.::Bon Ton_

Nella sua Storia dell’architettura moderna Bruno Zevi da un’accezione di estrema importanza a quello che definisce manierismo moderno, le cui opere esplorano infatti il linguaggio dei maestri, lo applicano in cornici più vaste, ne intrecciano gli etimi con incisività e coraggio. I manieristi indagano tematiche espressive pluralistiche, arricchendo il lessico, i nessi grammaticali e sintattici, le articolazioni linguistiche con originalità e talvolta genialmente, senza mai deragliare dal solco dell’avanguardia. Viene a mente la differenza di comodo che viene fatta in ambito scientifico tra ricerca pura e ricerca applicata, dove mentre la prima ha come obiettivo primario l’avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica tra le diverse variabili in gioco in un determinato processo, la seconda è svolta allo scopo di trovare soluzioni pratiche e specifiche, il cui obiettivo primario non è l’avanzamento della conoscenza, bensì lo sfruttamento di questa a fini pratici. È chiaro da ciò come il periodo storico che stiamo vivendo è per l’architettura una fase di maniera. Dietro la brutalità di una parola, si cela quindi una condizione di estremo interesse per il contemporaneo. Ma di quale maestri sono legittime figlie le nostre decadi? E soprattutto, è legittimo parlare di un rapporto diretto ed univoco? Stando a guardare le architetture dei protagonisti di quel tumultuoso ’80, si direbbe piuttosto che sono proprio i maestri a reinventarsi, e la maniera a rincorrere, capovolgendo i fattori dell’equazione. L’esempio di Zaha Hadid è quanto mai calzante, avendo essa stessa dato vita ad almeno tre schiere di manierismi, che preso nel suo insieme non può che apparire contraddittorio e paradossale: passando per il neo-avanguardismo, passando poi verso una fase post-digitale, ed attualmente impegnata verso ciò che Patrik Schumacher chiama ambiguamente parametrismo, il lavoro dello studio inglese pare essere simile ad un andirivieni concettuale, al quale ogni innovazione apportata, deriva da un saccheggio legittimo di un con testo pratico-teorico affermato, ed una applicazione personale dello stesso.  Tutte e tre le sue fasi si possono difatti collocare facilmente in uno zeigheist chiaro: come gli anni dell’Architectural Association di Londra la hanno portata ad interessarsi ai primi anni ’20 ed alle avanguardie storiche, così sul finire degli anni ’90 le influenze della ormai matura transarchitettura si faranno sentire su una consistente quantità di progetti, per arrivare nell’ultimo lustro circa a sperimentare ciò che per gli studenti delle università di tutto il mondo iniziava a diventare legge.

Il progetto per la sede della Corte Civile di Madrid, i cui lavori inizieranno nel 2010, potrebbe benissimo essere uscito dallo studio di un Lars Spuybroek o di un Kas Oosterhuis di sorta, se non dal desktop di uno studente particolarmente abile. Non è certo da abiurare questo tipo di pratica, ed anzi è tipica dell’evoluzione della storia dell’architettura: non è stato per caso Le Corbusier a trarre ispirazione dalla Citté Industrielle di Tony Garnier per gran parte delle sue idee urbanistiche ed architettoniche? Sarebbe quindi Le Corbusier da definire un manierista? Probabilmente sì, proprio per la natura flebile ed aleatoria del manierismo stesso: si rende necessario definire quindi il manierismo in una accezione più elastica, liquida, ed adattabile al contesto di cui si sta parlando. Il termine manierismo sta ad indicare la presenza di un’eredità implicità in un’opera di un maestro, di cui l’opera manierista stessa ne rappresenta la prosecuzione, ed in qualche modo un tributo. Non si intende qui peccare d’impressionismo, e confondere la citazione con la rielaborazione. Vi sono delle lacerazioni storiche difficilmente riassimilabili a tendenze temporali lineari, spesso infeconde, qualche volta esplosive. Paradossalmente, in un epoca come la nostra, che predilige lo scandalo, la trasgressione più insensata, il rifiuto e l’abietto, non si può certo dire che sia facile trovare ina di queste lacerazioni prima accennate. Ma forse, non ce né nemmeno bisogno.

