.:: Manierismo cosciente_

Nella sua Storia dell’architettura moderna, Bruno Zevi da un’insolita importanza a quello che definisce manierismo moderno, le cui opere esplorano infatti il linguaggio dei maestri, lo applicano in cornici più vaste, ne intrecciano gli etimi con incisività e coraggio. Tra maestri e successori viene a crearsi un rapporto simile a quello instaurato in scienza tra ricerca pura e ricerca applicata, dove la prima ha come obiettivo primario l’avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica dei vari processi, mentre la seconda è svolta allo scopo di trovare un utilizzo e lo sfruttamento dei risultati della prima a fini pratici. Non si fa quindi un torto se, per parlare dello Zamet Sports Center di Rijeka, edificio ibrido realizzato dal collettivo croato 3LHD, si parla in questa sede di maniera. Una maniera ricca di riferimenti e suggestioni che dimostra un’invidiabile padronanza del lessico contemporaneo: dall’utilizzo di profili ad U in vetro opaco, tanto caro a Steven Holl, passando per il disegno della pelle del rivestimento esterno, rigorosamente in piastrelle
di ceramica progettate dallo stesso studio e per la cui produzione si è resa necessaria l’ormai inmancabile produzione in serie numerica degli elementi, per finire con la composizione dei volumi ricavati da piani avvolgenti, tutto converge verso una consapevole appartenenza ad una dimensione culturale ormai rodata.

Ma più che i legami di parentela che quest’opera stringe con il proprio tempo, il vero merito del progetto è l’uso strumentale che viene fatto della citazione, piegata alle necessità contingenti, piuttosto che innalzandola a semplice tributo. Situato in un lotto di difficile gestione sia dal punto di vista planimetrico, chiuso com’è da due strade con una differenza di quota di circa 7 metri, che dal punto di vista urbanistico, inserendosi come cerniera tra un edificio scolastico ed una importante area verde, lo Zamet Center sfrutta i vincoli in occasioni progettuali. La matrice formale stessa deriva da una divisione e ricollocazione delle funzioni in striscie parallele, disposte in senso Nord- Sud, che vanno a formare volumi e collegamenti pedonali tramite un’intera collezione di larghe scalinate (che per numero e dimensione si prestano a diversi usi), sfruttando la differenza di quota per creare una piazza ricavata in un invaso urbano ben equilibrato. Chiusa ad Est dal corpo del campo di gioco, tale piazza diventa un’occasione di riqualificazione urbana, oltre luogo di incontro ed attraversamento, ricollocando così il progetto nella tradizione degli edifici di pottere europei, fulcro della vita urbana. In tal senso, appare profetica l’affermazione di Johan Huizinga quando nel 1939 in L’Homo Ludens affermava che le cattedrali del futuro saranno i luoghi deputati al gioco ed allo sport. Cattedrale che, in questo caso, fa a meno della solennità spesso associata all’immagine del tempio del corpo, per abbracciare piuttosto un aspetto di accogliente informalità. Stesso clima che attende i fruitori degli spazi interni, di cui il campo di gioco si presenta come il più importante. La volumetria esterna di questo corpo, che si presenta assai massiva dalla strada tangente il lotto, non è qui percepibile, se non nel solaio, dove le varie altezze dei piani formanti il volume permettono di avere una luce naturale diffusa. Accortezza questa che viene comunque nascosta da lame di legno che hanno la funzione di evitare l’abbagliamento e di livellare percettivamente l’interno della sala, che quindi mostra con orgoglio i suoi 55 metri di luce libera. La grande dimensione di questo ambiente, che ne permette i più vari usi, è da mettere in correlazione con gli spazi più minuti delle gallerie che corrono sopra gli spalti, che permettono una più intima fruizione, riproponendo in qualche modo l’arcipelago di spazi minori di attraversamento, che gravitano attorno la piazza d’ingresso. Nella volontà di affiancare diverse situazioni ambientali ed emotive, non si può che leggere un forte senso civico di cui questa architettura è carica. D’altronde, non sono gli stessi 3LHD, come affermano nel loro sito, a voler esplorare nuove possibilità di interazione tra architettura, società ed indiviui?

