.** Paradigmi ignorati_

Da diversi anni ormai pare che l’architettura si stia sempre di più disinteressando delle tematiche riguardando l’integrazione tra prototipi tecnologici ed edilizia. In realtà questa è una deriva disciplinare che sta per implodere: le generazioni che hanno dato il via alla cosìdetta rivoluzione informatica, con fin troppa enfasi, dato che di rivoluzione proprio non si può parlare, quanto piuttosto di innovazione, è stata facilmente scanzata dalle grandi commesse pronte a scommettere su brand-immage di architetti che hanno ben appreso alcuni aneddoti formali dei primi citati. La critica, spostando il proprio interesse sui secondi, ha fallito il proprio compito, lasciando una voragine riguardo sperimentazioni che pure ci sono state e sono state ben importanti. È logico che chi condivida queste tesi, alla fine ne vada parlando come se si trattasse del più o del meno…

arduino-diecimila

Maurizio
Ciao caro! Come va? Stavo leggendo un tuo vecchio post…

Emmanuele
Ciao Maurizio… Bhè grazie! Mi imbarazzi…

Maurizio
Ma dai smettila! Ti ho detto che mi limito con i complimenti… Ma almeno fammeli leggere i post! Comunque fammi tranquillizzare un po e ti rispondo a questo

Emmanuele
È un post che mi ha richiesto un certo impegno…

Maurizio
Mi pare che ne parli anche in altro e sei molto sensibile verso questo tema..

Emmanuele
Beh, quello dell’interazione e della customizzazione mi pare uno dei paradigmi principali del nostro periodo.

Maurizio
Mi ci sto scervellando per certi versi, anche se ancora non è visto per nulla come campo di applicazione in architettura… Resta relegato allo studio di pochi amatori!

Emmanuele
Io credo che sia perché sono necessarie competenze di un certo livello per maneggiare certe tecniche e tecnologie… Insomma, non si tratta più della saldatura tra due putrelle, oppure del vetro sospeso! Qui si parla di robotica, informatica, IA deboli… Anche solo capire il campo d’applicazione per non far sì che quello che si fa assomigli ad una delle solite installazioncine, ma renderle funzionali, non è compito di semplice futurologia! Credo che la domotica non vola proprio per questo motivo…

Maurizio

Già… Mi pare che lo dicevi tu tempo fa: entra in gioco la programmazione informatica, cambia il modo di operare delle maestranze… Scompare l’edilizia…

Emmanuele
Sì, oppure rimane sovrastruttura…

Maurizio
Si vede la comparsa di opere che sono supportate da altri livelli di costruzione…

Emmanuele
…e questo è difficile da capire per gli architetti più accademici!

Maurizio
Non solo da loro: vallo a dire a tutti quelli che escono dalle facoltà di architettura/ingegneria che devono ricominciare …

Emmanuele
Beh. il fatto è che i loro prof., i nostri prof. non accettando il cambio di paradigma continuano a sfornare inetti in questi temi! È un cane che si morde la coda.

Maurizio
Se non si cambia rotta, ci ritroveremo con dei contenitori chiamate case. piene di aggeggi che in mal modo comunicano tra di loro!

Emmanuele
E comunque saranno robe verso le quali non proviamo alcuna empatia, ma ci sembreranno imposte…

Maurizio
Esatto! L’interazione tra il manufatto l’uomo deve essere totale! Se nel momento in cui faccio vedere il padiglione di Oosterhuis ad un collega e mi risponde che son forme che ancora non riesco a capire, senza capire i contenuti del padiglione stesso…

Emmanuele
Eheh già, però l’errore è anche di Oosterhuis, che cerca di costringere motivi formali a lui congeniali a contenuti esterni ad essi.

Maurizio
Siamo bloccati, la gente non si vuol allontanare dal mattone e dal c.a. …

Emmanuele
Questo è vero. Però qui si delineano due estremi: da una parte la convinzione che non si può fare altro che edilizia tradizionale per edifici tradizionali, dall’altra la convinzione che si debba riempire la città di edifici strani ed interattivi, ma come puoi immaginare sono posizioni ideologiche, perché se è vero che è folle continuare a costruire edilizia che non sia ne smaltibile nella sua componentistica, ne durevole tanto da dire che sia convenuto costruire con tali tecnologie, è altrettanto vero che è considerabile folle pretendere una riconversione totale con tecnologie che in teoria ammala pena esistono e che difficilmente sono riconvertibili a produzioni industriali e soprattutto per funzioni abitative. Non dico che occorre cercare una via di mezzo, che risulterebbe piuttosto kitsch, ma occorre cercare un diverso paradigma, perché una transarchitettura che soddisfi il bisogno della transumanità la vedo ancora un po troppo evanescente. Considerato che una transumanità più o meno libera da molti oneri dell’umanità attuale non può che passare per i prodotti dell’industria, vedo che l’architettura sta rallentando parecchio il processo di transizione…

Maurizio

L’architettura da questo punto di vista mi pare stia abbandonando il suo ruolo di appendice alla società… ripeto nel dire che, a parte qualche esempio, non si vedono corse verso di un’architettura tecnologica ed empatica… Oggi si pensa solo a tappare i buchi imposti dalla normativa, creando ancora più conflitti tra l’esistente e il progetto.

Emmanuele
Sì, credo anche io che molti architetti si stiano allontanando dall’idea di modificare il mondo, o per lo meno di accompagnare questa trasformazione… Sono rimasti in assai pochi a tentare qualcosa di arduo e razionale allo stesso tempo… Chi mi viene in mente? Architecture&Vision, che lavorano con agenzie spaziali varie e che progettano architetture ispirate alle saghe spaziali, ma che si presentano al contempo estremamente razionali e realistiche, alcuni come Lars Spuybroek e Jean Nouvel, che lavorano sulla virtualizzazione del reale (che per quanto possa sembrare un qualcosa di effimero, ha la grande importanza di abituare i cittadini a certe cose), Nio che lavora su margini quasi cyberpunk, Oosterhuis, che lavora sulle protesi… Però c’è tanta corruzione della maniera. Il problema di quelle che chiamano archistar, non è tanto il fenomeno in se, ma più che altro la stasi della progettazione che non può andare oltre certi paradigmi richiesti dal mercato.

