>°< PEJA Producing: DIVENIRE III _

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Lo spazio mediatico dedicato al tema ormai ce lo dovrebbe aver fatto imparare a memoria: il 20 Fabbraio 1909, sul quotidiano parigino Le Figaro, a firma di Filippo Tommaso Marinetti, viene edito per la prima volta in una pubblicazione di respiro internazionale, il primo Manifesto del futurismo. Anche se in realtà il manifesto fu dato alle stampe circa due settimane prima, il 5 Febbraio dello stesso anno, sulle ben più modeste Cronache letterarie del quotidiano bolognese Le Cronache dell’Emilia, è bene o male accettata la data d’anniversario della pubblicazione francese. Fatto buffo se pensiamo al marcato senso patriottistico con cui si dipingeva il movimento. Fatto sta che artisticamente in tutte le città italiane, eventi, mostre e pubblicazioni a carattere fortemente commemorative, si sono susseguite con un fare molto più vicino al marketing culturale più che alla riflessione storica. Ed è un peccato, poiché nessuna avanguardia ha saputo vedere lontano, nel quotidiano come nelle arti applicate, quanto il futurismo, e non può apparire come un occasione mancata la rassegnazione culturale delle nostre istituzioni, le quali non riescono ad avere una visione organica di un vicino futuro, capace di mettere in moto idee, e conseguenzialmente, attivare una forma di turismo a cui le nostre città sono fisiologicamente temprate, ossia il turismo culturale. Si parla molto di questa pratica, il turismo, ma sembra sempre abbinata a un non so ché di effimero e vacanziero, mentre si potrebbero creare enclave particolarmente fertili per i giovani studiosi, italiani e stranieri. Peccato.
Ovviamente qualche tentativo di creare un qualcosa che esulasse l’aspetto storico-conclamatorio della questione vi è stata, ma come al solito, le iniziative migliori in Italia sono ad appannaggio de
ll’organizzazione di privati e delle libere associazioni. Dato questo panorama, non poteva presentarsi occasione migliore per mettere in luce le non poche affinità tra futurismo storico e transumanesimo contemporaneo, attraverso la pubblicazione di un numero speciale della rivista Divenire: Rassegna di studi sulla tecnica ed il postumano, ormani arrivato al terzo numero, interamente dedicato alla riflessione della raccoltà di una eredità, più che dell’eredità in se. In particolare, annuncia nella presentazione del volume il curatore, Riccardo Campa – gli autori del volume si sono concetrati – partendo da diverse prospettive ideologiche e disciplinari – su aspetti comuni ai due movimenti, come il culto della tecnologia, l’idea di uomo moltiplicato, la neofilia, l’esaltazione della giovinezza e della vitalità, la guerra all’invecchiamento e alla morte, la sfida alle stelle, il sogno di ricostruire l’universo, l’innovazione radicale degli ambienti e delle forme di comunicazione, lo spirito rivoluzionario.
Partendo da tale incipit, non potevano mancare personaggi che al futurismo si rifanno direttamente, quali ad esempio artisti come Roberto Guerra o Graziano Cecchini, che trovano così modo di presentarsi in una veste sicuramente più pacata di quelle a cui sono soliti, nonché pensatori come
Guillaume Faye, il quale propone un lungo ed interessante saggio dove dimostra come il futurismo sia ancorato alle radici pagane europee. Riccardo Campa, Stefano Vaj, Adriano Scianca, Francesco Boco e Andrea Aguzzi si spostano sui terreni non meno instabili della critica storica, dove i due movimenti, transumanesimo e futurismi, vengono letti su piani analoghi, al fine di trovare corrispondenze e divergenze. Un lavoro di lettura negli spazi interstiziali, in cui un secolo di distanza sembra essere talmente appiattito su se stesso, da mostrare difficilmente la compiutezza degli eventi, e nascondendo in sé, come in un curioso enigma, le diverse chiavi interpretative. Questo volume prova ad offrirne una: probabilmente non sarà la più canonica, ma certamente si è fuggita la convenzionale imbalsamatura a cui abbiamo assistito quest’anno.