11 pensieri su “.:: Manierismo cosciente_

    1. Caro Valerio,
      bhè, credo che sia più che contemplata un’ascendenza Kahniana: sicuramente tu ti riferisci all’aspetto massiccio ed opulento, da vera “fortezza”, quale Kahn era abituato ed avezzo. Ad ogni modo, quale grande manierista della prima metà del secolo, un tributo a Kahn, per dei “veri” manieristi, sarebbe il minimo da aspettarsi… :)
      A presto caro

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  1. A mio parere, più che la ricerca sulla forma, è interessante lo studio sul rapporto interno/esterno (anche questo tipico del “moderno), con le aree pedonabili che diventano parte della copertura; allo stesso modo l’importanza data ai percorsi (interni ed esterni) determinala volontà di rendere l’intero apparato un complesso integrato.
    Il pattern sul pavimento è gradevole, sul resto diventa un pò stucchevole…
    Ciao

    Matteo

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    1. Caro Matteo,
      credo che l’edificio nel suo complesso e nella sua coerenza possa definirsi interessante: la ricerca sui percorsi emerge in tutta la sua forza, ed è il cardine della sua relazione con un lotto che è tra i più aspri cui un architetto possa trovarsi (grande concentrazione di funzioni forti, altitudine notevole, strade ad alto scorrimento nei dintorni, ect). Secondo me è notevola anche la soluzione tecnica di incassare la struttura della copertura del campo di gioco nell’intradosso della copertura, così da ricavare delle gallerie, e creare un filtro per la luce diretta, sfumandola e evitando possibili abbagli, pur sempre lasciando la possibilità di illuminazione naturale. Sul pattern, non saprei dirti, a me non dispiace, anche se non è certo dei più felici, ha la sua dignità! :)
      A presto carissimo, ciao

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  2. Non so se è l’età, sicuramente l’allenamento negli anni a guardare oltre, lasciarsi contaminare dalle percezioni e attendere qualche secondo in più prima di parlare… e non conosco 3lhd, non ho ancora letto quanto dici… guardo solo le immagini (come i bambini) e io non ci vedo artifici, nuvole, eccessi… vedo gente, spazi veri, accoglienti, suggestivi, sensibilità civica… e quindi buona architettura.

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    1. Caro Marco,
      ti consiglio di approfondire! In tutte le loro architetture, almeno quelle che ho visto fin ora, ci sono sempre, alberi, nuvole, gente, bambini, che usano gli spazi, che ci giocano, contaminano esperienze e si lasciano contaminare. Questo è il recupero dell’architettura, in senso rinascimentale ed europeo, senza scadere nello storicismo di stile. Ed è qualcosa di cui auspico realmente l’elaborazione!
      A presto carissimi!

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  3. Peja,
    vorrei parlare di Johan Huizinga e la scrittura citandoti un passo dal libro da te evidenziato: «Mentre cedo la mia opera al pubblico, mi sorge il timore che molti, nonostante tutto il lavoro che sostanzia, la stimeranno un’improvvisazione insufficientemente documentata. È ormai destino di chi vuol trattare problemi culturali, di doversi arrischiare su diversi terreni che non conosce a fondo. Supplire prima a tutte le mancanze del mio sapere era escluso per me, e me la sono sbrigata rispondendo di ogni dettaglio per mezzo di un rimando. Per me si trattava di scrivere o non scrivere. E di una cosa che mi stava molto a cuore. Perciò ho scritto».
    Homo ludens su edito nel 1939, in questo libro c’è una straordinaria intuizione il gioco si sviluppa prima del concetto di cultura.
    Riflettendo ‘lateralmente’:
    il ‘gioco’ è la principale base economica del ‘Web’. Ogni pagina Web è un gioco vi è sempre una manina che va alla caccia dei link;
    il ‘gioco’ è l’elemento essenziale dell’architettura sia inteso nel suo senso più classico ‘composizione’ di elementi (l’atto del comporre è gioco) sia in senso olistico (il tutto e non le parti devono essere modellate: modello significa formare, fare implica un gioco sapiente);
    ogni ‘gioco’ è lotta di persone o gruppi contrapposti, che hanno in comune solo le regole. Il gioco non è dialogico, eccetto rari casi di parità, c’è sempre un vincitore;
    ogni ‘gioco‘ è una sfida. La sfida implica una crescita continua.
    Non voglio fare l’apologia del gioco poiché il gioco è guerra, Huizinga conclude il suo capitolo intitolato appunto ‘Gioco e guerra’, in questo modo: È in questo campo (ndr gioco e guerra) soprattutto che mi si è rilevato l’intimo rapporto fra cultura e gioco».
    Johan Huizinga confinato dai nazisti morì nel 1945.
    Più che un commento questa volta vorrei lasciarti delle considerazioni.
    L’ultima se ci permetti è su Vittorio Gregotti che nel suo recente libro critica la contemporaneità poiché è avvilita dalla multidisciplinarietà, ti rimando alla citazione iniziale.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: dimenticavo gli 3LHD hanno capito il senso dell’architettura cioè la sua essenziale doppiezza la percorribilità e il servizio.

