.:: Per un immaginario architettonico_

Nel 1972, all’interno del suo Storia dell’architettura e dell’urbanistica moderne, in Italia pubblicato da Editori Riuniti già due anni dopo, Michel Ragon compie un gesto teorico estremo per l’epoca: inserire all’interno di una storia dell’architettura contemporanea un capitolo dedicato al tema dell’Architettura e futurologia. Da sempre relegata nei settori della letteratura di serie B, dalla fantascienza all’ucronia, la futurologia, che a dispetto del nome è tutt’altro che una scienza, aveva in realtà già da tempo fatto capolino all’interno dell’architettura parlata. Dopotutto, il 1972 è un anno chiave per l’architettura contemporanea: l’abbattimento del complesso di Pruitt-Igoe voluto dagli stessi abitanti, opera dell’architetto Yamasaki Minoru, lo stesso autore delle torri gemelle per intenderci, segna la fine di un modo di pensare l’architettura legata ad una distorsione delle utopie funzionaliste. Un’architettura ormai asservita all’industria, nella quale l’uomo non  è altro che un orpello. L’attuale paradosso della crisi dell’alloggio non è infatti una novità: nonostante vi siano per nazione milioni e milioni di vani inutilizzati, e destinati quindi ad una veloce dismissione da usura, e nonostante si continui a costruire, spinti da un consumismo galoppante sordo a qualsiasi tipo di minaccia, persino quella della propria entropia, nonostante ciò, continua a persistere una condizione per la quale milioni di persone non possono accedere ad alloggi, a causa di una manomissione del mercato, e quindi ad una limitazione fasulla dell’offerta. Del resto, l’intera storia dell’architettura di Michel Ragon, non è altro che un sentiero dal quale si scorge un progressivo allontanamento dell’architetto dalla sua gente. E questo a discapito dell’aspetto urbano, sempre più abbruttito dalle astrazioni di sognatori raggirati dal potere dell’emergente borghesia. Stiamo parlando ovviamente del passaggio dalla prima alla seconda rivoluzione industriale, di cui Charles Dickens ha ampiamente parlato, e di cui Ragon dedica gran parte del suo primo volume. Scorrendo le pagine di questo, è facile notare come l’autore ponga spesso l’accento su un fatto: gli uomini che hanno cercato di risolvere la condizione allora contemporanea, non sempre sono architetti, ma anzi, spesso burocrati, sociologi, semplici pensatori, come per l’appunto Dickens. Dopotutto, lo stesso Michel Ragon non è un architetto, ma anzi un osservatore privilegiato dei fatti dell’architettura. Osservatore che però non esitò a sporcarsi le mani: egli fu infatti il fondatore del GROUP UTOPIE a Parigi nel 1967, gruppo di cui architetti come Yona Friedman, Costant e Claude Parent, e che già nel 1963 pubblica testi come Où vivrons nous demain? e nel 1966 Les Cités de l’avenir, contributi fondativi se si volesse tracciare un’ipotetica storia delle utopie in architettura. Storia delle utopie di cui il testo di Ragon, Storia dell’architettura e dell’urbanistica moderne rappresenta una lucidissima anteprima, strumento indispensabile di chi in futuro vorrà prendere in mano questa sfida. Senza condividere tutte le ipotesi degli sperimentatori avveniristi di ogni età, tenendo sempre a mente che alcune utopie conducono verso l’ingenua idolatria della macchina, o peggio ancora verso la tirannia, è possibile accorgersi come le reali utopie perfettamente realizzabili, siano proprio quelle auspicabili proiezioni dell’immaginario. La futurologia citata da Ragon quindi va a costituire un mondo aperto a tutte le possibilità, velate da una continua autocritica: “Contrariamente a quelle del passato, le utopie del presente sono quasi tutte immediatamente realizzabili; e solo la nostra società bloccata ne impedisce la realizzazione”. Tesi degna di chi, affascinato dalle tesi di una società post-macchinista, sa bene che è la ricerca che genera nuova ricerca, e che grazie ad improvvisi passi da gigante della stessa ricerca, l’architettura e l’urbanistica non può che fare piccoli passi.

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11 pensieri su “.:: Per un immaginario architettonico_

  1. Questa frase: “alcune utopie conducono verso l’ingenua idolatria della macchina, o peggio ancora verso la tirannia” forse che è una critica all’architettura futurista? :-)

    Interessante l’affermazione per cui il riavvicinamento dell’architetto alla gente si attua tramite non-architetti, non-adetti ai lavori… Ma forse più semplicemente l’architetto dovrebbe coniugare architettura e arte, da questo mix più o meno perfetto può nascere, secondo me, l’architettura più suggestiva come quella del grande Gaudì che sta all’opposto proprio del funzionalismo e del razionalismo architettonico…

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    1. Caro David,
      bhé, dipende che intendi per architettura futurista. Nel senso, da quel che mi risulta, proprio Sant’Elia separa lo spazio della macchina dallo spazio della vita, quindi è l’architettura futurista ad essere prima di tutto antifuturista! Il discorso che a Ragon interessa è comunque verso una utopia al servizio dell’uomo, e non delle ideologie, una utopia che abbia una visione del mondo e della vita che tale mondo contiene. Probabilmente Gaudì (tanto per fare un esempio che tu citi), non aveva questa visione, ma certamente le sue architetture erano pensate per la vita che dentro vi si svolgeva. Lui era un personaggio parecchio curioso, un dandy catalano cortegiato dai diversi salotti. Ad ogni modo non saprei darti una formula per una architettura definitiva, certo la vicinanza al servizio verso la comunità è un primo passo… :)
      A presto, ciao!

