.:: Miracoli, ma soprattutto traumi, della comunicazione_

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Che Perniola fosse un attentissimo osservatore della nostra epoca, era ormai chiaro. Ed era anche ormai chiara la sua avversità alla società della comunicazione. Dopotutto egli fu tra i primi ad interessarsi agli sviluppi de Il movimento che ha profetizzato la «Società dello spettacolo», come pure recita il sottotitolo della sua monografia sul tema, che allora, il ’72, era il primo lavoro organico proposto sull’argomento, all’indomani dello scioglimento del gruppo di Debord. Con questo testo, che si pone in continuità ideale con il suo precedente “Contro la comunicazione”, emerge un regime di storicità della comunicazione, che si manifesta tramite per l’autore in quattro eventi matrice, in ordine temporale, il Maggio francese, la rivoluzione iraniana, il crollo dell’Unione Sovietica, l’attacco alle Torri Gemelle, che si confingurano come l’acquisizione della comunicazione, in ognuno di questi eventi, di un opposto della stessa. Le cerimonie di questi giorni che si stanno svolgendo attorno a quella terra di nessuno, come l’ha definita correttamente Fabio Fornasari, che formarono le radici del muro non fanno che confermare la tesi chiave del testo: la comunicazione ha dissolto alcuna possibilità di azione, sia essa politica, militare, filosofica. Difatti non viene questi giorni celebrata la liberazione di un popolo da una dittatura, l’inizio di una lenta cicatrizzazione che ancora deve essere portata a termine, bensì la distanza da quei giorni: fuochi d’artificio, giochi di luce, e simpatiche caricature in cartapesta del muro, prendono il posto della riflessione sul cambiamento degli ultimi vent’anni, e se esso realmente ci sia stato. Vengono a cadere ancora una volta l’autorevolezza dell’intellettuale, con la sua destituzione da qualsiasi istituzione politica od organo decisionale (che tra l’altro è un tema già affrontato dallo tesso Perniola nel numero 15 di Àgalma, la rivista di cui egli è direttore), il rito della seduzione, sostituito dall’immediatezza e dalla dipendenza della pornografia, la possibilità dell’azione politica, che ha il compito di guidare la nazione verso il proprio sviluppo reale, l’azione militare, sostituita da guerre mediatiche senza senso e senza riscontro tattico. Ogni caduta è accompagnata dall’esclamazione di un Perniola sinceramente stupito: “Impossibile, eppure reale!”. Vi è una differenza fondamentale nei confronti del suo testo precedente, “Contro la comunicazione”: se in esso infatti l’estetica ha una funzione salvifica, un rimedio possibile all’insulsità in cui ci sta gettando la non-azione comunicativa, in quest’ultimo testo non vi è una controparte. I nemici della comunicazione sono assorbiti dalla stessa, che la ribalta privandone di significati. Questa è una malattia che sta colpendo l’architettura e la sua critica, ormai caduta nell’empasse di una crisi da catalogazione, contrappuntata da un complesso dell’interdisciplinareità. Da una parte l’impossibilità di creare un quadro d’insieme coerente, e l’appiattimento sullo stesso livello delle opere recensite. Una qualsiasi opera, di un qualsiasi architetto, viene letteralmente pubblicizzato descrivendone sommariamente le caratteristiche formali, evitando di inquadrare lo stesso in una data produzione o corrente. Dall’altra, si cerca di fare l’opposto: l’oggetto è come se sparisse, ed appaiono i legami, puri, effimeri legami, talvolta forzati al limite della verosimiglianza. In entrambi i casi vi è una sottrazione, del soggetto o dell’oggetto, il che rende impossibile una reale lettura critica, ossia quell’atto che Filiberto Menna ha definito a suo tempo come uno scavo archeologico, nel quale ogni frammento viene riposato al suo posto. Al contrario: la tendenza è invece quella dello stupire, del cercare il colpo ad effetto, a discapito della scientificità o della effettiva validità delle proprie tesi. È questa la morte della critica che, causa e conseguenza della morte dell’architettura? Sicuramente, finché vi sarà pensiero, vi sarà un atto critico, parafrasando il Riccardo Campa de l’etica della scienza pura. Allora, se la comunicazione trova un antidoto nell’estetica, dove la critica, e di conseguenza l’architettura, può guardare per curare la propria malattia prima che questa incancrenisca?

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6 pensieri su “.:: Miracoli, ma soprattutto traumi, della comunicazione_

  1. a morte l’architettura! viva l’architettura!! concordo sull’analisi di una comunicazione soverchiante e “urlante”… credo nel silenzio, in un’architettura che non si mostri affatto… che si percepisca per quella parte intima che ci appartiene… la critica dovrebbe riniziare a guardare avanti per carpire i possibili valori sedimentali di un opera…

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    1. D’accordissimo! Tra l’altro nelle tue prime esclamazioni (a morte VS viva -> l’architettura) segnano un tema corrente nella storia dell’architettura: la morte e la successiva ricostruzione dell’architettura su diverse basi. D’altronde, che cosa rappresenta il medioevo se non una ricostruzione da zero? Così come il Rinascimento, e successivamete il Movimento Moderno! Sulla comunicazione in architettura: sai come la penso, e non sono proprio entusiasta… :)
      Hai ragione sul ruolo della critica. Ma, condividendo questa intenzione d’intenti, si può forse dire che anche la critica è morta con la comunicazione? Forse no, ma non è che sia proprio in salute! :)
      Grazie della visita, un abbraccio!

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  2. Io non sono del tutto in accordo con la visione di chi (“i nuovi regimi”), cerca in tutti i modi di rimuovere il recente passato, attraverso la rimozione dei simboli, del precedente regime. La comunicazione attraverso l’architettura è fondamentale, ed i simboli che genera, anche se ricordano un passato terribile, devono rimanere intatti per diverse ragioni; la prima sicuramente legata alla verità storica dell’opera bella o brutta che sia, la seconda rappresentante l’identità del luogo e la percezione dello spazio urbano. Tutte le dittature hanno la tendenza di rimuovere il passato in tutte le sue forme, e cercano di imporre uno “stile” di regime; non vi sembra che l’avvenuta democrazia abbia tentato una operazione simile?

    ps. saluti ad Emanuele! mi scuso di non essere molto assiduo nella lettura ultimamente, ma sono incasinato come non mai.

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    1. @ Furnitto:
      Daccordissimo! Anche perché è troppo comodo per un regime storico abiurare l’immediatamente precedente, per mostrarsi come “il nuovo”, “il migliore”. I simboli hanno una carica storica importantissima, emotiva ed empatica. Il muro, prendiamolo ad esempio, era un landmark indescrivibilmente drammatico, ma era un landmark. La sua negazione mi sembra un po come l’abbattimento delle bellissime chiese zariste nel 1917 nella neonata Russia. Anche se, ovviamente, è impossibile tenersi tutto: occorre un’azione critica sul contemporaneo per decidere cosa tenere e cosa no. E questo avvalora la tua tesi sulla “moderna democrazia”.
      Grazie del commento amico! A presto!
      PS: Sulla lettura: bhè, ed io che ti considero uno dei più assidui! :)

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