Maurizio
Beh dalle archistar difficilmente si avrà una risposta seria in questo senso. da loro ti ci si può aspettare solo delle risposte più o meno condivise, ma per questioni di marketing non stravolgeranno il loro modo di fare e di pensare… navigano ben saldi ai committenti. Sarebbe un peccato non perseguire certe strade, come in pochi stanno facendo. Oggi la tecnologia offre tantissimo, e ogni giorno avanza con passi da gigante. Non siamo noi a stabilire come sarà il futuro ma di sicuro ne faremo parte. A chi ne ha voglia possibilità e potenzialità non resta che perseguire tali sistemi.

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Emmanuele
È vero, però dimentichi un problema di mercato: sai che la rivista Humanty+ ha intitolato l’intero numero di Febbraio/Marzo: Is the Future cancelled?, ed il tema era proprio l’impossibilità di creare un futuro con condizioni di mercato avverse alla ricerca, e per di più in stagnazione economica

Maurizio
No non lo sapevo. ma pensi veramente che tale mercato bloccherà la ricerca? Io non ci credo anche perché i processi tecnologici non hanno di certo avuto una ricaduta, anzi! La tecnologia di largo consumo continua a proliferare… Aumentano sempre di più le nanotecnologie e la tecnologia all’interno dei telefonini o altro. La gente continua a comprare questa roba, proprio perché sistemi che fino a qualche anno fa avevano prezzi esorbitanti , oggi sono alla portata di tutti. Una rete di sensori oggi si fa con poco, e anche un microcontrollore è un oggetto di largo consumo. Secondo me la domotica non decolla, perché le industrie non si decidono ad abbassare i prezzi che per certi versi sono immotivati.

Emmanuele
Il fatto è che il mercato blocca la tecnologia… Ti faccio un esempio pratico: io sono il detentore di una tecnologia che sta andando in via di obsolescenza, per esempio le macchine a benzina, ed ho pronte X macchine in magazzino. Se liberassi una tecnologia più efficiente, più pulita, tecnologicamente conveniente, e da prototipo che potesse offrire sviluppo anche ad altri settori (come succede per la formula 1 per capirci), io, industria, non ho alcun vantaggio a introdurre le macchine ad idrogeno, perché devo ancora vendere i miei brevetti e le mie macchine in magazzino. E non ci sono solo le macchine, anche i pezzi di ricambio, le industrie da dismettere, i contratti da rifare… In questo senso il mercato influisce negativamente sulla ricerca e sullo sviluppo! Siamo figli del mercato, ma ormai è chiaro che si tratta di gerontocrazia.

Maurizio
Sì la cosa è chiara… Ma non sono solo le industrie che bloccano tutto, la colpa è anche della politica. Ma non voglio addentrarmi se no non ne usciamo. Questo in ogni caso si allontana un po dal problema crisi: dietro a questa parola, il più delle volte si nascondono molti di questi inganni.

Emmanuele
Beh, questo è chiaro… Il fatto è che influisce pesantemente nella storia dell’architettura

Maurizio
Certo anche perché il mercato dell’architettura di per se è molto lento, ciò dovuto a tutte le caratteristiche intrinseche alla disciplina. Ipotizziamo che il mercato si sblocchi, che cambi rotta, e che la tecnologia avanzerà al ritmo ipotizzato dai futurologi, che l’architettura continui a passi lenti la propria strada. Quale sarà l’impatto sull’uomo che si ritrova ad abitare ambienti tradizionali e a vivere ambienti altamente tecnologici, magari ambienti ibridi tra reale e virtuale?

Emmanuele
Probabilmente si creerà una scissione tra persone che ha la possibilità di accedere a certe tecnologie nel proprio ambiente di lavoro, e persone che invece non possono accedervi, quindi non ne avranno per niente coscienza… Quindi tecnicalmente è uno scenario tecno-fascista, quello in cui l’architettetura non si aggiorni ne tecnologicamente ne linguisticamente

Maurizio

Ciò che si prospetta nel futuro prossimo è la mancanza di energie per gli spostamenti. Probabilmente staremo tutti a casa. gli ambienti virtuali saranno i nostri ambienti quotidiani.

Emmanuele
Sperando che esse non siano le nostre prigioni… Occorre un dibattito serio, ed occorre oggi! Così come Asimov ha impiantato in speculazioni narrative i tre principi fondamentali da inculcare ad intelligenze artificiali forti e robot, occorre lavorare in ogni piega affinché il futuro non appaia un incubo…

muscle

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36 pensieri su “.** Paradigmi ignorati_

  1. Mi piacciono molti questi botta-e-risposta.
    Personalmente credo che la civiltà occidentale sia (finalmente?) arrivata ad un punto morto: la classe “dominante” del nostro tempo è strettamente incatenata alle logiche del mercato e non è un caso che l’economia abbia “travolto” qualsiasi campo, dalla politica all’arte.
    Probabilmente questo determina sia i caratteri positivi (benessere diffuso, globalizzazione dei servizi e delle comunicazioni, aumento della tecnologia) sia quelli negativi (stagnazione della cultura, precarietà delle condizioni di vita, ecc..).
    Non credo che la stagnazione sia recuperabile attraverso gli strumenti stessi della professione (l’architettura non traina generalmente, ma è trainata: “ducunt volentes fata, nolentes trahunt”).
    Non credo nemmeno che il sistema riesca a ritrovare l’equilibrio grazie alle proprie logiche interne (anche perchè ancora i politici sono fermi ad Adam Smith come concezioni economiche) .

    Probabilmente basterebbe solamente reindirizzare le nostre scelte dal mercato a qualcos’altro, ma il fatto è che non so nemmeno io a cosa…

    Ciao

    Matteo

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    1. Caro Matteo,
      Io non credo che la civiltà sia ad un punto morto, anzi. Probabilmente non è mai stata così veloce, considerando che ogni periodo di alterazione di paradigma comporta con se la sensazione di decadenza, unita però ad un grande periodo propositivo. La decadenza che noi sentiamo oggi, è probabilmente la stessa decadenza degli uomini del cinquecento inoltrato rispetto all’umanesimo canonico. Non a caso il concetto di maniera è stato formulato compiutamente negli ultimi trent’anni. Forse l’occhio post-moderno poteva vedere meglio questo tipo di sfumature, che poi erano ben più che sfumature.
      Non fraintendermi: vedo con estremo disgusto la mercificazione della cultura, della scienza, dell’arte. Però credo che sia una fase temporanea. Dopotutto tutto è temporaneo. Non so come si potrebbe uscire. Certo è che noi siamo ancra legati a concezioni di politica e geopolitica create per gestire la rivoluzione industriale. Ed è passato un secolo e mezzo. Diciamo che il mondo nel frattempo è cambiato… Se questo poteva andare bene anche fino agli anni 60 e 70, oggi dovrebbe proprio cambiare. Il 68 è stata un’occasione persa purtroppo, ma ce ne saranno altre di sommosse popolari probabilmente. Già i germi di qualcosa di non piacevole sta scorrendo tra i cittadini, nonostante in tv non si faccia vedere. Esploderà d’improvviso, e chi non se ne rende conto ne verrà travolto. Ora, non voglio certo fomentare rivoluzioni. Ma la cecità verso l’organizzazione popolare è un esempio verso la manipolazione delle informazioni, simili alle manipolazione dello sviluppo di cui si parla nella chiaccherata.
      Che vuoi che ti dica, speriamo di cavarcela…

