.:: La rovina dello spettacolo_

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Nel capitolo introduttivo al suo La nuova Babilonia: il progetto architettonico di una civiltà situazionista, Leonardo Lippolis tiene a riportare un lungo brano tratto dalla Genesi riguardante il mito della torre di Babele, ovvero il tentativo di ricostruire, contro la volontà di Dio, l’asse tra cielo e terra spezzato dal peccato originale. Da sempre simbolo dell’arroganza dell’uomo, usato poi assieme a Sodoma e Gomorra come metafora della città da rinnegare, la Torre di Babele è stata anche assunta, nelle diverse sfaccettature con cui ci si è riferita ad essa, come simbolo della diversità, del magma informe di cui la civiltà umana è formata. In effetti la punizione del Signore impartì a quel sol popolo, unito da un sol linguaggio, non fu la distruzione della torre, cui egli non era contrario, ma il dissolvimento dell’unità del popolo in una diversità che si disperse in breve tempo sull’intera crosta terrestre. Paradossalmente l’inizio della civiltà coincide con la creazione della prima, maestosa rovina, e questo non solo per la cultura giudaico-cristiana. Nota è infatti la memoria del primo incontro tra le popolazioni doriche e le rovine micenee, alle quali venivano attribuite origini celesti, tanto che Pausania il Periegeta ancora in età ellenistica ricorderà come dei massi che formavano le mura difensive della città, il più piccolo non potrebbe essere trasportato da due buoi. Così quindi, come la storia dell’arte ha visto un succedersi di linguaggi e stili sulle ceneri dei precedenti, l’architettura si è da sempre nutrita dalla riflessione sul rudere quale luogo di vita e morte del manufatto architettonico, come ricorda pure Franco Purini nel suo Comporre l’architettura. Da questo punto di vista è interessante andare ad osservare come questo mito di rinascita di una nuova società sia uno dei temi ricorrenti all’interno del ventennale dibattito dibattito situazionista, proprio nel segno della torre biblica. L’icona babelica sarà presente in diversi modi nell’architettura di significati messi in piedi dal gruppo rivoluzionario, tanto da palesarsi nella Piccola Torre di Babele di Bruegel il Vecchio riprodotta a circa due terzi della trasposizione filmica de La società dello spettacolo di Guy Debord. Sul fermo immagine del dipinto Debord recita un brano del suo testo, nel quale viene ricordato che […] la rivoluzione proletaria è questa critica della geografia umana attraverso la quale gli individui e le comunità devono costruire le località e gli avvenimenti corrispondenti all’appropriazione, non più soltanto del lavoro, ma della storia totale.

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Costruzione di luoghi e riappropriazione della storia che può avvenire solamente attraverso la costruzione, ed il successivo crollo, di una nuova torre di Babele, di una New Babylon di cui Constant sarà l’ideologo. Ma se la civiltà babilonese vedrà il suo monumento crollare per l’incuria nata dall’impossibilità di mantenere il nome imperituro nei secoli, il crollo di New Babylon sarà perpetuo e cosciente: i neo-babilonesi infatti, secondo l’idea originale di Constant, dovranno fare e disfare continuamente la loro capitale totale, estesa in potenza cioè all’intera crosta terrestre, ritornando così in qualche modo all’idea medievale di eterno cantiere della città. New Babylon si presenta così come un’immensa rovina in atto, la cui realizzazione non può che essere affidata ad una civiltà radicalmente rinnovata, per il quale i situazionisti sentono il bisogno addirittura di un salto di specie autodiretto, secondo un’attitudine tipicamente transumanista. Lo sguardo dei situazionisti è rivolto dichiaratamente alla nascita dell’Homo Ludens precognizzato, nel suo omonimo testo, da Johan Huizinga, tanto da far affermare allo stesso Constant che l’Homo Ludens vorrà lui stesso trasformare e ricreare questo ambiente e questo mondo secondo i suoi bisogni. L’esplorazione e la creazione dell’ambiente verranno allora a coincidere perché l’Homo ludens, creando il suo territorio da esplorare, si occuperà di esplorare la propria creazione. Creazione di cui l’atto dell’innalzamento e del disfacimento collidono entrambi nel manifestarsi in un’architettura per la quale utilitas e firmitas perdono il loro valore, così come accade nei ruderi, lasciando così strada al dominio di una pura venustas.

