>°< PEJA Producing: Spazi Residuali in Art a part of Cult(ure)_

È con un pizzico di orgoglio che ho il piacere di presentare il mio esordio in Art a part of cult(ure), webzine di critica contemporanea curata dal trio Raffaella Losapio, Isabella Moroni, Giampaola Marongiu e, last but not least Barbara Martusciello. È a quest’ultima che va un mio speciale ringraziamento per avermi messo nuovamente alla prova.

Ma per tornare al mio intervento, intenzione dichiarata è quella di gettare una luce trasversale su alcune delle nozioni che approfondendo in questi mesi, e più specificatamente quella del paesaggio come sguardo e quello della rovina come pura venustas. Entrambi sono tra i temi che ho avuto modo di affrontare sia in questo blog, che al di fuori di esso, e su cui spero di potermi concentrare in futuro. Più in particolare, riferendomi agli ultimi lavori di Giacomo Costa della serie dei Gardens, mia intenzione è quella tracciare un parallelo con il Terzo paesaggio di Clément a cui va a contrapporsi la visione di Terzo paesaggio che Fabio Fornasari pone nel suo progetto in Second Life di LucaniaLab: se il primo lascia che un paesaggio antropizzato in rovina venga riportato drammaticamente al dominio della natura, il secondo fa intendere questa riappropriazione diluendo elementi antropici in elementi organici, come se la materia sintetica fosse in grado di decomporsi. In realtà però, in Costa lascia in sospeso il processo di terramorfing a cui il paesaggio è costretto, ed anzi sembra che infrastrutture e colossi di cemento siano marcatamente separati da arbusti e piantaggioni. Al contrario, Fabio Fornasari accetta la compiutezza di questa dissoluzione, liquefando i confini tra i due regni ormai riconciliati, in un curioso cyberpunk che invece di infettare carni e corrodere metalli fa acquisire al dominio vegetale una vita quasi senziente.

Potrete trovare il mio scritto a questo link. Ovviamente sento il bisogno di un dibattito attorno a questi temi il cui sviluppo è ancora acerbo, e convinto come sono che uno scambio di opinioni sia il modo migliore per acquisire esperienza, non posso che chiedere la vostra, sia in questa sede, che nel sito di Artapartofcult(ure). Bene, non posso che terminare augurandovi, buona lettura.

arte contemporanea
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17 pensieri su “>°< PEJA Producing: Spazi Residuali in Art a part of Cult(ure)_