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      1. Grazie mille Salvatore, apprezzo moltissimo il tuo di apprezzamento. È vero, lo strumento del blog ci offre tantissimo: la possibilità di eludere il centralismo delle riviste accademiche, senza rimanere ingarbugliati nelle dinamiche di quest’ultime. Però necessita anche un impegno straordinario se non si vuole cadere nel pubblicismo oppure nel dilattentismo nato dalla smania di farsi vedere. Per fortuna ci sono molti blog molto curati che riescono a darsi una propria identità. Il tuo ci sta riuscendo molto più che degnamente… :)
        A presto Salvatore, ciao!

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      2. Emma,
        grazie.
        Occorre non aver fretta e concentrarsi sui contenuti cito Fabio Metitieri (morto da poco) per chiarire il mio pensiero: « Non sono un paladino dello stile formale, non on line, di certo non su un blog. Ma in tutto ci deve essere equilibrio. Se i racconti personali diventano il contenuto prevalente, mentre le idee scarseggiano e le informazioni mancano del tutto, non puoi avere la pretesa di considerarti alla pari di un mezzo di informazione e neppure uno stimolo alla riflessione e al dibattito. Potresti provare a diventare un personaggio amato dal pubblico per la sua simpatia, stile Fiorello, ma non un punto di informazione o un opinionista.
        Tra l’altro, i pochi post “seri” tali non sono, per vari motivi, anche questi abbastanza chiari.
        Per prima cosa i bloggher sono hobbisti senza voglia, capacita’ ne’ tempo per produrre qualcosa in modo professionale, cioe’ documentandosi, facendo interviste, seguendo convegni, evitando di diffondere le stesse bufale per cui lapidano i grandi quotidiani e facendo attenzione a non scrivere cose dannose per gli altri o addirittura querelabili.
        In secondo luogo, la maggior parte dei bloggher rifiuta ogni specializzazione e vuole parlare di tutto, magari un po’ a vanvera ma sempre con lo stesso tono perentorio, perche’ per definizione il bloggher e’ un tuttologo. Uno dei corollari a questa regola, apertamente dichiarato e sostenuto da alcuni Vib, e’ che per parlare di Internet non occorre sapere nulla di tecnologia. Su questo, no comment.
        In terzo luogo, le notizie dei bloggher non sono quasi mai tali, ma si tratta solo di puntatori o riassunti commentati alla solita informazione gia’ pubblicata dai grandi media, che sono il nutrimento quasi esclusivo dei Vib nostrani. »

        La cultura blog deve emanciparsi dai media di riferimento senza trascurare la qualità dei contenuti.
        Sulla smania del farsi vedere, ahimè l’architetto, ha un grosso handicap, il suo lavoro consiste nell’elaborare idee e per questo motivo che il blogger/architetto deve avere la consapevolezza di vivere in un conflitto d’interesse non risolvibile.
        Saluti,
        Salvatore D’Agostino

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  2. Complimenti a tutte e due, conversazione estremamente interessante. Purtroppo credo che l’accademismo e i vecchi paradigmi siano un freno al progresso non solo in architettura ma in svariati ambiti disciplinari. Il punto è che mentre la tecnologia avanza a livelli esponenziali, la mente dell’uomo (cultura, filosofia, visioni del mondo) non ce la fà a stargli dietro, questa tuttavia non è una giustificazione per rimanere al palo ma anzi…
    Secondo me un ottimo progetto che coniuga architettura e futurologia è questo:
    http://www.thevenusproject.com/

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    1. Grazie David. Bhè, il passatismo forzato viene spesso confuso con romanticismo e conservatorismo, che a differenza del primo termine, hanno in se un qualcosa almeno di nobile. Ad ogni modo, io credo che ci sia una difficoltà per gli uomini comuni a rimanere dietro le tecnologie, perché esse non vengono comunicate efficacemente: sono prodotto come altri, quindi si vanno a confondere nel mare di altri prodotti. Quante persone snobbavano il cellulare, ed oggi non possono farne a meno? Perché questo? Perché non si era impostata la comunicazione riguardo la vera funzionalità dell’apparecchio…
      Per il progetto Venus, direi che è il progetto più interessante di quello che prolunga le avanguardie utopiste/megastrutturiste degli anni 70. In Zeitgheist dicono che si stia lavorando ad una effettiva realizzazione, ma ci credo poco. Anche se ci spero molto…
      A presto, ciao!

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  3. Come punto morto intendevo un sistema che non è più capace di dare risposte (nemmeno le più banali) ai bisogni della gente (e forse a questo ti riferisci citando l’inquietudine che serpeggia e non viene mostrata in tv).
    Piuttosto sono molto deluso dalle “nuove” generazioni: mia nonna non sa nemmeno scrivere sms al cellulare, mio padre sa usare quel che basta il videoregistratore, mio zio conosce qualcosa di computer, tanti miei amici (ed io) sappiamo usare bene il computer e quindi pensavo che le nuove generazioni sarebbero stati dei piccoli maghetti, capaci di portare lo sciluppo informatico ad altissimi livelli; invece vengo a sapere che molti sanno a malapena dove sia il tasto di accensione, figuriamoci ad installare un programma. In pratica si limitano a stare davanti a facebook tutto il giorno :)

    Questo di certo non aiuta lo sviluppo tecnologico…

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    1. Bhè, se pensi che le vecchie generazioni venivano mandate a zappare la terra! :)
      Il paragone va fatto con la generazione immediatamente prima la nostra (diciamo quelle del dopoguerra, che non avevano lo stordimento che abbiamo noi. Ma di chi è la colpa se non di chi “ci” tenta? Internet è una medaglia a due facce: da una parte ci facilità lo studio in maniera impressionante (considero il tempo guadagnato in ricerche bibliografiche molto prezioso, per rimanere nell’ambito anche dei non-architetti). Però questo tempo viene compensato nella creazione di legami che hanno ben poca importanza reale. Come per esempio quelli di facebook… :)
      Tra l’altro, parlando con Salvatore D’Agostino, si ragionava sulla attuale scarsità di fermento tra i blog di architettura: che sia anche a causa di questa vaghezza del vagare tra un contatto e l’altro? Un pò come nella parigina d’inizio secolo?