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4 pensieri su “.:: La rovina dello spettacolo_

  1. La metafora della Torre di Babele è una situazione interessante, una versione inversa e architettonica del mito di Prometeo? Il libero arbitrio visto sempre in conflitto con la divinità dell’Antico Testamento? La generazione delle reti contro la piramide organizzativa?

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    1. Caro Empedocle70,
      Mi hai letto nel pensiero: anche io avevo in mente una sorta di rovesciamento del mito prometeico, e sono contento che te ne sei accorto: vuol dire che il messaggio è passato (o che viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda!). Per quanto riguarda il libero arbitrio, religione o meno, è solo uno strumento per proteggerci dalla verità: esso non esiste. Non possiamo decidere niente, che non in un range limitatissimo di opzioni, la quale non può essere certo definita una scelta. Esempio tra i più sciocchi: la scelta del pasto, ovviamente si definisce sotto diversi fattori: i tuoi gusti, i consigli dei medici, la possibilità economiche, e tanto altro. È questo in ciascuna azione o “scelta” (falsa scelta) che compiamo! Per quanto riguarda la generazione delle reti, sono convinto che questa sia l’unica possibilità di sovversione sociale attuale: ormai le manifestazioni, gli scontri e le scaramuccie varie non vivono che nel web… La difficoltà della sinistra sta proprio in questo: non aver capito che la vera piazza in cui devono scendere non è Piazza del popolo…
      E per questo sono diventati, anche per quelli di sinistra, parte del vecchiume che è lecito spazzare via… :)
      A presto carissimo!

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  2. Camminavamo tranquilli. Parlando per parlare, in fondo. “Pensaci un attimo, questa storia della Torre di Babele è agghiacciante. Tutti che parlano la stessa lingua. Una livella ingiusta e pericolosissima.”
    Già la nostra storia aveva vacillato, da che un giorno, calmo e sereno, iniziò con me una discussione sulla musica. Lui, musicista, di certo aveva più argomenti di me. Quel mattino sosteneva che le combinazioni musicali erano finite. E che un giorno sarebbero effettivamente finite. Io invece avevo sempre pensatoe continuavo a penare che le forme siano infinite, che ci vengano soffiate dentro da altre dimensioni, che la combinazione, la creatività e l’alternanza hanno la meglio, se di qualità poi, determinano il futuro o quasi.
    Ad ogni modo, dopo quel primo discorso che mi fece perdere le staffe, eccone qui un altro.
    Io che l’idea della torre in me è sempre stata una cosa luminosa e grande, perché univa, fondeva, trovava un orizzonte unico, non livellante o limitante, ma una sacralità comune. Che insomma quando si dice “sopruso” o “poesia che salva le anime” o “neve”, insomma che tutti ci intendiamo. Poi l’eschimese attraverso quella lingua comune mi spiegherà i suoi 24 modi o più di chiamare lo stesso batuffolo freddo, userà quei modi, li conserverà. Secondo un equilibrio essenziale e sacro tra l’intenderci e il custodire. E intanto ci arricchiremo. Il mio ragazzo di allora mi guarda: “No, non è proprio così. Non sarebbe proprio così”. (Ok ma noi continuiamo a divertirci in questa iscussione, dai, non mettere il muso adesso per favore, saremo lunatici in altri momenti e per altre ragioni….dicevo tra me e me), ma lui si ciondolava fiero e a mascella stretta. L’ho lasciato lì. Su quel marciapiede. Senza parlare. Nella lingua comune della fine. All’epoca su certe cose ero meno tollerante. Ora che ci penso, ancora ora, anche se con sfumature diverse, è così.

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    1. Cara Elx,
      penso di aver capito cosa intendi esprimere con questo piccolo racconto: è vero, la molteplicità di lingue è una ricchezza, e le loro combinazioni potrebbero essere (o forse no?) infinite. Per quanto, al fine di una vera infinitezza, vi è necessario una creazione ed una soppressione corrente di parole nuove o vecchie che siano. È logico supporre che questa operazione non può che essere inconsapevole, altrimenti si entrerebbe in una fase artefatta tesa all’autodissolvimento, data la sostanziale inutilità del processo. Da qui si può dire che certamente la New Babylon di Constant cattura il tuo interesse, dato che si propone come dispositivo di creazione del linguaggio figurativo, coscientemente spontaneo, e creato da tutti, in modo non artefatto. Ad ogni modo, la sfida degli umani ha trovato il fallimento, 10.000 anni fa, come 50…

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