4 pensieri su “.::Bon Ton_

  1. Emmanuele,
    non sono d’accordo con questa tua frase “se non dal desktop di uno studente particolarmente abile”, crea equivoci, poiché per uno studente – eccetto alcuni casi rari – la maniera è l’unico modo per diventare architetto. Invece per gli architetti ‘bravi’ dovrebbe essere una trappola da evitare.
    Zaha Hadid potrebbe essere la metafora dell’architetto del nostro tempo dove ‘gli aggiornamenti o i nuovi software cambiano le abitudini di vita’ ma non credo che sia possibile una lettura cosi semplicistica.
    Ciò che mi preoccupa non è la (buona) maniera ma la banalità di una certa ‘maniera’ che si rifà alla nozione dell’identità dell’architettura italiana.
    Ti passo un link tratto dal mio album fotografico —> http://www.facebook.com/search/?init=quick&q=Filiberto%20Menna%20#/photo.php?pid=30576045&id=1543884450
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Caro Salvatore,
      ma il problema è proprio questo invece: il riduzionismo a cui Zaha Hadid si è ridotta! Non è un equivoco, ho detto proprio ciò che intendevo! La burla del parametrismo di Schumacher è solo il tentativo di mascherare la realtà dei fatti: Zaha Hadid non progetta più, è caduta in una fase piuttosto buia del suo operare. I progetti che saranno realizzati tra 3-5 anni soffriranno tutti della stessa malattia. Certo, nessun critico si sporcherà mai le mani dicendo qualcosa del genere, quando le opere saranno realizzate, perché ormai dell’aspetto metaprogettuale non se ne occupa più nessuno (dopo che negli anni 80-90 era la scintilla che dava vita ai progetti). Più che l’architetto del nostro tempo, è la metafora dell’architetto che ha smesso di progettare, delegando sempre più scelte compositive ai suoi collaboratori. C’è una grossa differenza tra i progetti in cui lei interviene personalmente e quelli a cui delega scelte fondamentali, e queste differenze si vedono nella organizzazione degli spazi. Il progetto per la corte civile di Spagna non ha spazi, è solo un contenitore, il progetto dell’auditorium “Libellula” ha degli spazi magnifici. Allora cosa, in uno ha perso la vena creativa? No, non credo, ha semplicemente delegato le scelte dopo aver fatto una forma, oppure sta perdendo la vena creativa. Delle due l’una.
      Poi, riguardo la solita solfa dell’architettura italiana e la sua identità, non capisco proprio perché la nostra identità per alcuni deve per forza corrispondere a queste noiosissime composizioni di muri lunghi kilometri che vengono librati sovente tutti uguali, tutti in mattoni o in travertino, quando non in pietra di taglio. Ma quella non è maniera, è odio verso l’uomo, è volontà di rendere la vita dei fruitori infame e priva di senso, perché le città che alcuni di questi identitaristi è palese che abbiano un odio represso verso la gente che vivrà i propri spazi. La maniera è gioiosa, è ricca di suggestioni e felicemente spensierata.
      Su Firenze: se magari ci dovessi andare il 2-3 Dicembre, andrò a trovare qualche mio amico che sta li… Oppure qualcuno di quelli in programma lo andrò a vedere, in finale alcuni degli invitati hanno qualcosa da dire. Però come al solito, si tende a fare tutto un brodo: non vedo cosa centri un Purini con uno Zermani, dei quali se posso stimare il primo, il secondo non mi dice proprio nulla. Ma penso che avrò da fare, o me lo inventerò qualcosa da fare… :)
      A presto, ciao!

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