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  4. Pur non essendo per nulla una fan di Zecchi (prof. di estetica all’unimi) devo dire che mi aveva affascinato il suo partito filosofico che chiamò mitomodernismo.
    In realtà un’idea di base, che riguardava la forma della bellezza, pressochè rimossa in gran parte dell’arte contemporanea.
    Quando leggo i tuoi post sulla transarchitettura, mi sembra che manchi sempre un sostrato a tutti questi discorsi, la tecnica, ecc. risultano sempre come degli strumenti al servizio di qualcosa, ma infine si riducono nelle loro applicazioni a un qualcosa fine a se stesso.
    L’idea che possano perseguire un fine etico, utile, ecologico, rende tutte queste prospettive, al di là delle ovvie difficoltà di attuazione causa politiche, mercati e altre cecità e interessi vari, assolutamente interessanti, ma come un bolla sembrano sempre scoppiare non solo di fronte alla scarsa preparazione o interesse in materia che tu lamenti da parte di chi invece potrebbe promuovere tutto ciò, ma credo dal fatto che in fondo ci si aspetti che l’uomo ci metta la sua parte.
    La tecnologia arriva a x, che equivale a metà della sua potenzialità, una potenzialità che per essere attivata richiede un’interazione umana y che secondo me essa non è ancora minimamente in grado di coinvolgere.
    E non perchè le persone non siano pronte, non capiscano, non colgano, ma perchè l’utilità e basta non è una molla sufficientemente forte per rendere tutto ciò oggett di desiderio.
    Anche chi progetta è come se non vivesse in strada, se non si rendesse conto delle reali esigenze di chi le case le deve abitare e gli edifici fruire. Si progettano soluzioni a necessità inesistenti. allle persone in fondo piace fare da sè le cose, non sempre avvalersi di aspetti computerizzati nell’ambito della vita domestica risulta una carta vincente. In un certo senso questi aspetti dovrebbero essere nascosti, agire segretamente.
    E avere come funzione un’utilità di tipo ecologico non di interattività tra il frigorifero e la lavatrice, poichè in fondo renderebbe tutto più complesso e sentirsi estranei all’attività della propria abitazione non la rende accogliente.
    Così in tanti luoghi come musei o biblioteche, (ad es. ho visto cose grandiose in Svezia) rendono però poco interattiva la visita, poichè l’interattività sta in fondo nella nostra fisicità: vedere, toccare, fare.
    La bellezza e la vita è come se venissero alienate nel momento dell’interazione informatica, non tanto per il mezzo in sè, ma per come viene concepito e mostrato, in modo in realtà stereotipato, secondo quello che ci si aspetta dalle macchine e non dall’uomo.

    Ciao Emma!

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    1. Cara Un’altrasera, vi è un pregiudizio forte da parte dell’arte contemporanea e molta estetica riguardo la categoria del “bello”, e non è una cosa di cui posso apprezzare pienamente, essendo comunque anche io vicino a certi temi. Riguardo i miei discorsi utilitaristici: il fatto è che la transarchitettura è stata sempre tacciata di una fumosità effimera, di inutilità rispetto all’architettura tradizionale. Questo mi sembra errato, e mi interessa calcare l’aspetto “funzionale” di una transarchitettura. Comunque l’architettura è un’arte “funzionale”, il cui valore aggiunto, su cui l’attuale manierismo gioca assai, è proprio la nozione di programma funzionale… Sulla tecnologia: la tecnologia non è un a-priori, è l’uomo che la crea, quindi in teria l'”y”, è già presente. La tecnologia è da vedere quindi come uno strano ente ermafrodita. Il fatto è che alla gente non vengono forniti i mezzi per capire e prepararsi alla tecnologia, e quindi la vede sempre come un altro-da-se, come una protesi removibile, anzi, auspicabilmente removibile. Insisto sulla non prontezza della gente, perché la tecnologia ha in se un qualcosa di estetico: basta vedere le tendenze ‘800 che rinascono oggi sotto il nome di steam-punk, e che vedono come matrice formale l’esposizione dello scheletro d’acciaio di qualsiasi artefatto come puro gesto estetico. Poco importa che effettivamente le strutture rappresentate non servano a niente, l’importante è che diano una apparenza di “piranesiana stabilità del collasso”. Insisto sull’importanza di una comunicazione efficace di certi temi, perché se è vero che la gente vuole, e farà, le cose in maniere a lui consono, non possiamo nemmeno permetterci di rischiare un tecnofascismo, come non vedo auspicabile una tecno-dipendenza. Io stesso che sono un tecnofilo, disegno e schizzo molto a mano, non perché lo trovo superiore al computer, ANZI!, ma perché mi piace. Però capisci bene che quando certe cose saranno la normalità, non si potrà cadere dalle nuvole. Per esempio, quando non esisterà più la moneta fisica, la gente non abituata nemmeno ai cellulari, come si comporterà? Cadrà dalle nuvole, come un pò accade oggi in cui molte persone possono permettersi beni, solo perché attraverso il web trovano il modo migliore di saltare i passaggi ed acquistare a prezzi più concorrenziali. Mi piace soffermarmi sul fatto che io non auspico una tecnologia autoreferenziale che ingloba tutta l’esistenza delle persone: però è pure vero che sono le persone a definire la tecnologia come autoreferenziale, proprio allontanandosi dalla tecnologia! :)
      A presto, ciao!