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  4. Caro Salvatore,
    Homo ludens è un testo che ad ogni consultazione mi sorprende sempre: sia che lo si legge dall’inizio alla fine, che dalla fine all’inizio, che da metà alla fine ed all’inizio, all’incontrario e di traverso, offre spunti incredibili, soprattutto pensando alla data di stesura del testo! Tra l’altro, è interessante, riallacciandomi al tuo discorso, notare come il gioco sia soprattutto sinonimo di “porre limiti”, fissare paletti, circoscrivere un’area di azione. In questo senso, possiamo scomodare Heidegger, quando dice che si è liberi solamente in un recinto. Da questo punto di vista, mi piace citare l’esercitazione che il prof con cui collaboro, Fabio Quici, ha elaborato per i suoi studenti del corso di Disegno dell’architettura. Molto importante qui capire che si tratta di Disegno, e non Composizione, quindi come attraverso gli strumenti del Disengo architettonico, si possa giungere a determinati risultati. In parole povere, le esercitazioni (sono circa una decina) si svolgono dando un tema compositivo allo studente, tutti più o meno ricercanti un’equilibrio compositivo, fissando come regole del gioco dei limiti restrittivi, come ad esempio:
    Costruire una composizione equilibrata (tema compositivo), attraverso l’uso di segmenti orizzontali e verticali liberi e tra loro correlati (regole del gioco). Entro queste regole gli studenti possono procedere come vogliono per arrivare ad una composizione equilibrata. In questo senso il Quici stimola a “giocare” nel vero senso della parola i propri studenti… Anche se debbo dire che non tutti e non sempre lo capiscono… Poi vabbé, mi citi Gregotti dopo aver citato Huizinga: già citato insieme ad altri suoi simili non ci fa una bella figura, davanti il gigante olandese proprio sparisce…

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  5. In effetti, l’apice dell’arte italiana non è stato toccato né nel 400, in cui il linguaggio era ancora in formazione, né nel 600, in cui si ‘copriva’ l’evidente crisi sociopolitica ed economicoculturale italiana con ‘effetti speciali’ scenografici.

    L’apice è il 500. Ma il termine manierismo non mi garba. Coniamo -a dispetto degli odiati postmodernisti- il termine ‘Modernità matura’? :)

    Adonai

    Apo

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    1. Caro Apolide,
      quanto sono d’accordo! Il 400 è ancora molto germinale, e le sperimentazioni ancora soffrono lo scarto tecnologico che verrà superato solo dopo un secolo. Per quanto C’è da dire che i grandi geni del 400, sono insuperabili: Brunnelleschi e la sua cupola (ma non solo), così come Leon Battista Alberti ed i suoi lavori per i Malatesta… È difficile stabilire un primato in realtà, però è certa una cosa: noi viviamo il 400 ed il 600 in appannaggio del manierismo, e questo è un fatto! Modernità matura? Assolutamente intercetta i miei favori!
      A presto carissimo, un abbraccio

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