.:: L’evoluzione dell’architettura_

Il modello evolutivo darwiniano, può essere applicato allo sviluppo di forme e stili nell’architettura? Secondo Roberto De Rubertis sì, e questo suo Morfologie evolutive dell’architettura rappresenta un ottimo spunto di studio in tale direzione. Considerare i singoli morfemi di una architettura, o di un agglomerrato urbano, alla stregua di una genia sull’atto di preservarsi secondo il modello dawkinsniano, non solo non sarebbe errato dal punto di vista semantico, ma non lo sarebbe nemmeno dal punto di vista fattuale. Avvicinando forme a geni, tecniche costruttive a frammenti di DNA, si apre ad una nuova coscienza, capace di rivalutare quell’architettura spontanea, quell’architettura senza architetti, che spesso viene considerata nient’altro che un mero abuso. Tema questo, che de Rubertis stesso ha già affrontato in più di un’occasione, e che va a ricordare anche in questo suo ultimo libello: spesso, proprio dove viene a mancare una pianificazione territoriale dall’alto, dove una comunità mantiene l’opportunità di far crescere su se stesso un insediamento, seppur piccolo, è proprio quì che vi è la capacità di esprimere e preservare degli idiomi formali propri di una determinata cultura. È infatti spesso solo nella sedimentazione che nei secoli si è andata a formare, che tale comunità può esprimere il proprio desiderio abitativo, attraverso forme dissonanti, schiette, grevi, come nelle favelas di Bogotà, dove le successioni di edifici che fiancheggiano le strade, sembrano il frutto di disordine e improvvisazione e tuttavia lasciano trasparire un’indefinibile armonia figurativa. Un’omogeneità nascosta caratterizzata, ed in parte predeterminata dalla lottizzazione, dalle tecniche, dai materiali e dalle tradizioni costruttive, che nel tempo sono andate a selezionarsi in base alla loro efficacia e la loro capacità di adempiere adeguatamente allo scopo per cui sono nate. Ad esempio, sempre a Bogotà, tipico è il voladiso, piccolo sbalzo progressivo dei solai in facciata, che mostra il tentativo di racimolare più spazio possibile attraverso l’estensione in verticale di edifici appartenenti a singole famiglie che trovano il loro sostentamento con attività commerciali o artigianali sotto le proprie abitazioni. Nasce così una consuetudine, e da questa, una nuova coscienza figurativa capace di assecondare le proprie pulsioni.

Nuova coscienza descritta da Henri Bergson ne L’evoluzione Creatrice, del quale Perniola ne descrive i contenuti ne L’estetica del novecento: Il presente non è altro che il prolungamento del passato, il quale simile ad un’onda procede incessantemente verso il futuro. Tutto continuamente cambia, ma questo cambiamento non deve essere pensato come un passaggio da uno stato all’altro, ma come una transizione continua […] ad ogni momento si aggiunge qualcosa di nuovo, anzi qualcosa di originale e di imprevedibile.
Viene a mente la prescrizione di Constant, il quale prevedeva, nella descrizione della sua New babylon,  la realizzazione di una utopia per la quale ogni uomo sarebbe stato libero di costruire il proprio habitat secondo le proprie pulsioni ed il proprio istinto di conservazione.

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10 pensieri su “.:: L’evoluzione dell’architettura_

  1. Comincio a credere che questo sia uno dei pochi punti fermi della critica contemporanea e moderna. In fondo, la teoria di una architettura che evolve e si adatta ai luoghi era ben chiara anche a bruno zevi oltre mezzo secolo fa. é pur vero che molti autori si sono divertiti a sottolineare i contrasti e le negazioni con le epoche architettoniche precedenti, ma la storia è finita poi per inglobarli tutti in un percorso organico (direi nessuno escluso) magari catalogandoli come “cancri” benigni, potremmo dire mutazioni genetiche favorevoli all’evoluzione.
    Non sono altrettanto convinto dei distinguo fatti sulle grandi architetture e sull’architettura spontanea. Un mio prof. si è cimentato nell’impresa di attribuire valore al fare abusivo anche con convincenti risultati. Quando, però, il tentativo è quello di farne una lettura evolutiva autonoma, beh, mi trovo meno daccordo. Sarebbe come pretendere di studiare l’evoluzione dell’uomo o solo analizzando l’espansione della scatola cranica o solo la nascita del pollice opponibile. Dico questo perchè non è raro che venga tirato in ballo il borgo autocostruito quando si tratta di focalizzare l’attenzione sui passaggi e i cambiamenti. Un giochetto che comincia per la facilità con cui si individuano gli elementi e termina spesso con un’implicita attribuzione di valore che il più delle volte lascia il tempo che trova. I Voladiso sono una crescita (senza valore) o un’evoluzione (con valore)? e le verande in alluminio anodizzato color oro delle nostre città sono una crescita o un’evoluzione? Fermo restando che entrambi sono episodi cronologici successivi, il solo posizionamento nel tempo non li valorizza. è tutta questione di capire cosa intendiamo per valore e dubito si risolva con “un’indefinibile armonia figurativa”.

