.:: Le Corbusier a Firminy :: 1/2_

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Firminy è una piccola città di appena 20.000 abitanti, situato nel dipartimento della Loira della regione del Rodano-Alpi, che negli ultimi cinquant’anni ha subito un forte decremento demografico, ormai assestato, a causa della recessione della industria metallurgica che manteneva una certa autonomia economica alla città. Prima che iniziasse questa crisi però, l’intervento di uno di quei personaggi che nella storia dell’architettura appaiono di tanto in tanto, e vengono a merito indicati come committenti illuminati, il sindaco della città, ma anche Ministro della Ricostruzione, Eugène Claudius-Petit, data la necessità di alloggi popolari, decide nel 1954 di ridisegnare un quartiere degradato della città, rinominandolo Firminy Vert, o Firminy Verde. L’incarico venne offerto niente popò di meno che a Le Corbusier, il quale rispose con un progetto organico comprendente, oltre ad una delle sue Unitè d’habitation, un centro civico, poi denominato Maison de la Culture, uno stadio ed infine la chiesa di Saint-Pierre, iniziata nel 1960, ma terminata solo nel 2005. A queste, si aggiunge una piscina, adiacente allo stadio, opera del suo braccio destro, André Wogenscky. Se la città viene ripianificata secondo i precetti dell’architettura razionalista, gli interventi proposti puntualmente sono un campionario straordinario di quanto di meglio abbia potuto fare il Le Corbusier della fase plastica, rappresentando così la più alta eredità che il maestro svizzero poteva lasciare in eredità all’architettura della fine del novecento. Un’analisi anche superficiale degli edifici mostra infatti quanto gli architetti contemporanei gli siano debitori.
Di questi, la Maison de la Culture è la prima ad essere completata.

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Posta di fronte allo stadio di calcio, con il quale stabilisce immediatamente un dialogo che dimostra quanto sia istintivo il senso per la proporzione negli edifici di Le Corbusier, questa si compone volumetricamente di due blocchi fusi tra loro e difficilmente riconoscibili nella propria identità, ma che si differenziano per il loro effettivo contrasto di matrice manierista. Nel prospetto che si offre allo stadio, e quindi alla città, il basamento, come succede anche negli edifici delle sue prime opere sperimentali, è quì svuotato, ma non ridotto ad etereo livello strutturale: layer di diversa consistenza si alternano con un ritmo dove è la dissonanza a dettare regole: i pieni intonacati a buccia d’arancio, si alternano alle trasparenti facciate musicali,  invenzione sempiterna di Iannis Xenakis, onnipresente in tutte le architetture di Firminy, ma che quì, come a La Tourette, diventano fondamentale nel disegno dei prospetti e della luce. Questi tre livelli orizzontali sono scanditi da un ritmo dominante che è quello del passo strutturale, ma che non impedisce il trabordo di un campo di competenza nell’altro, proprio a sottolineare l’inconsistenza di qualsiasi ordine superiore. Sopra questo livello, lanciato sul vuoto del sottostante campo di calcio, il secodo blocco è formato dall’estrusione orizzontale della testata, formata da un disegno libera da vincoli geometrici, con la coperture curva sostenuta da cavi d’acciaio tesi inseriti nell’intradosso di solaio, così che dall’interno sia possibile osservare il funzionamento di questa strana volta rovesciata. Il secondo prospetto invece, è assolutamente dominato dal ritmo inaugurato dall’ingegnere greco, mostrando invece un rispetto per la composizione imposta difficilmente imitabile. Il contrasto tra questi due elencati sembra quasi indicare due separati progetti, ed è solo il ritmo del passo strutturale a riportare l’unità tra i due.

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Il cemento lasciato grezzo dell’esterno, la sovrapposizione di pesanti pieni a tenui vuoti, così come l’incredibile inclinazione del prospetto sullo stadio, sembrano già preannunciare lo straordinario lavoro della prima Zaha Hadid, così come il gioco manierista di imposizione di una regola, poi consciamente trasgredita sarà tipica di Steven Holl e di Rem Koolhaas. All’interno la mente è sempre incline a ricordarci Steven Holl e Rem Koolhaas: il vetro che all’esterno sembrava perfettamente omogeneo, a causa dei montanti in cemento al quale direttamente si innesta tramite semplice silicone, si svela nella sua polimatericità. Gioco simile ha spesso intentato Steven Holl, tra cui vi è mirabile la somiglianza d’intenti con il progetto per il  Cranbrook Istitute of Science, dove le vetrate dell’ingresso diventano provini di rifrazione dei più diversi dispositivi ottici. L’intento di Le Corbusier ovviamente è di tipo compositivo, ma è corretto tracciare una linea di continuità tra i due aneddoti formali, date le numerose citazioni dell’architetto americano.