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  2. Peja,
    Francoise Choay nel suo ‘La città. Utopie e realtà’ inserisce un capitolo ‘Filosofia della città’ parlando di Victor Hugo, George Simmel, Oswald Spengler e Martin Heidegger.
    E nel capito iniziale ‘La preurbanistica progressiva’ parla di Jules Verne.
    Condivido la tua preoccupazione: l’urbanistica ‘utopica’ collima con principi ‘dittatoriali’.
    Bisogna ripensare le nostre città in senso ‘distopico’ osservare la città non in ‘astratto’ edulcorato ma ‘concreto’ spesso specchio di una società bieca e indesiderata.
    La sfida dell’architetto del futuro inizia da questo sguardo.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Caro Salvatore,
      non capisco cosa intendi quando dici: Bisogna ripensare le nostre città in senso ‘distopico’… Forse perché do un senso della parola “distopico” troppo letterale! Io credo che sia auspicabile un ripartire dai desideri e dai sogni della comunità locale, nel senso, dare la possibilità di far emergere i desideri ed i sogni della comunità locale. Ultimamente il mio interesse per i situazionisti mi ha portato questa convinzione: la gente nonè capace di sognare, perché schiava della propria routine. Uguale l’architetto, per quanto la sua di routine sia preferibile rispetto alla maggior parte della comunità. Non vi sono dispositivi per liberare i propri desideri che non appartengano al mondo dello “spettacolo”, tanto per rimanere nel lessico situazionista. Gli architetti in questo hanno poco potere d’azione, ma non per questo possono permettersi di restare in disparte!
      A presto caro

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      1. Emma,
        hai ragione forse è meglio spiegare il senso di ‘distopico’.
        Distopico può essere inteso come ‘malformazione’ o come il contrario di ‘utopia’.
        Utopia dal greco significa ‘non luogo’.
        Ti faccio degli esempi concreti di ‘distopia’ legati alla mia terra, cioè la Sicilia:
        il Duomo di Siracusa è un tempio greco dorico costruito nel V secolo a.C, che nei secoli ha ospitato culture e culti religiosi cambiando aspetto. Una mutazione che non ha a che fare con il senso romantico del restauratore italiano ovvero la superfetazione. Questo Duomo è in perenne Trans ed è distopico;
        la chiesa di San Nicolò l’Arena di Catania costruita a partire dal 1687 non è mai stata completata. La facciata è imponente e ci sono solo gli accenni di grosse colonne, ma non è incompleta;
        la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Palermo, doveva essere la chiesa romanica (falso storico poiché iniziata a costruire nel 1509) della città. Non fu mai ultimata e usata come teatro, lazzaretto, granaio, ospizio, nosocomio. Oggi ospita eventi culturali (teatrali e musicali).

        Hai ragione la gente non è capace di sognare, ma l’idea ‘utopica’ di un luogo perfetto non mi convince.
        Avere lo sguardo ‘distopico mi permette di osservare i transiti della società attuale.
        Anche se non mi riconosco nella società in cui vivo, cerco di trovare ‘concretamente’ il bug per deformare (azione distopica) questo stato delle cose.
        Saluti,
        Salvatore D’Agostino

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      1. ciao Salvatore, scusa il ritardo nella risposta, ma sono più che impegnato questo periodo! :)
        Per tornare al tuo commento, non sono sicuro di essere pienamente d’accordo con la tua opinione: con distopia si intende “un luogo sgradevole” oppure un “luogo indesiderabile” (la seconda è più corretta). In realtà, anche se usato spesso come opposto di Utopia (il conio è stato inventato in questa maniera per descrivere la società proto-capitalista della metà dell’800), è piuttosto una critica ad un ché di esistente. Il tuo esempio mi fa venire in mente un libro che lessi diversi anni fa (e che ora metterò subito su Anobii, visto che me lo hai fatto ricordare! :) ) su Shuhei Endo, un architetto Giapponese che si sta facendo strada in maniera molto personale (senza scadere nella manira per intenderci). Lui parla di paramoderno, ed è una delle poche volte in cui sento un architetto dire delle cose sensate su se stesso: paramoderno indica infatti, non un’alternativa al moderno come vorrebbe il post-moderno od il modernismo, quantopiuttosto un’attraversamento trasversale dello stesso. Mi piace il fatto che ha intitolato il suo sito http://www.paramodern.com. Il critico Hiroyuki Suzuki che scrisse il testo, da una lettura piuttosto banale al termine “paramoderno”: secondo lui Shuhei Endo indagava le pieghe del moderno, attraverso la piega delle superfici dei suoi volumi. In realtà la trattazione del tema che lo stesso Endo si è dato è molto più interessante: approfittare delle conquiste del moderno, per scoprire alcune tipologie di architetture tradizionali giapponesi, e portare la forma di esse in edifici più canonici, come può essere il rapporto tra la casa di abitazione e la casa da cerimonia. Vi è una lettura di tipo metabolista, ma è normale dato la genealogia dell’architettura contemporanea giapponese. Tornando al Duomo di Siracusa, si potrebbe quindi parlare di “paratopia”, così come forse si potrebbe dire che auspichi ad una visione “paratopica” della società, se questo volesse dire qualcosa (non sono sicuro che infatti voglia dire qualché :) )
        Un saluto carissimo! A presto!

