.:: Deriva vs Wilfing?

Situazionismo1

Mi è sempre apparso curioso constatare come, nonostante l’impressionante influenza che ha avuto sul pensiero architettonico a partire dagli anni ’50, sino al periodo contemporaneo, il movimento situazionista nel suo complesso riceva così poche attenzioni critiche, capaci di sviscerare nuovi significati, dal movimento che ha profetizzato la società dello spettacolo, tanto per citare Perniola. Cercando di andare direttamente al cuore del problema, è imbarazzante osservare come le celebrazioni che hanno accompagnato il quarantesimo anniversario del Maggio francese, non siano state occasione di riflessione, soprattutto alla luce che più di un’esponente dell’Internazionale Situazionista ha contribuito alla preparazione e giustificazione teorica del ’68, e che quest’evento in qualche modo rappresenta il culmine della ricerca situazionista di un ludismo rivoluzionario. Un’occasione persa, proprio perché la trasposizione da analogico a digitale che coinvolge tanto gli artefatti e la cultura, quanto la società stessa, vede il manifestarsi nella pratica del wilfing come punto di arrivo di mezzo secolo di sperimentazioni riguardo il tema della teoria della deriva. Con questa si intende un’attitudine, o una pratica, spontanea od organizzata, che prevede il lasciarsi andare attraverso il tessuto urbano, spinto unicamente da poli magnetici efficacemente descritti dalla psicogeografia, ossia dalla geografia emozionale già a suo tempo ampiamente elaborata. Data questa definizione, e questo accostamento con la pratica del wilfing, occorre riflettere sull’analogia, spesso proposta, del web immaginata come un’immensa città globale, frutto anche delle fascinazioni dovute a più di un film di fantascienza, e giustificata ampiamente dallo sviluppo di browser 3d come Second Life e Mondi Attivi, nonché sulle ricerche conseguenti riguardo l’architettura digitale.

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Dunque se è vero che è possibile tracciare una linea comune tra le pratiche qui prese in oggetto, occorre ragionare sull’utilizzo delle nozioni di corpo/cosa e di paesaggio/cosa, categorie elaborate da Mario Perniola già da un suo vecchio saggio intitolato Lo spettatore-cosa apparso sulla rivista Figure – teorie e critica dell’arte, le quali vedono l’innestarsi dell’uomo (corpo) sullo sfondo di un’intreccio di relazioni di cui esso stesso stesso fa parte (Paesaggio), e quindi dal quale non può essere estromesso, senza cancellare le relazioni stesse. Per quanto macchinosa, questa definizione si presta molto efficacemente per descrivere gli unici strumenti indispensabili per la pratica della deriva, la quale come già detto, prevede un vagare, un lasciarsi andare all’inerzia offerta dal tessuto psicogeografico. Tessuto formato, come definizione, dagli “Effetti precisi dell’ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui“, come descrive per l’appunto Guy Debord. Dunque, per tornare al vagare indotto dalla deriva, tale inerzia è suggerita non dall’effettiva difficoltà di attraversare margini ed ostacoli, piuttosto dall’appeal che un percorso ha rispetto ad un altro. Il wilfing in Second Life, ma anche più in generale nei browser, si offre allo stesso genere di viscosità ed attrito, essendo la curiosità e la volontà l’unico limite e motore della deriva. Difatti, una persona o un navigatore, o volendo essere ortodossi, un corpo-cosa, “[…] che si lasciano andare alla deriva, rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitudini del terreno e degli incontri che vi corrispondono. La parte di aleatorietà è qui meno determinante di quanto si creda: dal punto di vista della deriva esiste un rilievo psicogeografico delle città concorrenti costanti, punti fissi e vortici che rendono molto disagevoli l’accesso o la fuoriuscita da certe zone“.

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Quest’ottica offerta ovviamente dona alla deriva un carattere certamente più oggettivo e scientifico, per quanto riguarda tale pratica artistica, tanto che Debord sente il bisogno di citare Marx, quando afferma che Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sè che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima. Si ritorna quindi ad un paesaggio-cosa come un ché di intimamente legato al soggetto, corpo-cosa, intessitore di relazione di cui il paesaggio è composto, e di cui fa parte egli stesso, come se si cucisse egli stesso su un tessuto di cui lui non può emergere, ma anzi vi è incastonato. Da quì il fascino impressionista che ci offrono Second Life ed altri mondi virtuali: così nella pratica della deriva non esiste paesaggio senza uomini, così ugualemente nel wilfing l’avatar, corpo-cosa per definizione, non può esistere senza uno spazio in cui agire ed in cui fissarsi, in cui diventare sfondo di un palcoscenico di cui non può che essere attore.
Considerare la costruzione delle città, reali o virtuali che siano, indipendentemente dai propri abitanti, dai propri corpi-cosa, significa rinunciare alla realizzazione di un paesaggio, alla rinuncia della possibilità di un vagare tanto rivoluzionario quanto spontaneo. Se è vero che la città è stata sempre espressione dello sviluppo di una cultura, ma soprattutto di una economia, è pur vero che è sempre esistito un forte attrito ed una forte resistenza al dominio di una delle due parti, cultura ed economia. Oggi questa tensione tende ad appiattirsi pericolosamente verso il secondo termine, escludendo dal palcoscenico ogni attore capace di intessere relazioni, condannando definitivamente il paesaggio a manifestarsi nudo delle sue relazioni.

7 pensieri su “.:: Deriva vs Wilfing?