  1. Emma,
    aggiungerei il recente sviluppo delle idee di Gilles Clèment ‘I giardini di resistenza’ dove l’insieme degli spazi pubblici e privati contribuiscono, senza l’azione politica, a preservare il comune giardino planetario. Invece del principio di concorrenza si parla di divisione e incremento delle conoscenze tra i diversi attori della terra.
    Link: http://www.gillesclement.com/cat-jardinresistance-tit-Les-Jardins-de-resistance
    Io credo che sia venuto il momento di demolire due luoghi comuni del pensiero contemporaneo: il ‘non luogo’ (Marc Augé) e la ‘società liquida’ (Zygmunt Bauman).
    Poiché in qualsiasi luogo vi è vita e l’uomo vive luoghi solidi ‘per natura mai uguali’ l’omologazione liquida temuta dal filosofo polacco, è sempre metabolizzata dal paesaggio (anche quello virtuale).
    Consentimi una divagazione vorrei ricordare un’architettura mai realizzata (forse un po’ brutale) di Maurizio Sacripanti il teatro Comunale di Cagliari (1964) dove attraverso congegni meccanici prevedeva la possibilità di un teatro che potesse cambiare non solo nella scena ma anche in platea attraverso pavimenti e soffitti mobili. Sacripanti era ossessionato dall’idea di un’architettura in movimento.
    Vorrei ritornare a Gilles Clèment e alla sua idea di ‘giardino in movimento’, poiché qui i due concetti si elidono, il primo è sempre dovuto a un’azione ‘intellettuale’ il secondo al non ‘fare’.
    Ritornando al tuo scritto in Fabio Fornasari ritrovo tracce dell’architettura di Sacripanti (piccola nota lo spazio di Fornasari non è svuotato dall’uomo, possiamo dire che è diversamente fruito, digitalizzato, inteso nella sua logica di digitare) nel movimento ‘intellettuale’ in Giacomo Costa l’abbandono ‘vivo’ auspicato da Clèment.
    L’uomo nel primo è attivo nel secondo è passivo.
    Il primo è architettura, il secondo il suo inverso.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Caro Salvatore,
      dalle letture di Gilles Clément mi è parso di capire che molti sono i temi che tornano e ritornano di continuo su diverse nozioni chiave: ad esempio, l’azione e l’inazione politica, la moltiplicazione degli attori, la fusione e la sfumatura di confini, l’azione del “giardino planetario” (che in Gilles Clément coincide con la biosfera, quindi con Gaia)…
      Per quanto riguarda Marc Augé e Zygmunt Bauman (che non sono filosofi: il primo è un antropologo il secondo un sociologo), io condivido pienamente i timori dei due personaggi: dobbiamo pensare che il loro pensiero si pone in un contesto molto diverso dal nostro, che è prettamente quello colonialista angloamericano di ritorno. Insomma, vi è uno stralcio di Baudrillard nelle loro tesi senz’altro, anche se troppo “romantiche” rispetto al prototipo francese.
      Su Sacripanti, è incredibile come quest’architetto quasi dimenticato dai critici sia in questi ultimissimi anni (nell’ordine di due-tre) stato oggetto di tanti studi e ricerche. Soprattutto considerando che in fondo era un architetto che ha alternato fasi estremamente tradizionaliste, ad altre incredibilmente esaltanti, lodate perfino da uno che non era proprio tenero, come Zevi. Fose il non-fare si può avvicinare anche all’architetto Sacripanti in fondo, e questo lo si legge anche nei suoi schizzi utopici: l’inattuabilità, e l’inoperabilità che costringono in qualche modo a fermentare le idee in altri suoli. Voglio informarmi sul teatro di Cagliari che citi, non ne sapevo molto!
      Sulla tua nota, una precisazione: con l’espressione “svuotato dall’uomo”, avevo l’intenzione di indicare un duplice movimento: da una parte un’azione svuotatrice apportata da un uomo, dall’altra il luogo svuotato esclude l’uomo svuotatore. Vi è presente, ma solo come dissoluzione di se nel paesaggio. L’uomo non ha più ipmortanza che un ramo, un parterre, un segno grafico, una crepa… Vi è dissolto, perdendo la sua unità, ma facendo parte di un tutto più grande…
      A presto, un abbraccio

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  2. Un grazie non solo per la citazione ma per l’attenzione e per l’applicazione del tuo pensiero al mio lavoro. Pure a Salvatore in particolare per l’invito a demolire se non già le teorie dei due Maestri del pensiero contemporaneo le applicazioni riduttive e stereotipate che non aiutano a pensare le cose per quello che sono.
    Lucania Lab non è un posto speciale. Non è un luogo che appartiene al mondo di una fantasy architettonica. E’ un luogo che lavora per sovrapposizione di “immagini”. “Immagini” non necessariamente visive, immagini che ci portiamo dietro che spaziano dall’architettura all’archeologia, dalla illustrazione scientifica alle immagini letterarie, il tutto tenuto insieme da una certa idea natura. Lucania Lab non è reale ma verosimile.
    A proposito di Clement e quindi della necessità di avere dei maestri, avete mai letto Gozzano, le epistole entomologiche?

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    1. —> Fabio,
      avevo letto Gozzano (circa 13 anni fa), non ricordavo le’ epistole entomologiche’ nel pomeriggio sono ritornato nella mia biblioteca ‘casa’.
      A proposito di ‘Farfalle’ Marziano Guglielminetti dice: «Il ritorno alla natura , che Gozzano, professa vorrebbe superare d’un balzo simile impasse. Infatti, se “Natura”, al limite, è una parola come “Patria”, come “Dio”, come “umanità”, si lascia però, la differenza delle altre, “chiudere in versi” senza opporre resistenze ideologiche troppo forti. Ritorno alla Natura, significa, in ultima analisi, ritorno alla letteratura, ovvero rinnovata fiducia nel potere conoscitivo e rappresentativo della letteratura». (Tutte e poesie di Guido Gozzano, Meridiani).
      Tralascio Gozzano per parlare delle poesie metasemantiche di Fosco Maraini, dove non vi è più la ricerca di un suono linguistico per comporre la poesia ma: «[…] avviene proprio il contrario. Proponi dei suoni ed attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla» (Fosco Maraini, Gnosi delle Fànfole).
      Parafrasandoti:
      Maraini (poeta, scrittore nonché eccellente fotografo) evita la ‘fantasy poetica’ per reinventare una poetica che lavora per ‘sovrapposizioni di suoni’.
      La sua poesia non è poesia ma poesia verosimile:«Via Veneto
      Il Trònfero s’ammalvola in verbizie/incanticando sbèrboli giocaci,/sbramìna con solènnidi e vulpizie/tra i tavoli e gli ortèdoni fugaci».
      Possiamo parlare di architettura metasematica?
      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

      P.S.: Due domande a margine:
      la natura di Lucania Lab si auto sviluppa?
      ci sono luoghi non creati dagli avatar (nati spontaneamente)?