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4 pensieri su “>°< PEJA Producing: DIVENIRE III _

  1. Peja,
    il ‘turismo culturale’ è una banalità inventata dai politici e dai burocrati culturali (i direttori dei musei baronali).
    Le mostre futuriste spalleggiate dalla attuale destra italiana è una pantomima degna dei b-movie degli anni ottanta.
    Il futurismo fu un movimento importante (l’ultima avanguardia degna di lode italiana) ovvio trasporla nel nostro secolo tout court è un’operazione da ‘assessore alla cultura’ di paese.
    Sembra interessante il numero della rivista ‘Divenire: Rassegna di studi sulla tecnica ed il postumano’.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Già, e soprattutto è una cosa dal tono molto “intellettuale”, che attira ricchi biforchi affamati di riscatto, alternativi dell’ultimora affamati di luoghi comuni, persone che vogliono veramente fare qualcsoa di culturale, ma che non avendo i mezzi per decidere (ovviamente non tutti si occupano delle stesse cose: io non saprei coltivare un campo, operare una ciste, portare avanti un atto notarile, e tutto il resto), si affidano a pacchetti preconfezionati…
      Sulle mostre futuriste: quanto di più degradante, generalista, patetico imbalsamatorio si sia mai visto. Dopo questa pagliacciata non rimpiango il fatto che di Carmelo Bene non si sia festeggiato il primo lustro dalla morte.
      Il problema è che in un paese che si vende come a forte carattere culturale, gli assessori alla cultura/arti/turismo, sono assegnate a proprietari di smorzi, cassieri, mogli/mariti, avvocati. Non che siano stupidi, ma è come affidare la sanità ad un ingegnere informatico, la giustizia ad un cardiologo.
      Sul numero: bhé, non posso dire io se è interessante o meno (conflitto di interessi!(: ) ma a me è piaciuto molto!
      Ti saluto, grazie per i commenti stimolanti!
      A presto, ciao!

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  2. E’ paradossale notare come tanto più si celebra il futurismo nelle sue manifestazioni storiche, tanto meno si è disposti ad accettarne le conseguenti applicazioni culturali contemporanee.
    Proprio la destra che si richiama fortemente a quel movimento per ovvie ragioni storico politiche non riesce a costruire adesso una sua identità culturale che vada oltre un generico conservatorismo folcloristico.
    La sinistra dal canto suo a perso ogni slancio di ricerca e innovazione culturale, rifugiandosi da una parte in un infantilismo pseudoecologista, dall’altra nella ripetizione schematica di vecchi slogan ideologici (con operatori culturali meritevoli solo in quanto provenienti dall’establishment gerarchico politico)
    è evidente che il futurismo nasceva in un ambito culturale internazionale positivista, di fiducia nell’evoluzione tecnologica e nelle possibilità illimitate di miglioramento sociale.
    Oggi il mondo occidentale fatica a credere in se stesso e, per varie ragioni (invecchiamento della popolazione, crisi economica, stanchezza sociale, agiatezza culturale, ecc.) nonostante un diffuso benessere fatica a credere nella modernità e nell’evoluzione positiva del futuro. Non è così nei paesi orientali (cina india e tigri asiatiche comprese) animati da una forte volontà di riscatto.
    la rilettura del futurismo oggi dovrebbe aiutarci a rivalutare noi stessi e le possibilità che la contemporaneità futura ancora ci offrono e possono offrirci
    ciao

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    1. Carissimo qfwfq
      Il problema come lo poni è abbastanza puntuale ed esatto: la politica cerca di accaparrarsi la cultura per fornirsi di una identità che non ha, dato che, senza essere troppo critico ma semplicemente dicendo un dato di fatto, la politica non è altro che l’espressione di lobby di interessi. Tanto è vero che molte iniziative sono ostacolate proprio dalla politica, un pò perché la politica è fatta di persone, persone che si occupano di politica e non di cultura, un pò perché non gli crea il vantaggio che si aspettano in un investimento di risorse. Questo è ridicolo!
      Sulla crisi occidentale, ti consiglio di leggerti qualcosa di Faye, tra l’altro autore di un saggio su questo numero di Divenire, che espone in modo interssante la sua teoria dell’archeofuturismo, modo interessante di porre il problema della crisi di valori e di possibili scenari futuri, o medio futuri!
      Grazie per il commento, l’ho trovato molto esaustivo nella presa di posizione, che tra l’altro è comune…
      A presto!

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