.:: Transarchitettura_ Verso una definizione (2/?)

 

Il 24 gennaio del 2008 proponevo in questo stesso blog un abbozzo di definizione per il termine transarchitettura, prendendo a spunto quanto Silvio D’Ascia suggeriva sul sito di mediamente, suggerendo che la transarchitettura sia

«un’idea, astratta ed immateriale, che vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione, per poi diventare reale e concreta nella costruzione. Oggi, i cosiddetti transarchitetti, gli architetti del virtuale, proiettano all’interno della realtà virtuale delle idee destinate a vivere solo nel cyberspazio».

Dell’inadeguatezza di tale definizione si è già discusso nel post su citato. Eppure alla luce degli sviluppi del pensiero architettonico, anche la mia contro proposta appare parziale. A cavallo tra i tardi anni ’80, ed i primi anni del nuovo millenno, si sono infatti sviluppati tutta una serie di progetti e proposte progettuali che esulano l’ambito dell’architettura virtuale, ma che comunque vivono e si nutrono di quella dimensione immaginifica in cui si forma l’immaginario collettivo. Una produzione straordinaria, soprattutto considerando la natura di questi lavori. L’uso del corsivo per i termini lavori, progetti, proposte, ed opere, è in questa sede d’obbligo, dato che qui si parla di opere che riguardano scenografie cinematografiche, ricostruzioni di città immaginarie o letterarie, utopie architettoniche, raccogliendo così l’intero ambito della rappresentazione dell’architettura. Paradossalmente, anche una prospettiva di un edificio, così come la proiezione di immagini sulla stessa creando così una “falsa prospettiva”, si può collocare all’interno della transarchitettura. L’esempio del Greenpix zero energy media wall project di Simone Giostra & Partners, oppure del Coro di Santa Maria presso San Satiro a Milano di Donato Bramante, non sono che due esempi a grandissima distanza contestuale di transarchitettura. Si rende quindi necessario prendere alcune precauzioni rispetto alla definizione tipologica di tali produzioni in ambiente virtuale, essendo cedute alla base le fondamenta per un tentativo categorizzazione esaustiva, almeno per quanto riguarda lo stato dell’arte del dibattito. D’altra parte, anche far riferimento ad una macro-categoria vasta come quella dell’architettura provoca dei disagi. Ma nonostante ciò, vi è un residuo della disciplina architettonica che è difficilmente trascurabile, ossia l’attitudine fortemente spaziale che questi lavori in ambiente virtuale possiedono.

Lo stesso prefisso trans indica un al di là dell’oggetto in questione. Un al di là dell’architettura che è possibile ricercare, come ci suggerisce Roberto Masiero nel binomio tra artefatto e naturale in un suo lungo articolo pubblicato su Arch’it intitolato TransArchitettura, ora. Per Masiero infatti «L’architettura è per propria natura artificio e ha come altro da sé il naturale. Va pensata quindi nella dialettica artificio/natura. Il suo “dentro” è l’artificiale; il suo “fuori” è il naturale». Ma in una modernità in cui il primo fattore ha letteralmente fagocitato il secondo, la dialettica tra artificio e natura non può essere più considerato come valida: in parole povere non vi è più alcun al di là nella natura, perché anche questa è entrata a far parte del dominio della creazione umana. «L’artificio non ha così niente altro che sé, non ha più un esterno, né un “al di là”. Detto in altri termini tutto è diventato architettura». Una situazione che viene ovviamente condivisa con l’artefice di tale artificio, nel momento in cui esso diviene parte della totalizzazione della tecnica, cioè diviene oggetto della tecnica e soggetto alla tecnica, aprendo così alla condizione transumana, di cui testi come Mutare o perire od Etica della scienza pura, entrambi di Riccardo Campa, danno un’interessante lettura.