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  5. Non so se ho ben capito il post di unaltrasera… riguardo al zappare la terra: il computer di per sè è una zappa.
    Ci sono tanti tipi di zappe, qualcuna funziona meglio, qualcuna funziona peggio e possono unsate sia per scopi nobili (arare i campi, togliere le erbacce), sia per scopi meno nobili (grattarsi la schiena, uccidere qualcuno).
    La tecnologia – per dirla alla McLuhan – è semplicemente un’estensione della nostra esistenza nei più diversi campi: quindi una tecnologia può semplicemente accrescere le potenzialità insite in un certo campo umano, non fondarle da zero.
    Ad esempio una tecnologia di estensione del “sesto senso” non può esistere se il “sesto senso” non esiste.
    Quindi penso semplicemente che è vero che sarebbe bello avere più “interazione” informatica, ma questa deve essere pure “sentita” come necessaria dalla popolazione e ancor più dai politici (non per fare polemica, ma con una classe politica che ha un’età media di 65 anni non penso che verranno distribuiti Wii nelle scuole elementari…già mi stupisco che alcuni sanno cos’è internet…).
    A presto

    Matteo

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    1. Caro Matteo, non sono sicuro nemmeno io di averlo capito, però per gentilezza occorre rispondere, anche se non si sa ciò che si dice! (sarei un bravo politico…) Apparte gli scherzi: è vero, ci sono diverse zappe, però se devo scegliere… Insomma, nessuno di noi oggi sceglierebbe la zappa al computer, o meglio, una minoranza. Però la tecnologia non è neutra: McLuhan non diceva che era una “semplice” estensione, ma che era una protesi propriocettiva, ossia atta alla creazione di nuove possibilità fisiologiche. Io credo che si possa “sentire” in modo diverso da quello umano, solo che noi non sappiamo farlo. Molta misticistica, soprattutto cattolica, si basa proprio sulla nozione di “sentire”, come un provare altro da-se. Il sesto senso può essere il “sonar”, cioè un senso artificiale, “rubato” agli animali, per essere applicato a delle persone sordo-cieche, per farle percepire lo spazio: come “sentono” il “sonar”, lo sanno solo loro. Certo che questo senso è stato dovuto essere rielaborato per farlo “capire” al cervello umano, ma la cosa fantastica è la riuscita dell’esperimento… Però il fatto è che, se si è daccordo o meno con l’esplosione tecnologica, essa è inevitabile, ed è importante ragionarci fin da oggi, altrimenti essa apparirà sempre più imposta, sempre più de-umanizzata. La destituzione autoconferitesi dagli intellettuali in certe tematiche è la causa del fallimento delle tematiche stesse in ambito filosofico, e la effettiva vittoria in ambito finanziario…
      A presto! Ci sentiamo, ciao!

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  6. adesso anche io non so bene cosa ho detto..
    No , non è vero.
    Credo semplicemente che ,come ha scritto Emma, la tecnologia non sia neutra , e sia ancorata non solo a come viene percepita da chi la usa, ma anche da chi la progetta.
    Le due questioni di cui parlavo, in particolar modo pensando a un atranarchitettura, riguardavano:
    a- la forma della tecnologia
    b- la sua progettazione

    Riguardo ad a, mi sembra che ormai il tecnologico sia totalmente stereotipato nella sua forma, e questo stereotipo lo renda sì riconoscibile, ma non bello.
    il cyberpunk, ballard, o chi per loro hanno creato, cavalcato questa forma, ma a me piacerebbe una tecnologia più bella, che sappia stupire anche dal punto di vista formale, magari nascondendo il suo lato hi tech

    b- Mi domandavo quanto queste potenzialità della zappa tecnologica non siano infine rese, per la vita di tutti i giorni, superfue, progettate per un uomo che invece di potenziarsi tende a ridurre la sua creatività, certo forse perchè non sa usare la zappa, però anche, credo , perchè le tecnologie vengono sviluppate(al di là della medicina, dell’industria bellica ecc.) per servire a un modello d’uomo anch’esso stereotipato, targettizzato, che non corrisponde forse a dove veramnete l’uomo vorrebbe arrivare, a quello che vorrebbe fare, bensì a quello che è comodo che faccia, sia rispondendo a certe logich commerciali, sia forse alla rigidità di chi progetta.
    P.s. grazie per aver risposto lo stesso;)

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    1. Carissima ‘Sera, prima di tutto ti ringrazio per il tuo elaboratissimo commento, che ho avuto modo di apprezzare molto, anche se purtroppo gli impegni mi hanno ritardato di molto la risposta.
      Tu parli di una forma della tecnologia, dividendola dalla sua progettazione: ma è possibile farlo? Considerando che se un progetto di un oggetto che contiene una tecnologia particolarmente avanzata e raffinata, non si mostra per quello che è, ossia non si mostra per un oggetto del suo tempo, è un oggetto fondamentalmente sbaglato: ricordiamoci che Ballard, Gibson, e amici vari, non hanno inventato poi molto: il loro grande contributo sta nell’immaginare “usi” e “scenari”, non tanto nell’immaginare il futuro in se. Infatti è sempre un futuro adagiato sul presente, quindi la distopia fatiscente degli anni ’80, l’ottimismo sociale dei ’90, il realismo ecologista della prima decade del III millennio. Occorre ricordare infatti che ognuno immagina il proprio futuro in base a ciò che possiede in termini di beni simbolici ed emotivi, in base a ciò che sa maneggiare con proprietà e ciò che conosce. Difficilmente un futurologo ci azzecca, perché ha una visione limitata ai suoi gusti. Occorre, come nell’attività critica, avere un distacco fortissimo per vedere in la: più ci si innalza e si vede chiaro il presente, più si può capire dove va il futuro. Oggi è infatti facile capire che, come kurzwell ci ha convinti (sic!), che ciò che dominerà il futuro sarà: nano-bio-info. Ma se tra un anno si svolterà paradigma totalmente a causa di una scoperta geniale, di una guerra mondiale, di una mutazione, o qualsivoglia inaspettato avvenimento, le nostre aspettative cambieranno. E così per l’uomo di tutti i giorni: io voglio diventare un grande architetto, oppure un grande critico di architettura, oppure qualcos’altro, che però ricalca i miei interessi: non posso uscire da ciò che conosco, oppure lo posso fare soltanto conoscendo altro. Palrare di “zappe” in termini di prigionia del lavoro, sarebbe come dire che, in una ipotetica mancanza di bisogno di lavoro, la “zappa” è la natura umana, che ci costringe ad essere occupati per non impazzire… No? :)

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  7. Ciao.
    Volevo ricordare ad Emmanuele riguardo a McLuhan di non confondere “tecnologia” con “media”: la tecnologia è il substrato su cui poi si fondano i diversi media.
    E sono le diverse tipologie di media a veicolare diverse reazioni del soggetto a ciò che si riceve (“Il media è il messaggio” appunto).
    Credo quindi che la tua dissertazione si rivolga più ai media che alla tecnologia (di cui fa parte la zappa appunto).
    A presto