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Lo spudorato uso di materiali eterogenei, così come gli espedienti cromatici, sembrano invece preannunciare parecchia della poetica dell’architetto olandese. Abbandonato, o almeno, placato il brutalismo che volge all’esterno, l’interno non intende comunque ricercare una qualche riconciliazione. Anzi. Pannelli di plastica ondulata vengono candidamente inseriti in divisori dalla consistenza dell’intonico talmente granulosi da apparire calcarei, così come nelle sale espositive, scale, aree di sosta e sedute fanno parte di un unico getto di calcestruzzo, mentre le bacheche in legno sono inchiodate direttamente su di esse. In questa situazione è possibile osservare come anche il calcestruzzo sia di diverso mix design in base alla funzione che deve svolgere. E ciò viene fatto pesantemente percepire attraverso l’uso di texture che può assumere il materiale.

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Da quì si può forse rilevare come forse il terreno in cui si colloca la Maison de la Culture faccia parte di questo campionario di effetti materici e texture. Lo stesso edificio, visto dal basso del campo, appare come una rocca emergente dalla pura pietra che lo sorregge, come se fosse essa stessa parte dell’edificio, dimostrando come la ricerca di una trascendenza dalla madre terra ottenuta dalla conquista dei pilotis, si sia ripiegate su se stessa, per avere, questa volta fortemente, quasi cosciente della vicina fine, una laica riconciliazione con essa.

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10 pensieri su “.:: Le Corbusier a Firminy :: 1/2_

  1. che dire…anche i gesti soltanto abbozzati di Le Corbusier(per non pensare alle azioni pienamente coscienti) hanno tracciato la storia dell’architettura contemporanea.Non soltanto S.holl,ma tutti prendono a piene mani da questo maestro universale.Non c’è soluzione o forma non tentata o abbozzata da Le Corbusier per primo…i lavori di altri architetti sembrano sue estensioni mentali,dall’africa al brasile,in ogni luogo di questa terra…Il suo genio non ha confini.

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    1. Caro Cristian, Le Corbusier è stato l’ispiratore di tutto il novecento, e quasi tutti, volenti o nolenti, scontrandosi o abbracciando la sua maniera, ha dovuto fare i conti con tale eredità. Un personaggio talmente grande da contaminare persino l’eredità di Wright…

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    1. Allora ho sbagliato qualcosa Salvatore: mi sarebbe piaciuto riuscire a fare una recensione, cosa che mi rendo conto sia difficile per me che non sono abituato a farle! :)
      Ha proprio colto nel segno: Le Corbusier è la chiave di lettura del 900, che lo si ami o no. Io personalmente sono assolutamente affascinato dal personaggio. Lo so, è una sirena che ammalia. Ma che vuoi farci? Non so resistere alle tentazioni…
      Per la seconda parte, perdonami il ritardo, tra domani e dopodomani arriverà!
      A presto, ciao!

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  2. Sempre molto precise le tue riflessioni! Aggiungo che il “maestro”, specie negli ultimi anni della sua carriera, riesce a sottolineare come in alcune architetture, per cosi dire “simboliche” o cariche di un messaggio simbolico, come possa esserci spazio per la poesia piuttosto che per la prosa (Ronchamp. La Tourette, La Maison de la Culture). Tutto questo nell’utilizzo del più razionale e prosaico strumento: il Modulor.
    Ti Abbraccio

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    1. Caro Valerio, grazie per il commento! Sai, la cosa che più mi ha sorpreso della visita a questi edifici è l’incredibile “sacralità” e pathos vissuta dal fruitore, e si può ipotizzare vissuta anche dal creatore. Creatore che era laico, ateo, razionalista (nel senso non architettonico. Architetti, basta far coincidere i termini della nostra disciplina con il loro significato letterale!), e che ha prodotto spazi veramente sacrali!
      Voglio assolutamente entrare a Ronchamp: dopo la chiesa di Firminy e quella di La Tourette mi sento in dovere di farlo!

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    1. Già. Tra l’altro assolutamente estraneo da meccaniche consolidate. Era uno sperimentatore instancabile. Sul serio, occorre entrare nei suoi edifici per capire ciò che intendo: ogni dettaglio è una architettura a se. E non lo dico come retoricamente si può leggere un pò ovunque: ogni serramento, ogni gradino, ogni parete perimetrale, ogni struttura di elevazione, è un elemento unico. Tutt’al contrario di architetti come Mies Van Der Rhoe, che invece giocano più sull’accostamento di elementi prefabbricati.
      Creando giustamente effetti spaziali molto distanti…

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  3. dovrei vederlo , da quello che scrivi sembra veramente geniale, innovativo ecc. ma le foto sembrano dei fotogrammi di half life(il videogioco). Come dire: ma un profano (tipo io)posto di fronte alla maison de la culture (i francesi..) che non sa, che ignora l’intelligenza delle tecniche e dei materiali, cosa pensa?
    Temo per la mia risposta.
    E’ la solita storia (che fa tanto gestalt) chi sa guarda, chi non sa dà un’occhiata.

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    1. Cara sera, dal vivo è qualcosa di veramente indescrivibile. Mi rendo conto che è un prodotto per un tipo di sguardo ben particolare, ma ci sono anche elementi che proprio l’architetto non può apprezzare appieno e che invece esaltano il fruitore occasionale. La chiesa di Firminy ne è un grande esempio! Nel prossimo post ne ho parlato ampiamente! :)

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