.:: Sciogliersi nel paesaggio_

Tentare di avvicinarsi criticamente ad uno dei lavori di  Oplà+, senza ripercorrere l’intera produzione del gruppo veneto, potrebbe condurre a facili fraintendimenti. Del resto, una lettura complessiva risulta difficile anche ripercorrendo il sentiero tracciato, osservando l’intero campionario delle opere prodotte. Per prima cosa occorrerebbe superare la tentazione critica di inserire tale lavoro in una cornice neo-minimalista o neo-situazionista, così come sarebbe fortemente errato parlare di land art o pubblic art, sebbene si possano facilmente trovare i germi di ognuna di queste quattro categorie, ed anzi è forse proprio questa permanenza a trarre in inganno. In effetti, la lettura di Robert Morris che pone un nuovo limite della scultura minimalista secondo cui  essa non appartenere né alla dimensione dell’oggetto né a quella del monumento, può appartenere anche al lavoro di Oplà+, così come molte delle nozioni messe in campo dai situazionisti. Infine, la dimensione pubblica ed il radicamento che le opere mantengono tradiscono la vicinanza con le ultime due categorie citate. Una lettura di questo tipo costringerebbe infatti tale produzione in un perimetro ben delimitato di esperienze ormai storicizzate. Ma questo fraintendimento può essere facilmente esorcizzato riposizionando la lettura delle opere di Oplà+ nella fruizione delle stesse ed ignorando aspetti puramente compositivi, ricollocando nel momento fruitivo le prime suggestioni avute. Se per esempio Morris parla di nuovo limite della scultura minimalista facendo riferimento alla scala degli interventi, lo fa solo per avvicinare la produzioni alla dimensione del corpo umano, ridefinendo quindi la percezione dell’opera in termini di ricezioni ed arrivando quindi ad una nuova libertà. Nuova libertà che può emergere solo se, per l’appunto, spostiamo il centro dell’attenzione dall’esterno dell’opera, scalfendo la sua superficie ed il suo perimetro, compenetrando la sua stereometria: la fruizione non avviene se non attraversando il limite sottile che delimita il fuori ed il dentro dell’opera, tanto da poter fissare nella nozione di margine uno dei momenti fondanti dell’intero lavoro degli Oplà+. Il parallelismo con il minimalismo si può dire esaurito una volta superato tale margine, oltre il quale si entra a contatto in linea diretta con una realtà, esposta per ciò che é, cruda ed accuratamente elaborata nei suoi dettagli per come si presenta. Ciò che vedi è ciò che vedi, tanto per citare Richard Serra, e ciò che si vede non è altro che un paesaggio appiattito sulle dimensioni di una cornice volutamente lasciata senza alcuna tela. L’innestarsi in un contesto, la comprensione di segni latenti nel quale vengono aggiunti altri di propri, anche se in maniera intangibile, diventa una materia essenziale con il quale viene manipolata la percezione di uno spazio: il territorio viene così plasmato senza in realtà intervenire direttamente su di esso, se non nel proprio esporsi, in una sorta di iperrealismo dove le cose vengono esposte unicamente per ciò che sono, nella loro nudità. L’estrapolazione e la messa in scena di parti di paesaggio viene reso più intenso da un rapporto raggiunto con la fisicità, con il corpo, carne e nervi dei fruitori che fa entrare tale opera nei territori del post-human, curiosamente avvicinata da Perniola all’iperrealismo: le persone devono infatti piegarsi, impiegare uno sforzo per attraversare la soglia, come in un percorso iniziatico, che termina con il proprio svanire nel paesaggio, vero cuore della riflessione di Oplà+.



In questo senso non è difficile estrapolare dei momenti chiave dal percorso tracciato da Marco Pasian e Giorgio Chiarello, in quanto ogni opera si presenta come un momento direttamente correlati agli altri, benché detentore di una certa autonomia. Ogni lavoro si presenta come limite di una esplorazione di senso, e 13°24’8.0’’ E / 46°12’9.0’’ N / Mt. 645 s.l.m. (questo è il nome dell’opera), installazione site specific realizzata presso l’agriturismo Zaro, rappresenta anch’essa questo limite: se con opere come L.I.U. – Landscape Interface Unit, è lo spettatore a farsi paesaggio, nell’intervento di Trapasso è proprio il limite a segnare il paesaggio. Oltrepassato tale limite non resta che quindi il paesaggiocosa heideggeriano, un paesaggio in cui l’uomo va a fondersi con lo stesso, perdendo la propria autonomia, ma diventando al contempo più grande. Non a caso lo stesso Heidegger fa notare come il termine Contrada, Gegen, sia vicino alla parola tedesca Gegnet, incontro: la nozione di contrada sta a significare per Heidegger una libera vastita, un paesaggio-cosa formato da un’intessitura di relazioni cui l’uomo non può essere escluso in quanto parte integrante delle relazioni che intrattiene. Ora, oltre il trapasso dell’opera, vi è tale libera vastità, di cui 13°24’8.0’’ E / 46°12’9.0’’ N / Mt. 645 s.l.m. va a fare parte: legandosi fortemente con il paesaggio, portando addirittura a marchio nel proprio nome e nella propria superficie polimera tale legame, essa non ha che lo stesso ruolo di un albero, di un ramo o di un pendio, confondendosi nel paesaggio, ma al tempo stesso facendo parte di un ché più grande, di un ché di immenso.

Advertisements

12 pensieri su “.:: Sciogliersi nel paesaggio_

    1. Caro George,
      Questo è solo l’inizio! Sto lavorando veramente duramente a questo tema, e sto ricalcando questa strada battendo ogni singolo centimetro. Soprattutto i più bui, quelli invisibili ad una analisi superficiali. E le “cose” al buio, per riprendere una metafora di Perniola, brillano in tutta la loro forza solo all’ombra… :)
      A prestissimo George!

      Mi piace

  1. Mi piace questa tua vena che sconfina nell’arte, Emma… ottimo articolo. Chiaro, accattivante, ben scritto. Il campo di questi artisti, il percorso del segno ‘satellitare’, ti confesso, mi tenta un bel po’…

    PS Poi ci facciamo gli auguri passati e futuri.

    Adonai

    Apo

    Mi piace

    1. Caro amico! Da quanto tempo!
      Enzo, ti ringrazio per i complimenti: ultimamente in effetto sto interessandomi molti ai campi interstiziali: sono queste le aree dove trovare, paradossalmente, la radice pura delle cose! In questo caso, ad esempio, gli Oplà+ proprio nei lavori artistici, vanno direttamente al punto di una riflessione sul paesaggio che prende a pieno il termine che aggettiva l’azione dell’uomo sul paesaggio: riflettere se stessi sul paesaggio, far riflettere il paesaggio in se stessi.
      Un abbraccio mio caro, a presto!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...