    Matteo

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    1. Bhè, dipende da quale testo consideri! :) In Strumenti per Comunicare, McLhuan ha un approccio molto attinente a quello che esponi in quest’ultimo commento, però per esempio in Galassia Gutemberg, media e tecnologia sono quasi sovrapposti. Io credo che anche un libro da leggere, una penna, una tastiera, una medicina, possa essere una zappa. Insomma, facciamo parte della società, e per questo siamo schiavi, o comunque non siamo liberi. Però non credo che sia la tecnologia la nostra catena… :)
      Grazie mille per l’attenzione con cui hai risposto, un dibattito serio si può fondare solamente su un’attenzione reciproca…

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      1. —> Matteo e in parte Emma (non mi convince la tua risposta),
        la tecnologia per gli architetti/ingegneri non è una zappa ma è la base dove vengono scritti codici (work in progress) per simulare la fattibilità di un progetto.
        Non è l’estensione della matita, concezione del tutto errata e abusata dai nostri accademici il quale sconoscono le potenzialità dei CAD.
        Senza voler essere perentorio, un buon architetto/ingegnere che conosce i CAD sa bene che non può fidarsi della progettazione attraverso i simboli come potrebbe fare un bambino linea=icona linea, cerchio=icona cerchio e così via.
        Deve imparare il linguaggio in uno scambio duale tra software e progettazione.
        L’invenzione della prospettiva generò l’umanesimo e la cupola di Santa Maria del Fiore di Brunelleschi.
        Il (disegno)digitale sta generando una nuova epoca (che ancora non ha un nome) che ci permetterà di costruire nuove cupole.
        Non zappa ma cervello.
        La prospettiva non fu una zappa.
        Saluti,
        Salvatore D’Agostino

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  8. Emma,
    ritrovato appunto a matita:
    Su quel post (da voi citato) ti avevo segnalato un articolo di Franco Arminio perché non credo che ci sia una così netta contrapposizione tra edilizia tradizionale e domotica.
    Viviamo nel pieno di una ‘mutazione’ dove ‘Facebook’ incide nelle idee dei paesani e produce cultura.
    La piccola domotica domestica da tempo è entrata nelle nostre case.
    Immaginando un ipotetico scenario futuribile rivedo le scene del film ‘Fahrenheit 451’ di François Truffaut (dove si maneggiano oggetti di epoche passate in un ambiente del futuro) che una ‘tabula rasa’ tecnologica.
    Condivido due aspetti del vostro dialogo: l’ignoranza diffusa nei confronti delle nuove tecnologie e l’incapacità dei nostri accademici a vedere il cambio di paradigma.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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    1. Bhè caro Salvatore, se accettiamo il fatto che ogni epoca è un’epoca di cambiamento (con poche rare eccezzioni), è facile vedere come sia quasi impossibile vivere il proprio tempo: “non si vive mai quello che si fa, si vive solo il ricordo di ciò che si è fatto, o il ricordo di ciò che si farà” (Hofstadter, 1976)
      Quella tendenza che descrivi, ossia il contaminare di oggetti caratterizzati da linguaggi provenienti da epoche passate (vittoriane mi pare nel film che citi) con tecnologie sofisticate, è una buona metafora per questo concetto: dopotutto lo steampunk ha radici molto in la (già da Vernè).
      Per l’accademia: cambio di paradigma nelle accademie? Ormai non ci conto più. Ne lo auspico. Anzi, auspico la sua completa decomposizione in una flautolenta poltiglia organica…

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  9. Premesso che considero la matita (o la zappa) inutile per chi comunque non ha cervello, devo ammettere che l’ambiente CAD ha decretato una cesura netta con la progettazione del passato.
    Inoltre lo scambio duale col programma è fondamentale per una buona riuscita del proprio lavoro e non solo: capire anche quale programma usare ed in che modo. Ad esempio, Sketchup è fantastico per la modellazione di volumi di massima, che poi possono essere facilmente rifiniti in Revit (che importa direttamente il modello di Shetchup), ma è limitato dalla “scatolarità” delle forme che si possono creare. Non sono un patito delle nuvole di Fuksas ma quando ci sono progetti “non lineari” mi affido direttamente a 3dsMax perchè nelle ultime versioni riesce a gestire modellazioni 3D “a mano libera”.
    Oppure Revit è uno dei migliori programmi parametrici, ma se devo approntare un progetto in poco tempo preferisco ArchiCAD perchè è molto più immediato e ha una libreria vasta di oggetti (che poi è sempre stata la sua forza e la sua debolezza).
    Ovviamente l’ambiente virtuale permette di realizzare una visione del progetto molto più completa di quella che si aveva una volta col “plastico”, poichè permette anche di “entrarci dentro”: ovviamente occorre abituare l’occhio ed il cervello a questo tipo di informazioni, poichè per chi non è abituato, un plastico rimane ancora molto più comunicativo. D’altronde lo stesso vale per il passaggio dalla fotografia al cinema: come ricorda ne “La Galassia Gutenberg” McLuhan parla di alcune popolazioni africane che messe davanti ad una pellicola cinematografica non sapevano come interpretare queste immagini e vedevano solo gli oggetti secondari senza riuscire a comprendere la scena intera.

    C’è ancora molto da fare.

    A presto

    Matteo

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    1. Caro Matteo, Zevi ricordava come il tecnigrafo abbia “suggerito” agli architetti del dopoguerra l’uso pedissequo di certe angolature piuttosto che di altre (di 30° in 30°). Ogni strumento non è certo neutro e suggerisce certi usi piuttosto che altri. A me fanno un pò ridere i vecchi prof che si lamentano del fatto che gli studenti non pensano più con la matita. E come se i loro prof dicessero, eh, bei tempi quelli del dagherrotipo! Oppure: mah, io queste squadrette proprio non le capisco!
      Un giorno noi diremo: eh, ai miei tempi si faceva tutto col mouse…
      Insomma, cerchiamo di usare quel che abbiamo, capire se le prossime novità ci saranno utili, ed andare avanti! :)
      C’è sempre da fare, perché c’è sempre qualcosa di nuovo!