  1. Caro Emmanuele, ho sempre mi sono sempre pensato come avatar in questa relazione:

    faccio esperineza nei mondi virtuali e il mondo virtuale esiste attraverso la mia esperienza incorporata.
    Il mondo virtuale (VW)e il mio corpo si definiscono tra loro.
    Io abito il mondo virtuali e il mondo virtuale abita con me.
    Per questo la prima esperienza per meè stata dinatura nomadica: perché dovevo costruire questa relazione tra mondo e l’avatar.

    Woalking on VW è necessario per fare esperienza. In questo, credo tu conosca il geografo francese Elisée Reclus. Il metodo che ho usato per imparare a stare nei mondi lìho appreso da lui come pure l’osservare ilmondo reale aggiornandolo con tutto ciò che è accaduto poi: il conoscere camminando (storia del camminare -solnit)
    Il VW lo si conosce solo facendo esperienza diretta in movimento
    molto più che la realtà. Non c’è una possibilità altra.

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    1. Ciao Fabio,
      anche io sono d’accordo con la visione dell’avatar come ente semi-sensiente, un’entità che offre le proprie “emozioni” al suo incarnatore, chi gli da vita. Ogni “utente” che decide di incarnarsi in un avatar deve accettare questo scambio tra se stesso ed il suo alterego di bit: questo rapporto per forza di cose deve offrirsi come nomade, perché ogni momento un luogo virtuale si presta mutato: i mondi virtuali, cuciono e scuciono relazioni, così l’utente-cosa fatto avatar deve reinventarsi e reinventare il proprio avatar: il feedback è chiaro: ognuno acquisisce esperienza in base al proprio vagabondaggio. Tra l’altro, oltre la questione ontologica, vi è pure quella pratica, che tu soffermi, ossia quella della pratica, della tecnica: l'”esperienza” migliora man mano che si fa esperienza!
      Non conoscevo Elisée Reclus, sono curioso di informarmi!
      Grazie per il tuo contributo!
      A presto!

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  2. Ottimo accostamento tra deriva situazionista e pratica del wilfing. Come al solito, complimenti !
    Se l’uomo, ancor prima di inventare l’architettura, ha iniziato ad alterare lo spazio modificandone le forme con la semplice pratica del camminare, oggi ha la necessità e la possibilità di creare nuovi “spazi” di aggregazione.
    I mondi virtuali offrono una possibilità unica in questo senso, proprio perché il concetto di spazio con il quale siamo abituati a rapportarci, sta cambiando sotto i nostri occhi, grazie anche all’accostamento tra la “SecondLife” e “RealLife” (dove in questo caso con SL non si fa solo riferimento alla piattaforma creata da Lindenlab, ma a tutto ciò che è legato ad una tecnologia capace di aumentare la realtà).
    La pratica errante, quella del conoscere nuovi spazi e nuove architetture, in mondi online come SL o OS, è la prima che si impara, ma subito dopo arriva la necessità della costruzione e quindi dell’atto di intervento e trasformazione urbana.
    È chiaro però, che non bisogna confondersi (di certo non lo fai tu) con un delicato volgere dell’abitudine umana (di quella parte che ha accesso a determinate tecnologie), verso un “andare alla deriva” particolarmente distratto e pertanto pericoloso, al quale il web si sta sempre di più sottoponendo.
    A presto.
    Maurizio.

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    1. Ciao Maurizio!
      Grazie mille per i complimenti! Mi imbarazzi!
      In effetti mi è sempre sembrato che la contemporaneità quasi post-umana sia ascrivibile ad una ricerca ancestrale di temi arcaici. La stessa nozione di villaggio globale (per quanto secondo me è troppo assimilabile ad uno spot, e non mi rende del tutto convinto) si rifà ad un ché di originario, come è il “villaggio”.
      Ovviamente occorre tener ben presente ciò che dici in questo sull’accostamento tra i due mondi virtuali: essi devono compenetrarsi, non essere intercambiabili! Più che una seconda vita, c’è bisogno di una vita 2.0, dove reale e virtuale si fondono. Lì si potrebbe “errare” realmente, vagare mentre si sta già vagando, sovrapponendo le due dimensioni. Second Life, Open Sim, Mondi Attivi, sono solo i primi passi verso tecnologie in questo senso. Anche se più che tecnologie credo sia un’attitudine: Fabio Fornarisi, che ha inserito la sua felice esperienza personale, ha già avuto modo di compenetrare le due esperienze in modo vivace!
      Grazie del ricco commento Maurizio!
      A presto!

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  3. davvero interessante .. si potrebbe allargare il discorso citando Gilles Deleuze, i rizomi e il corpo senza organi … più una tonnellata di musica elettronica e d’avanguardia che su queste teorie e sulla dittaturaq dello spettatore e della musica aleatoria ha realizzato cose notevoli… da approfondire.

    Bravo!

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    1. Caro Empedocle: hai vinto bene! Deleuze si è a suo tempo interessato al problema situazionista, e molti situazionisti erano compositori, nonché molti compositori erano simpatizzanti situazionisti (anche se poi estromessi dal movimento)…
      Il situazionismo era alla ricerca di un’arte senza opere, e non poteva tollerare l’affronto dei musicisti e compositori di voler continuare a suonare e comporre.
      Insomma: la società dello spettacolo ha cercato di eliminare qualsiasi “spettacolo” le discipline offrivano. Anche quello privato…
      A presto! Ciao carissimo!

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