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  3. Ho letto chaoy, ed è davvero pregnante i proposito, e la parte su spengler è meravigliosa, anche perchè in parte è un filosofo sottovalutato.
    d’altronde l’architettura è un punto di vista prima di tutto sull’uomo che la città deve vivere e fruire, pertanto è chiaro che le distorsioni in senso culturalmente autoritaristico sono parte del gioco,
    senza arrivare all’esasperazione futurista, basta pensare alla città rinascimentale fatta a misura d’uomo..ma quale uomo? un uomo ricercato nella classicità, idealizzato per il quale la città più che uno specchio, costituiva uno stimolo ad essere adeguato a viverla.
    io però, che sono decadente, credo talvolta che le città utopiche , in fondo monistiche e atemporali, vadano integrate con il restauro dell’esistente , o meglio con la reinterpretazione dell’esistente, non in senso farlocco, del tipo la mostra al centro commerciale o lo shopping agli Uffizi, ma dal punto di vista strutturale. Un esempio: le biblioteche già esistenti potrebbero essere inserite in un nuovo tessuto urbanistico che crei degli spazi di studio e ricerca più moderni contigui all’esitente , ovviamente rinnovato.

    ciao Emma, come al solito hai scritto un bell’articolo che mi terrà impegnata per qualche tempo;)

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    1. Cara Sera,
      Come dicevo prima, lo ho comprato, ma ancora lo devo iniziare: spero di avere il tempo di farlo presto! Sai, una posizione simile a quella che hai tu quando dici che “l’architettura è un punto di vista prima di tutto sull’uomo che la città deve vivere e fruire” è proprio quella che ha Ragon. Dopo tutto lui è un sociologo, appassionato, e diciamocelo: competente, di/in architettura! L’esempio che fai sulla città rinascimentale è azzeccatissimo: ma se l’uomo della classicità è l’uomo della città del 400/500, e l’uomo macchina è l’uomo della città-macchina. Ma quale uomo potrebbe vivere nella città contemporanea? Tu ed io cara, viviamo in città invivibili, che invece sono spesso usate come modello per le altre città. Sono città senza personalità, fatte ad hoc per la circolazione delle auto, e tra l’altro fatte in tal senso pure male, dato che gli ingorghi sono la regola. Direi anzi che la città contemporanea, quella realizzata, sono a misura dei numeri e dei modelli matematici, ed appunto devono essere vissute dai modelli matematici, non dagli uomini. Sulla integrazione tra nuovissimo, ed arcaico, sfondi con me una porta aperta! Purtroppo, molte esperienze in questa direzione, si rivelano spesso goffe, per non dire sciocche!
      Grazie per gli spunti amica, a presto!

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  4. Emma,
    occorre traslare il senso di ‘distopia’ come fece Michel Foucault con ‘eterotopia’ (a tal proposito tornerei a leggere Manfredo Tafuri, inoltre c’è un buon approfondimento su Wikipedia —> http://it.wikipedia.org/wiki/Eterotopia_%28filosofia%29)

    Eterotopia significa: s. f. (anat.) presenza di un tessuto o di un organo in una sede diversa da quella normale.

    Distopia: s. f. (med.) malformazione consistente nella irregolare posizione di un viscere.

    Distopia ribalta il concetto, non più luoghi diversi da quelli normali, ma luoghi malformati (non in senso estetico) che costituiscono le nostre città.
    In questo senso il Duomo di Siracusa è distopico non è più un tempio greco ma una chiesa contemporanea (vedi le protesi aggiunte di recente) e sicuramente si prepara a essere qualcos’altro.
    Spero di sviluppare meglio questo concetto in seguito.
    Come spesso mi succede in questi luoghi virtuali imparo qualcosa, in questo caso ho conosciuto Hiroyuki Suzuki e il suo paramoderno credo che questo sia l’aspetto più interessante del Web.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Nel web si imparano veramente tante cose “per caso”! Questa è la sua forza credo…
      Se ci pensi, molte informazioni cercandole è facile trovarle. Ma quelle più succose, arrivano sempre quando una ricerca divaga, e si incanala nei confini tra il tema d’interesse iniziale, e tutto ciò che gli sta attorno. Ad esempio qui stiamo parlando di “futuro”, e tu hai conosciuto Suzuki, che è veramente un critico eccellente. Insomma, quello che succede solo a volte con la carta (trovare informazioni aggiuntive che a volte sono determinanti) con il web è quasi una regola…
      A presto amico, un abbraccio

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