemente, è non-più-giovane.

Perché l’architettura? 

Intanto perché non se ne può fare a meno. Almeno, la società attuale, pressoché stanziale, non può fare a meno della realizzazione di manufatti architettonici. Ed anche il nomadismo contemporaneo, fatto di viaggi intercontinentali e pendolarismo, prevede la realizzazione di grandi infrastrutture.

Ma pure se fossimo nomadi-reali, superando in qualche modo la condizione di nomadismo-stanziale in cui viviamo, avremmo degli strumenti per modificare simbolicamente il paesaggio che ci circonda, come già l’uomo preistorico. Lo sguardo è uno di questi, come ci ricorda Francesco Careri nel suo Walkscape.

Ti ritieni più creatore o più filosofo? Le tue ricerche architettoniche nascono più dalla riflessione sul rapporto tra Uomo e Mondo o dall’intuizione?

Sulla prima domanda, sono convinto che non esista una differenza sostanziale. Ovviamente dipende di cosa parliamo: se con “creatore” intendiamo la figura dell’artista un po’ pazzarello che delega al “colpo di genio” la sua maestria, e per filosofo intendiamo il riflettere meditabondo di fronte un bel paesaggio, devo rifiutare con forza entrambi gli stereotipi.

E questo dipende molto dalla mia formazione e dal metodo che mi sono scoperto a seguire: mi piace costruire mondi e dimensioni formati dalla tessitura di una fitta rete di rapporti, che nell’insieme formano il piano critico su cui lavoro di volta in volta.

Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

La convinzione che ci sia bisogno di ciò che sto scrivendo, curando, progettando, eccetera. Un bisogno indotto dalla voglia di far luce su un particolare tema, di far emergere una potenzialità inespressa, o semplicemente di far chiarezza su qualcosa.

Sono convinto che, parafrasando Emanuele Sbardella, l’obiettivo della critica, e di riflesso della curatela che per me è un modo di fare critica, debba essere innanzi tutto quello di fare chiarezza, anche se a volte si è costretti a giungere a nuovi dubbi.

La pittura e gli altri linguaggi tradizionali sono morti oppure possono ancora comunicare qualcosa sull’Uomo? Oppure soltanto l’arte digitale e i suoi derivati possono descrivere la realtà Contemporanea?

Non sono convinto che pittura o scultura, oppure la realtà contemporanea, siano da principio, più o meno adatti a descrivere questo o quello. Asger Jorn diceva che non esiste un’arte situazionista, ma un modo situazionista di fare arte. Credo che si possa sostituire la parola “situazionista” con “tradizionale” o “contemporaneo” mantenendo il senso della questione.

Ad esempio, analizziamo uno di quei tanti video di “rapid painting”, in cui viene mostrato a velocità accelerata la realizzazione di immagini decisamente realistiche con software di disegno come Photoshop. Per quanto rimanga meravigliato dalla capacità tecnica dell’autore, non credo che si possa parlare di un prodotto contemporaneo.

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