>°< PEJA Producing: 1972 e Las Vegas, in Art a part of Cult(ure)_

Il periodo che gravita attorno all’anno 1972 ha rappresentato una vera e propria svolta della storia dell’architettura contemporanea. Mai in quest’anno ad oggi, infatti, si sono addensati una così grande dimensione di eventi espositivi, editoriali, architettonici, artistici. Dallo scioglimento dell’Internazionale Situazionista, al dissolvimento degli ultimi moti legati al ’68, sino alla pubblicazione di testi come Le città invisibili di Italo Calvino, oppure come quella di Learning From las Vegas, di Steve Izenour, Denise Scott Brown e Robert Venturi. La sua recente ripubblicazione da parte di Quodlibet, casa editrice che sembra sempre più attenta a questo particolare periodo di passaggio, come anche il recente rintocco a morte del postmoderno suonato a più campane, rimette al centro del dibattito proprio quest’ultimo testo, facendo riflettere sulla reale portata che questo testo abbia avuto, ed abbia ancora oggi. La mia personale opinione è che solo oggi, Learning From Las Vegas, possa dare, in qualche modo il suo contributo, e che invece, al momento della sua prima stampa, non era null’altro che un rigurgito nichilista contro il moralismo imperante dei teorici dell’architettura moderna.

Non ho avuto modo di toccare il punto dell’influenza attuale di Learning From Las Vegas nel mio ultimo articolo per Art a Part of Cult(ure), ma ho comunque voluto affrontare il tema dell’impianto del testo e della sua influenza immediata. Potrete trovare l’articolo a questo link! Non mi resta che augurarvi, buona lettura!

 

 

 

 

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6 pensieri su “>°< PEJA Producing: 1972 e Las Vegas, in Art a part of Cult(ure)_

  1. Non sapevo di questa riedizione: ottima notizia!
    Credo che assieme a “Complessità e…” rappresenti uno dei testi critici fondamentali del XX secolo.
    Purtroppo, come si può vedere anche nelle recensioni pubblicate nello stesso sito della Quodlibet (http://www.quodlibet.it/schedap.php?id=1918) il testo viene scambiato per un’apologia del kitsch…un po’ come dire che “La galassia Gutenberg” di McLuhan parla di strategie pubblicitarie…
    Ma Venturi (per fortuna) non è Moore e la sua visione trasversale della storia dell’architettura (sfido chiunque a proporre il nome di un critico che – prima di Venturi – avesse anche solo minimamente pensato di inserire Las Vegas in uno dei suoi libri) lo porta ad essere profondamente innovativo ed attuale (come giustamente dice Emmanuele).
    Da appassionato di Venturi (chi ha visto il mio blog lo poteva indovinare facilmente) non posso far altro che consigliare la lettura.
    Viva Las Vegas!

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    1. Guarda, purtroppo la cosa che io ritengo più significativa, ossia il lavoro grafico, è mortificato dal formato Quodlibet. La ricerca di nuovi strumenti per “leggere” la città, allora confinati nelle sempiterne “campiture” colorate viene intaccato invece dalla percezione che si ha del contesto. Sul kitsch, mi trovo d’accordo con le recensioni però. Vuoi o non vuoi, alla fine dei conti, la sua è “anche” un’apologia del kitsch. Come lo è d’altra parte il suo approccio architettonico. E questo secondo me è imperdonabile riguardo la sua attività. Tanto è vero che la stessa Las Vegas, un decennio e passa dopo il testo di Venturi, ha cambiato sé stessa…
      Però non dobbiamo buttare il resto, errore che si fa spesso troppo facilmente!
      Un abbraccio caro mio…

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  2. Non sono d’accordo.
    Kitsch è qualcosa che si sovrappone “di peso” alla reale funzione dell’oggetto, spesso suggerendo significati del tutto estranei, oppure una decorazione esagerata e non necessaria. E proprio per questo considero Moore kitsch (senza per forza volere attribuirgli una valenza del tutto negativa).
    Invece il “manierismo” espresso da Venturi penso sia qualcosa di diverso dal kitsch (o almeno, nella maggior parte delle sue opere); credo che Venturi rappresenti una estensione dilatata del concetto “la forma segue la funzione”, perché se la forma è di per sè stessa denotazione della funzione, alterarne in maniera “esagerata” i contenuti espressivi definisce invece una connotazione che in tante opere moderne era assente.
    Così ad esempio la scala che non finisce in nulla della casa di sua madre in senso strettamente funzionale non ha significato, in senso connotativo diventa un elemento fondamentale dell’architettura, perchè sta a significare qualcosa di ulteriore, che la casa di per se non avrebbe potuto suggerire.
    E quindi credo che la ricerca di Venturi sia stata in qualche modo indirizzata a ricercare quei modi “comunicativi” che appartengono all’architettura, ma che spesso non vengono valorizzati. L’architettura è un fatto comunicativo e forse anche pubblicitario (tanto che gli edifici “da archistar” sono essi stessi pubblicità, oltre che edifici).
    Il “manierismo” forza volutamente la mano per mettere in risalto alcuni aspetti che altrimenti potrebbero venire “persi” oppure non riconosciuti, oppure riconosciuti ma in maniera poco incisiva.
    E quale esempio migliore di Las Vegas, in cui tutto è pubblicità e tutto è “autentico” (sebbene tutto sia “falso”) proprio perché non è legato in alcun modo a qualche pianificazione architettonica in senso stretto.
    Venturi con Las Vegas ha condotto lo stesso lavoro fatto da Caniggia per l’ediliza di base: indagare i modi spontanei della “comunicazione” possibile attraverso l’architettura.

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    1. Be’, Venturi è piuttosto esplicito! Addirittura in un’intervista uscita del libro afferma che il Kitsch avrebbe preso il posto delle megastrutture nella storia dell’architettura. Comunque credo che sia un problema di valutazione, perché di solito nell’ambiente culturale architettonico itailano (ed io non sfuggo a questa invariabile) la parola Kitsch viene affiancata a qualcosa di torbido e mistificatorio, mentre Venturi (ed in generale l’area culturale alla quale lui stesso appartiene) lo usa come sinonimo di un determinato gusto. Lui fa proprio l’esempio del Ceasar Hotel mi pare, come condizione di questo gusto. Comunque sia, se devo essere sincero, la parte che secondo me è maggiormente rappersentativa di Learning from las Vegas, qui si viene a perdere… Ed in malo modo! Le illustrazioni sono risicatissime, e le tavole sono sacrificate in maniera infame…

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  3. Consiglio di leggere evil Paradise di Mike Davis, Uno dei capitoli parla proprio del sentirsi a casa a Las Vegas e di quanto questa citta` sia l’unica citta` democratica Americana, dove tutti sono uguali di fronte ad un tavolo da gioco.

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