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      1. Non avendo argomenti ne le energie per replicare alla prima parte del tuo commento, prometto che lo riprenderò appena sarò più lucido (troppe risposte la stessa sera). Posso però ragionare sulle tue domande a margine, che sono parecchio pertinenti. Ragioniamo sulla questione dello strumento tecnico Second Life: in SL un luogo esiste soltanto se qualcuno li acquista, acquista la sua esistenza in parole povere. Lui può decidere se il solo proprietario di un lotto può costruire-modificare il terreno, oppure anche altri possono farlo. Ci sono anche delle aree in cui un avatar qualunque può porre i suoi oggetti, chiamate Sandbox, che sono usate per lo più per costruire degli oggetti poi da portare altrove. Però anche in questo caso si può dire che sono costruiti da Avatar… In senso stretto, diciamo che non vi sono aree non volute dagli avatar. Possiamo però allargare la questione, al fatto che esistono delle aree d’ombra, create dalla distrazione o da bug locali, che potrebbero essere riassorbiti in un terzo-paesaggismo molto labile nella definizione, ma le mie poche ore di sonno non mi permettono di meglio… :)
        A presto, ciao

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    2. Caro Fabio,
      Bhè, non devi ringraziarmi se ho scelto di interessarmi al tuo lavoro, bensì io dovrei ringraziare te per il supporto logistico, in immagini ed in “chiacchere”…
      Su Gozzano, me lo hai citato… Ed è la seconda volta mi hai incuriosito… Devo rimediarlo!
      A presto carissimo

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  3. Sai, stavo anch’io riflettendo sul ruolo che può avere la “rovina” in architettura.
    Sto mettendo giù in sacco di appunti sulla questione (lo sai che sono prolisso).
    Il lavoro di Costa è molto interessante: in fondo sono convinto che “rovina” non sia solo l’architettura “vecchia e non più utilizzata dall’uomo”; in un certo sensa “rovina” è anche tutta quell’architettura “non utilizzabile” o “male utilizzabile” e quindi ivi comprese Le Vele di Scampia o la casa di Eisenman col pilastro in mezzo alla stanza da letto. Sono tutte quelle architetture che possono essere lasciate lì come sono e diventare “scultura” (oggetto artistico da pura venustas appunto) oppure in qualche modo assimilate e trasformate per ridiventare vivibili (i fiori di Costa appunto).
    L’intervento antropico o “naturale” attorno a questi oggetti è molto interessante: probabilmente anche il restauro ed il recupero si inseriscono in questa accezione (anzichè demolire e ricostruire ex novo si preferisce “trasformare” qualcosa).
    Mi piace molto: “Al contrario, Fabio Fornasari accetta la compiutezza di questa dissoluzione, liquefando i confini tra i due regni ormai riconciliati, in un curioso cyberpunk che invece di infettare carni e corrodere metalli fa acquisire al dominio vegetale una vita quasi senziente.”
    Trovo molto interessante il fatto che – partendo noi due da punti di vista tanto diversi – ci troviamo a pensare le stesse cose (vedi il mio http://arching.wordpress.com/2009/03/13/il-sonno-della-ragione-genera-mostri).
    Devo peroprio ricrearmi un avatar per tornare su SL e visitare il bel lavoro di Fornasari…
    Ciao

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    1. Caro Matteo, ben venga dilungarsi se l’argomento merita! Anzi, credo che la riflessione sulle rovine meriti di aver luogo proprio in quelle coincidenze storiche di grande cambiamento, e quindi dismissione. Ed in un certo senso è stato sempre così: dal rinascimento alla nascita della classicità greca, la rovina è sempre stato il “motore” di un avvio. La modernità non sfugge a questo termine, basti pensare al romanticismo, in cui la “rovina” viene fatta rivivere come ripensamento del nuovo… Sul tuo Tetsuo: assolutamente pertinente! Anzi!!! E soprattutto, fammi sapere quando vuoi farti un giretto su SL, che così ti ci accompagno…
      Un saluto, a presto

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