.:: Testualità performante_

Pochi sono i temi architettonici che si sono conservati inalterati nel tempo come quello dell’abbinamento tra architetture della memoria e scrittura – delle quali – caratteristica di quest’ultima è la capacità di rendere visibile l’invisibile e tangibile la sofferenza, ma anche infondere nei luoghi la precisione documentaristica e la carica descrittiva del racconto. Il passo tratto da La scrittura della memoria di Anna Saccani e Leonardo Sonnoli, in Casabella 770, in qualche modo conferma la tendenza a considerare la sovrapposizione di segni testuali sull’architettura come connessa ad una memoria drammatica. D’altra parte, lo strumento testuale è usato con intento commemorativo sia nei monumenti moderni che nei monumenti classici: se da un lato infatti il monumento moderno enuncia dei nomi, ricorrendo laicamente ad uno strumento esoterico come la nominazione, senza instaurare dialoghi e dove la narrazione è impensabile senza un movimento della memoria, dall’altro vi è una narrazione evocata e diacronica, la cui lettura anche se risulterebbe possibile al profano, si dimostra di fatto impossibile per la maestosità dell’opera. Di certo l’avanguardia futurista, specificatamente con la figura di Enrico Prampolini, amplia i margini di questo discorso, ed il padiglione per l’Esposizione del Valentino a Torino del 1928 né è una più che degna dimostrazione, seppur qui la lettera perde il suo carattere significativo per proporsi come puro elemento estetizzante, come forma dalle precise caratteristiche volumetrico-spaziali. In tal senso, è difficile parlare di un uso del testo, della parola in senso stretto all’interno dell’architettura, quanto piuttosto di un’anticipazione di quello che la Las Vegas delle luci e dei cartelloni pubblicitari mostrerà oltre la metà del ‘900. Nonostante ciò, si ha una rottura con l’escatologia della parola.

Contemporaneamente all’affermazione di tale modello d’immaginario urbano, Debord coglie l’occasione per parlare, nella tesi 131 de La società dello spettacolo, del testo come strumento del potere. Egli ovviamente si riferisce alla scrittura storica, ma non sono i monumenti soggetti di lettura storica?

«[…] Il tempo irreversibile è il tempo di colui che regna; e le dinastie sono le sue prime misura. La scrittura è la sua arma. Nella scrittura, il linguaggio raggiunge la sua piena realtà indipendente di mediazione fra le coscienze. Ma questa indipendenza è identica all’indipendenza generale, in quanto mediazione che costituisce la società. Con la scrittura appare una coscienza che non è più contenuta e trasmessa nel rapporto immediato dei viventi: una memoria impersonale, che è quella della amministrazione della società. “Gli scritti sono i pensieri dello Stato; gli archivi la sua memoria” (Novalis)»

Non è difficile leggere il monumento come la cristallizzazione della volontà dello stato di rendere imperituro un evento. Dopotutto, seppur la lettura è attualizzata nel singolo, la scrittura è organizzata da quello che Debord chiama amministrazione, ma che potrebbe benissimo essere intesa come istituzione. La contemporaneità nel graffito ha instituito un nuovo regime di storicità del rapporto tra testo ed architettura, ma anche questa volta il fenomeno non riesce a liberarsi dell’autoreferenzialità del testo come elemento compositivo, impedendo la comunicazione di alcunché che non la propria forma. Con ciò non si vuol certo accusare di vuotezza il graffito, che invece nelle sue espressioni più virtuose è ricco di suggestioni e riferimenti simbolici. Interessante è invece la risposta a questa problematica offerta da Fabio Fornasari, artista ed architetto attivo in Second Life sotto lo pseudonimo di Asian Lednev, che, tramite il già citato progetto Torre di Asian, ripropone una sorta di nascita dell’architettura tramite l’erranza. In tal senso, per avvicinarsi ad un’opera come La torre di Asian, se si vuole mantenere la giusta precisione critica, occorre resistere alla tentazione di un paragone con una sorta di Colonna di Traiano 2.0, per quanto non è negabile che la definizione di Mario Gerosa sia affascinante. Prendendo spunto dal romanzo collettivo omonimo, curato da Lorenza Colicigno, alias Azzurra Collas, Fornasari viene proposta la costruzione di un elemento totemico, attorno alla quale si svolgono gli eventi narrati nel romanzo. Eventi che andranno a trasfigurarsi sulla pelle istoriata e traslucida della torre, la quale presenterà sulla propria superficie la narrazione stesa dagli autori. La lettura diventa quindi non solo metafora di un percorso, ma per essere attuata necessita di quel vagare sospeso tra pulsione emotiva e curiosità istintiva di cui la deriva è pratica collaudata. Tanto per rimanere su aree situazioniste, non è difficile osservare come la lettura dello spazio tramite tessuti psicogeografici diventa lettura di un’artefatto allegorico rappresentante un intreccio di relazioni fatto paesaggio, nel quale gli stessi autori vi sono come incastonati, essendo impossibile la loro esclusione dal discorso: essi sono parte integrante delle relazioni che intrattengono, così come essi sono parte integrante di tale allegoria, e quindi di tale paesaggio. Viene così a mancare completamente l’idea di autorità, di cui ancora permane il fantasma persino nel graffitismo, senza però che questo danneggi in qualche modo l’autorevolezza del racconto: questa rinuncia semplicemente a reificarsi in una presenza marmorea, per rimanere strettamente ancorata nel privato di una lettura transarchitettonica ipertestuale.

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4 pensieri su “.:: Testualità performante_

  1. Emma,
    concordo con questo articolo.
    Il lavoro di Fabio Fornasari (mi piace la definizione di architetto attivo) è importante.
    A proposito dell’uso delle parole in architettura ti segnalo il centro culturale ebraico di Rio de Janerio, dove l’architetto Isay Weinfeld, trasforma la parete esterna in puro e semplice linguaggio, la parola diventa materia e fa da filtro tra l’esterno e l’interno. La facciata infatti è costituita da frasi, indicando così un luogo di cultura e invitando ad andare oltre il senso letterale dei singoli lemmi per decostruire il pensiero e leggere i segni.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Ciao Salvatore,
      Grazie per l’approvazione! Io ho veramente un’enorme considerazione del lavoro di Fornasari: trovo interessante il suo approccio contrario a tutti i luoghi comuni sedimentati sul tema della virtualità. Oltre questo lavoro, anche Lucania Lab e New Kublai viaggiano in questa direzione. Ma magari ne parlerò in altri post (quando ne avrò il tempo!).
      Sull’edificio: grazie per il suggerimento! Data la tipologia, credo che sia anche più che pertinente con il discorso illustato nel post!
      Lo cercherò subito!
      Un abbraccio, a presto…

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