Data questa affinità tra la transarchitettura e l’idea di una natura completamente antropizzata, è singolare che Roberto Terrosi, nel suo articolo Architettura atopica. L’esperienza dell’architettura olandese contemporanea, apparso nel numero 13 della rivista di estetica Àgalma, ponga l’accento su una particolare caratteristica del paesaggio olandese, ossia quella di essere completamente artificiali. Per Terrosi infatti, il sentire degli architetti formati in Olanda non può prescindere da questo dato. Un dato importante, dato che, se è pur vero che il termine transarchitettura è nato in contesto statunitense, è vero anche che è in Olanda ad aver avuto maggiori occasioni di approfondimento teorico e professionale. Basta citare quattro realtà su tutte: Kas Oosterhuis, con ONL studio, Maurice Nio, che con Lars Spuybroek fondò i NOX, e Ben van Berkel con il suo UNstudio. Da questo punto di vista può essere interessante il paragone con il padiglione nazionale dell’Olanda alla XI mostra internazionale di architettura, curato da Rietveld Landscape, studio creato e gestito da Ronald e Erik Rietveld, dal titolo Vacant NL, where architecture meets idea. Qui, un paesaggio sterminato, formato da piccoli plastici polimeri, riempie l’intero spazio del padiglione, sospeso su un reticolo metallico che può, forzando le interpretazioni, farsi metafora della grid che forma le fondamenta del cyberspazio. D’altronde, il carattere fortemente artefatto, falso, impossibile da credere, non rimanda forse ad una visione affine a quelle già viste in Second Life?

Foto di Guido Massantini
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10 pensieri su “.:: Transarchitettura_ Verso una definizione (2/?)

  1. In effetti come non ricordare il lavoro degli architetti rivoluzionari come Ledoux o Boullèè e la componente utopica dei loro progetti piuttosto che il lavoro dell’ “architetto scellerato” GB. Piranesi?
    Saluti Emanuele

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    1. Ciao Valerio,
      Verissimo! I loro lavori senz’altro sono stati tra i più influenti della storia dell’architettura. A ben pensarci, è forse ben più influente la stampa dei caratteri e principi dell’architettura di Vignola, che le sue stesse opere, sebbene esse siano state promosse dai più alti gradi della gerarchi ecclesiastica al tempo della ripresa del potere papale dopo il Sacco di Roma. Così ugualmente, gli architetti che hanno impiegato grande energia nella produzione e nella trasmissione di idee compositive, hanno finito con l’incidere in modo diretto e permanente sul dibattito…

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  2. Emma,
    ciò che trovo interessante della tua indagine è la ricerca sul concetto di trans.
    Da osservatore esterno, mi piace il tuo riferimento alla quinta prospettica del Bramante, ma non m’interessa trovare una stretta relazione con SL.
    Poiché l’avatar che cammina in SL è un uomo che vive e lavora in RL.
    L’uomo non si contamina, ma traspone contenuti in tutti i mondi che vive SL o RL.
    Invece m’interessa conoscere il tuo parere sull’estensioni dell’uomo offerte dall’era elettronica (per usare un termine caro a Mcluhan).
    Il momento in cui (a mio parere) il TRANS diventa familiare (non virtuale) ma oggetto d’uso.
    Provocazione: hai visto la gente provare l’ultima evoluzione dei giochi Wii nei centri commerciali?
    Non credi che l’idea trans (elettronica) sia ormai d’uso popolare (inconsapevolmente)?
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Ciao Salvatore,
      Bhé, sono felice che ti interessi questa linea di sviluppo.
      Per quanto riguarda il paragone con Second Life, a pensarci bene la prospettiva di Bramante è ad un livello più sotto se la mettiamo sul piano della percezione cognitiva: nel mondo ideale di Bramante ci si muove in un ché di bell’e dato, in maniera simile ai mondi virtuali. Ovviamente, l’intelligenza cognitiva del volgo milanese del tardissimo ‘400 è imparagonabile a quello di un uomo del nostro tempo, abituati come siamo ad avere stimoli dei più assurdi ed inimmaginabili. C’è chi parla di “saturazione cognitiva”, il che spiegherebbe alcuni malesseri legati all’esposizione nuda ad alcune situazioni. Non so se c’è una relazione tra Second Life e la prospettiva illosionistica, sicuramente entrambi fanno parte di un macrouniverso che è quello della rappresentazione, e di un microuniverso che è quella della rappresentazione architettonica. Se poi dobbiamo dire “Second Life” o “Architettura Virtuale”, non cambia molto. Second Life ha rappresentato una possibilità che i così detti “transarchitetti militanti” non hanno sfruttato, per più di un motivo, tra i quali, ed è inutile legarlo, l’incapacità di utilizzo del mezzo (in effetti il motore di modellazione di SL è molto diverso da quelli abitualmente utilizzato dagli architetti).
      Sulle estensioni e protesi: da bravo transumanista, sono molto interessato al fenomeno, ed è molto interessante osservare la progressione dei prodotti commerciali verso un futuro sempre più userfriendly. Dei dati dimostrano che le nuove console, che non necessitano di controller esterni, quindi di “periferiche”, di strumenti che mediano con il computer, sono molto apprezzati soprattutto dalle generazioni che hanno vissuto la prima ondata di piattaforme ludiche (come quella del primo Nintendo o della prima console SEGA). Anche se ovviamente l’industria ludica è molto indietro con lo stato dell’arte: quella militare sta sfornando prodotti incredibili, come aerei pilotabili senza l’ausilio delle mani. Gli strumenti commerciali come i tablet pc, che ad ora non permettono che un uso molto mediocre, hanno una grande importanza strategica in ciò: fanno abituare la gente ad utilizzi diversi del “device”. Senza dubbio la vera rivoluzione non è l’iPad, che detta tra noi non è nulla di che se non un limitato computer molto accattivante, ma saranno altre situazioni gestionali dei dati, come le periferiche ottiche, o i sistemi a controllo neuronale…
      Insomma, ci sarà da divertirsi! :)