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  10. Caro Salvatore,
    rispondo al commento delle 16:59:30 (non mi fa pubblicare il commento direttamente dopo il tuo…
    Io sono più che daccordo con questo: ogni epoca ha la propria specificità in base alla politica di quel periodo, ed alle possibilità tecnologiche di quel periodo. Arte e filosofia è una conseguenza della tecnologia/tecnica, le quali stimolano la progressiva miglioria dell’ambito, creando un feed/back. A chi risponde con un improbabile: è vero, vi è uno scambio duale. Però occorre ricordare che la tecnologia è anche invisibile, la quale è formata per l’appunto di pensiero ed abilità.
    Non ho capito però perché non ti ha convinto la mia risposta! :)

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    1. Peja,
      hai ragione sono stato ambiguo
      La frase che non mi trova d’accordo è questa: «Insomma, facciamo parte della società, e per questo siamo schiavi, o comunque non siamo liberi. Però non credo che sia la tecnologia la nostra catena.»
      Mi sembra un po’ retorico l’uso del termine schiavitù VS società.
      L’uomo per vivere ha bisogno del conflitto/scambio sociale.
      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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      1. Ciao Salvatore,
        Bhè, la libertà è un’illusione, e già da Nietzsche: non continuiamo a credere che esista una forma di libero arbitrio, o di libertà d’azione, se non che essa sia ridotta all’osso: noi facciamo ciò che ci è “suggerito” dai nostri gusti, ed i gusti sono “suggeriti” dalla società. Esempio: se devi scegliere cosa mangiare, sceglierai in una gamma ristretta di cibi proposti, e tra questi, in una gamma ristretta di cibi che ti piacciono, o per lo meno, che non ti disgustano. Poi sceglierai quelli che ti puoi permettere. Insomma, quasi sempre le scelte sono obligatorie. Anche io sono stato ambiguo, e mi scuso: con schiavitù della società non intendo un complotto oscuro non definito e non definibile, in cui un governo ombra qualsiasi ci domina, ma una pecularietà del vivere comune: la maggior parte delle scelte sono già state fatte, e tu non puoi far altro che incalzare le stesse… Sotto questo punto di vista, la tecnologia mi sembra una via ben più libertarista… (diverso da liberale!)
        A presto caro, un abbraccio

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  11. Stesso problema di prima, rispondo quì al commento: 17:01:34

    Rispondendo all’illustre salma, credo che la sua visione sia riferita per l’appunto ad una determinata categoria di blog, ossia i blog che si occupano di comunicazione in termini spiccioli (quello in cui sono buoni tutti insomma). Anche di riviste cartacee, di quotidiani, ed altro ancora, ci sono diverse sfumature di inutilità in giro. Ma altrimenti, senza gli stolti, i migliori non si riuscirebbero a distinguere…
    Per i blog di architettura, non credo che abbiano acquisito una loro peculiareità, apparte il parlare di architettura. Mi piacerebbe che ci fosse una critica seria e reale, oppure una recensionistica, un format, un qualcosa. Purtroppo c’è qualcosa, ma poca e discontinua…

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      1. Salvatore, io sto rinunciando a credere nella possibilità di parlare di blog di architettura come massa di utenti con una certa identità condivisa: il paesaggio è troppo frammentario, ed il fatto di usare un comune strumento non deve essere la matrice per stringere un perimetro al cui interno includere tutti quelli che:
        a) hanno un blog;
        b) parlano di architettura.
        Sarò classista/elitarista, ma sono con Puglisi quando attacca massivamente l’inclusivismo, perché la preoccupazioni che rivolgi riguardo allo stato dei blog (demenziali, personalisti, curati male nei contenuti, senza profilo critico) non è un problema tanto dei blog di architettura, quanto dei blog e dell’architettura. Insomma, anche le riviste sono, in larga parte, demenziali, personaliste, curate male nei contenuti, senza profilo critico. Così come gran parte dei blog in generale. Ma non è un problema di strumento, perché le eccezzioni sono troppe a far dire che è il blog a suggerire, quanto un problema di un diffuso sentimento che vede ognuno dover sciovinare il suo stato d’animo senza filtro, dichiarando alcunché, dando dignità a qualsiasi sciocchezza, dove vi sono “teorie e tecniche” di ogni ché. Cisono blog 0.1, alcuni 8.0, se consideriamo la qualità…
        A presto, ciao!

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      2. Peja,
        che sia chiaro non parlerei mai ‘d’identità condivisa’ . Tantomeno un gruppo di blog raggruppati con gli stessi intenti. Nessuna regola esclusivista o inclusivista.
        L’identità è una parola ‘tasca’ per non accettare il dialogo sulla nostra vera natura.
        Le nostre città (comprese alcune aree marginali) sono belle perché costruite esprimendo l’orgoglio delle proprie specificità. Sono potentemente diverse e non omologate.
        Identità è una parola razzista.
        In questo tuo commento leggo una critica, comprensibile, al mio lavoro, se ricordi ne abbiamo anche parlato in chat.
        Io non voglio includere tutti e tantomeno non credo sia acritico.
        La mia inchiesta intende esplorare campi ancora sconosciuti dalla critica Web e dare voce a chi si è autorizzato senza filtro ad avere diritto di parola.
        In qualche modo vorrei stimolare un dialogo non ‘identitario’ tra blogger/architetti .
        Sulla qualità:
        un esempio concreto è questo post perché è testimonianza di un linguaggio nuovo (nella critica di architettura). Questo dialogo non può essere trasposto in una rivista, esiste perché è impachettato nel suo spazio ideale, il blog.
        Come sai critico i blogger/architetti a non fare un uso creativo del proprio spazio e di dare eco più alle proprie vicende personali (in modo banale) che creare nuovi linguaggi.
        Ultimamente Alberto Pugnale ha pubblicato un suo progetto cercando l’interazione con i suoi lettori a mio avviso un altro uso creativo del blog.
        Che sia chiaro un architetto che scrive, è sempre in conflitto d’interesse, ma perseverare nell’uso ‘classistico’ delle opinioni significa ritornare a fare gli stessi sbagli dell’Italia raccontata da un manipolo di lobby che si autocelebrano nelle proprie riviste e nei propri convegni.
        Infine non prendiamo troppo sul serio i blog, ma neanche possiamo trascurare che tra di essi ci siano alcune eccellenze e qualche post notevole.
        Nelle mie rubriche MONDOBLOG e BLOG READER cerco di far prevalere la parte critica citando gli articoli che eprimino qualità.
        Far finta di niente è logica da cultori ‘dell’identità condivisa’
        Saluti,
        Salvatore D’Agostino