    a presto mbare

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    1. Caro Carmelo,
      Bhé, Bruno Zevi non credo che sarebbe molto d’accordo con questo tipo di analisi: lui credeva delle cesure dure, una storia dell’architettura di eventi fondativi stagliati su un tessuto narrativo che resta il fondo. Fondamentalmente Zevi mi trova molto d’accordo: ci sono degli eventi di rottura, ma questi non sono mai architettonici: immagino la seconda guerra mondiale, la caduta di Roma, l’avvento delle nazioni, la diffusione dei mezzi di trasporto meccanici, a cui gli architetti dovevano di volta in volta dere delle risposte. Ma questi si contano sulla punta delle dita: il resto è manierismo. Ed il manierismo è fondamentalmente ciò che da valore alle avanguardie, e quindi hanno un valore cardine. Tornando sulle forme di analisi delle architetture spontanee, abusive, bidonville, chiamiamole come vogliamo, senz’altro mi trovi d’accordo. Da queste è però possibile trovare alcuni archetipi ricorrenti di un determinato modo di vivere. Non scordiamoci che tutta l’architettura medievale (se escludiamo le sedi dei vari poteri), era in qualche modo considerabile “abusiva”, o per lo meno spontanea. Però certo, capisco ciò che dici riguardo l’affidamento di qualità a prodotti di un certo tipo di attività. Però determinate analisi hanno un fine strumentale, non sono autoriferite: come intervenire in una comunità che è radicata in un certo modo di vivere, con le proprie abitudini e le proprie idiosincrasie? I casi delle varie unità d’abitazione realizzate per sfoltire le favelas sono emblematici: le comunità hanno sempre rifiutato dei cambiamenti così drastici. Allora? Come agire? È importante, al fine di costruire ragionate ingegnerie sociali e non la soluzione ad ogni problema, capire il perché di certe scelte che attua la comunità rispetto alle possibile altre. Come, sì, è fondamentale capire l’evoluzione del pollice opponibile, nel caso volessimo tentare il prossimo salto di specie… :)
      O no?
      A presto amico, un abbraccio

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  2. Buonasera

    Ho letto molto piacevolmente e scorrevolmente il suo articolo.
    Una volta partecipai ad una con-ferenza dell’esimio Professor Roberto de Rubertis il quale, de-scriveva un concetto a me molto caro e ri-corrente: il meme.
    Sarei lieto di sentire il suo giu-dizio riguardo a tal fal fatto in un panaromana architettonico ormai stanco, co(r)rotto e *abile.

    In ansia nell’attesa di una sua risposta le porgo

    I miei più cari saluti

    Johnny A.

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    1. Carissimo prof Antani!
      Sono felice di leggerla qui…
      Tornando a noi, ed alla nozione di meme: questa è secondo me un tema che può definirsi cardine dell’architettura regionalista, non come intesa da Frampton ovviamente. Mi piacerebbe dire che l’architettura classicalmente intesa nasce dall’infatuazione di alcuni meme, piuttosto che di archetipi, come certa letteratura vorrebbe far credere. Lo stesso Norberg-Schulz, nella sua lettura, avrebbe ricondotto i suoi studi alla memetica, piuttosto che al panteismo, se fosse vissuto nella nostra decade. L’architettura contemporanea pare prestare poca attenzione a queste problematiche: il postmoderno, dietro la sua ultima maschera, la “comunicazione”. E così il paradigma globale si estende alla produzione di forme personali e sempre nuove, ma sempre ripetibili…
      Grazie per la visita caro prof.!

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    1. Carissimo Salvatore,
      Il perché della prefazione ha tante risposte e nessuna da sola è esaustiva: dall’effettiva relazione tra due intellettuali, alla possibilità di portare avanti insieme una ricerca in comune, fino alla necessità di avere un numero prefissato di pubblicazioni. Per il libro: è interessante, se ti capita leggilo!
      Un abbraccio, ciao

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