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  3. Interessante
    aggiungo, forse per complicare l’interccio che il prefisso trans potrebbe alludere molto comodamente al concetto psicanalitico di transfer
    “Il transfert (o traslazione) è un meccanismo per il quale ogni individuo tende a spostare schemi di sentimenti e pensieri relativi a una relazione significante su una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale.”
    http://it.wikipedia.org/wiki/Transfert
    traslando la definizione come in una sciarada:
    “la transarchitettura è un meccanismo per la quale una forma espressiva architettonica tende a spostare schemi di sentimenti e pensieri relativi a una a una relazione significante su una architettura coinvolta in una relazione interattiva attuale”

    in ogni caso già un progetto (non ancora realizzato) è transarchitettura?

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    1. Ciao Qfwfq,
      la relazione che poni con la psicologia è senz’altro affascinante, e credo pure pertinente: dopotutto, se di “immaginario” dobbiamo parlare, senz’altro dalla psicologia possiamo attenderci una qualche risposta. Per quanto riguarda la “traslitterazione” semantica che proponi, forse è un po’ forzata, però dove c’è del fumo un po’ di arrosto potrebbe esserci sempre. Se vogliamo aprire una strada emotiva alla transarchitettura, mi viene in mente che ogni luogo della memoria in cui noi abbiamo locato dei beni simbolici può definirsi per il singolo una “transarchitettura”, per quanto comprendo bene che ciò significhi uno spostamento sul singolo troppo forte. Però mi vien da pensare che una rovina può descrivere bene ciò che proponi. Quindi la mia risposta potrebbe essere: “no”, non è stato progettato, però esiste ciò che descrivi! :)

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  4. Stavo riflettendo sul tuo articolo relativo alla transarchitettura, e ti invito a dare una letta ai racconti che scrissi nel 1995 sulle “humoral houses”, non per mero egocentrismo ;) (non ho nessuna velleità romanziera), considero questi racconti un progetto architettonico, dei disegni scritti che difficilmente avrei saputo tradurre diversamente.
    Credo però che ci possa essere una relazione tra la transarchitettura e la possibilità ormai (?quasi?) concreta della realizzazione di edifici che possono esternare le emozioni di chi li vive, questi potrebbero essere considerati TRANSARCHITETTURA?
    Riflettevo sull’opposizione tra reale e virtuale, e in qualche modo le Humoral Houses ne potrebbero essere una intersezione.

    PS: spero non ti sia beccato qualche manganellata.

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    1. Ciao Massimiliano!
      Bhé, senz’altro accetto il tuo invito, anche se (non ne sono sicuro) ma credo di averlo già letto… O sbaglio? Sulla relazione che poni, io credo che sia anzi una delle chiavi con cui leggere una “transarchitettura”. È innegabile che l’immaginario, se pur collettivo, se pur tecnologico, se pur condiviso, per rimanere tale (immaginario) debba contenere in sé delle esperienze, dei ricordi, dei vissuti che non possono non influire sull’emotività dei singoli. Sicuramente quindi una “humoral house” può considerarsi pienamente come Transarchitettura. Sull’opposizione tra reale e virtuale, come ti dicevo qualche giorno fa, non credo che sia la via da perseguire per tentare una definizione, ma non nego il fascino dell’analisi, che anzi in futuro riprenderò in mano (a dire il vero lo sto già facendo, ma per un progetto molto specifico…)
      A presto caro!
      PS: no, poi ho fatto il piccolo borghese a casa! :)

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