        P.S.: Capisco che sei ancora occupato ma questo tuo commento potrebbe stimolare il dibattito per la mia inchiesta su wilfing. Ti ricordo che un’inchiesta per sua natura non prevede censure, ma il blog ci offre la possibilità di commentare positivamente o negativamente, io quest’estate avrò il piacere di stare nello spazio dei commenti. Sarà, spero, un divertimento crittico.
        Quasi, quasi lo copio e incollo :-)

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  12. Ah, io invece ci tenevo a precisare come il “computer” vada ben distinto dal “software”.
    E’ il “software” a darci approcci sempre diversi.
    Il computer invece è probabilmente la macchina neutra per eccellenza (ora, non vorrei diventare ultra-pedante, ma basti ricordare che ogni processore elettronico concretizza la versione ideale di una macchina di Turing universale e, in quanto tale, disposta ad eseguire qualsiasi tipo di operazioni): in realtà il lavoro del computer è assimilabile alla matematica (per quanto detto nella parentesi sopra) e quindi assume in sè tutte le problematiche relative alla materia.
    Ciao

    Matteo

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    1. Caro Matteo,
      Credo che se un epistemologo legga la nostra confersazione, si faccia più di una risata! :) Secondo me stiamo lavorando entrambi su sfumature di cui non riusciamo a vedere entrambi la definizione cromatica. In effetti non sarebbe riprorevole: non è il nostro campo…
      Comunque, essendo rigorosi, da come dici confermi che nemmeno i lcomputer è neutro, suggerendo “matematica”… :) no?
      Così come certo hardware permettono certi software, niente è neutro, niente permette tutto, e tutto suggerisce solo un limitato campo di azioni…
      :) a presto caro!

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  13. Perchè risate?
    Quando ho detto “tutto” ovviamente intendevo che una macchina di Turing può svolgere qualsiasi azione “computabile” possibile: per questo motivo credo che il limite di una “macchina da computazione” sia più che altro quello che non potrà mai svolgere azioni “analogiche”. Ad esempio, anche la più moderna tecnologia di digitalizzazione audio non potrà mai essere uguale ad una registrazione analogica del segnale, poichè deve approssimare ogni input analogico nel corrispettivo digitale.
    Volevo farti notare che ti sbagli quando dici che non tutti gli “hardware” permettono di far girare tutti i software: in via teoria sarebbe possibile far “girare” autocad anche scrivendo a mano su di un libro ogni operazione svolta dal programma.
    Il bello delle macchine di Turing universali è proprio il fatto che possono eseguire QUALSIASI operazione computazionale (la differenza fra una o l’altra all’atto pratico è semmai la velocità e la capacità di memorizzazione).
    A presto

    Matteo

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    1. Ciao Matteo,
      Diciamo che mi pento di aver usato “risate”, perché sembra un pò troppo acido e forse anche offensivo nei confronti prima tuoi, che di entrambi…
      Diciamo però che effettivamente un mio amico epistemologo quattro risate se le è fatte, come ogni volta che legge un articolo di un “espero” che scopre l’acqua calda (leggi: gli autonominati “filosofi della rete”).
      Tornando più puntualmente (e più seriamente) alle questioni che poni, posso dirti che una macchina di Turing non è “proprio” una macchina che può svolgere qualsiasi azione “computabile” possibile: diciamo che è una macchina capace di simulare il pensiero, o la logica in modo autocosciente, o almeno di dimostrarlo, il che equivale a farlo…
      Poi diciamo che se è vero che posso fare le cose di autocad a mano, è un pò meno vero se si parla di operazioni algoritmiche o frattali… :)
      Però credo, come dicevo prima, che ci stiamo incartocciando in una sorta di spirale dall’ontologia perversa… :)

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  14. Caro Salvatore,
    Daccordissimo sulla nozione di identità: mi sembra tanto uno stratagemma di controllo di massa! La stessa nozione di Genius Loci, più volte attaccata da entrambe, é imbarazzante, se consideriamo che deriva dalla credenza religiosa pagana/romana (il Genius Loci sarebbe lo spirito protettore del luogo…).
    Sulla critica al tuo lavoro, già ti ho detto in privato, ma lo ridico quì, diciamo che chiedo venia per l’ambiguità: non attaccavo il tuo progetto che stai per intraprendere con il blog, sai che lo trovo interessante! Anzi, spero che questa critica non voluta, o meglio: questa critica che non era diretta al tuo lavoro, riesca ad incuriosire chi legge questi commenti e spronarli a vedere che stai combinando! Ma lascio il resto a chi volesse venire a trovarti…
    Difatti sono daccordo per quanto riguarda il fatto che nuovi strumenti debbano forzatamente o quasi, portare nuovi linguaggi: gli strumenti non sono mai neutri.
    L’idea di Alberto Pugnale l’ho vista, però credo che non sia molto differente dal chiedere consigli ad un amico: l’unica differenza è che lo si chiede ad un estraneo! :)
    Voglio essere chiaro: io sono estremamente tecnofilo, e non c’è bisogno di dimostrarlo, però sono scettico di fronte alla troppa imporanza data ad alcune cose: ad esempio secondo me è molto più rivoluzionaria la questione della chat anonima, delle imagboard (esempio: 4chan), ed altri simili. Il blog ha aspetti assai interessanti, però non ha la qualità diffusa a cui auspichiamo entrambi… Come ti ho detto, spero che il tuo lavoro stimoli in qualche modo una presa di coscienza maggiore… Ad esempio, il fatto che ti ho risposto dopo così tanto, è un aspetto che qualitativamente fa calare il punteggio del mio blog, o se vogliamo più in generale, della aspettativa della blogosfera. Spero questa estate di rimettermi in carreggiata: dovrò scrivere diversi saggi, e riverserò le mie riflessioni sul blog, quindi avrò occasione di rimettermici a lavorare. Però il fatto che ho avuto una lunghissima pausa, considerando che ho offerto un grande impegno nella cura del mio blog, deve far riflettere più sui limiti, che sulle potenzialità, dello strumento…
    No? :)

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  15. eheh, vedi allora? Il mio errore conferma la mia tesi di prima! :)
    Scusa se ho insistito molto, però credo che ci siamo allontanati molto dal problema principale, e le cose iniziavano a non quadrare bene, perché non usavamo un linguaggio codificato: vi era una forte sfumatura tra i temi più vicini alla discussione con Maurizio, e quelli introdotti successivamente, e non si capiva mai esattamente quale sfumatura usassimo… :)
    A presto! Ora mi metto al lavoro…

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