>°< PEJA Producing: Riappropriazione di memorie in Art a part of Cult(ure)_

Negli ultimi mesi la mia attenzione critica si è soffermata su un aspetto poco indagato dall’architettura: la rovina. Eppure, la saggistica di più di una disciplina si sta arricchendo di testi sull’argomento: da Rovine e macerie di Marc Augé, sino ad Estetica del rottame di Ave Appiano, sino a Vite di scarto di Zygmunt Bauman. L’unico contributo significativo all’argomento è di Franco Purini, che nel suo Comporre l’architettura, va a definire la rovina come una architettura a cui è stata sottratta utilitas e firmitas, presentandosi quindi come pura venustas. Un ampliamento dell’orizzonte viene offerto da Annunziata Maria Oteri, che nel suo Rovine. Visioni, teorie, restauri del rudere in architettura propone una prospettiva interessante, facendo vestire all’archeologo i panni dello psicanalista, caricando il rudere di memorie che solo una profonda regressione può far tornare alla luce. L’azione del restauratore può in qualche modo avvicinarsi ad una narrazione, il cui risultato è quello di far emergere, o preservare, tale memoria. Memoria che Oplà+, nel suo intervento a Santa Cristina in Gorgo, va a raccontare, e narrandola preservarla, con gli strumenti che gli sono più congeniali: impaginando visuali, tracciando percorsi, segnando limiti. Ci troviamo di fronte ad una serie di esperienze che dialogando con il luogo, “danno vita ad una sorta di futuro anteriore, (esperienze) che ciclicamente si ripropongono poiché da un lato soddisfano il nostro bisogno di continuità con il passato e dall’altro, attraverso le rovine, in fin dei conti, contempliamo il nostro futuro” (Oteri, p. 28)

Questo è l’argomento del mio terzo intervento Art a part of cult(ure), rintracciabile su questo link! Come sempre, non mi resta che augurarvi buona lettura!

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4 pensieri su “>°< PEJA Producing: Riappropriazione di memorie in Art a part of Cult(ure)_

  1. Come non ricordare la figura di Giovanbattista Piranesi e le sue “Rovine” e tutta la polemica scaturita in seno alla “crisi” dell’oggetto architettonico.
    fonte: Manferdo Tafuri, la Sfera e il Labirito

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