.:: Mano, Maniera, Manierismo_

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All’interno della famosa dottrina della sprezzatura, che Baldassarre Castiglione ne Il Cortigiano descrive come quell’atteggiamento che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi, si fa spazio l’interessante nozione del Tocco, in cui Ernest Hans Gombrich, in Arte e Illusione,  individua una nuova forma dell’arte: un’arte in cui la capacità del pittore a suggerire deve accoppiarsi alla capacità del pubblico di intendere. In questa visione dell’arte, dove è evidente che ogni filisteo di mentalità ristretta è escluso dal privilegiato circolo di amatori, l’autore viene elogiato per la propria misurata negligenza, per la quale gli è consentita, anzi richiesta, una forte disinvoltura nel lavoro, che avvicina tanto il cortigiano fortemente all’attore, il quale considerando il periodo in cui è stata definita la nozione della sprezzatura, è detto degno di ammirazione quando impersonifica la parte, come se fosse la sua vera natura. Infatti, dote minima, ma non sufficiente, del cortigiano è quell’atteggiamento aggraziato che nasconde lo sforzo, in un gioco tra simulazione e seduzione, che agli occhi dei contemporanei non può che apparire come falso, ma che è invece da giudicare, sempre proiettandoci al ‘500, come costruzione ad arte di varie doti. Questa etichetta, diventerà vera e propria maniera in pittura, quando si accettò la possibilità da parte dei pittori di abbandonare il metodo che possiamo in questa sede definire scientifico, ossia della linea definita, per avvicinarsi all’utilizzo di imperfezioni perfettamente volontarie, date proprio dalla maniera di dipingere, che prediligeva l’uso di veloci pennellate per definire ad arte l’intento dell’autore all’opera. Sempre Castiglione trova parole perfette per definire quanto descritto: Spesso ancor nella pittura una linea sola non stentata, un sol colpo di pennello, tirato facilmente di modo che paia che la mano, senza esser guidata da studio o arte alcuna, vada per se stessa al suo termine secondo la intenzione del pittore, scopre chiaramente la eccellenza dell’artefice. Se quella del tocco era una dimensione indagata prettamente durante il periodo manierista, e portata poi al suo acme durante il barocco, tanto che è stato affermato che Velàzquez amava dipingere con lunghi pennelli per mantenere una certa distanza dalla tela, è invece spunto di riflessione nell’architettura degli ultimi vent’anni la linea di confine che passa attraverso la sbavatura caratteristica del tocco, e la pulizia, tipica della pittura del primo Rinascimento, ed anche, della prima era delle macchine.

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Di questo tipo di approccio, è sicuramente paradigmatico l’esempio di un pò tutta l’attività di Jean Nouvel, in cui la persistente ricerca verso la smaterializzazione dell’architettura, attraverso la corrosione del limite del manufatto edilizio, creando l’effetto di una astratta evanescenza, in cui se è vero che il semplice volume è perfettamente leggibile, non è possibile definire con certezza una stereometria, e soprattutto, non è possibile definire con certezza un ritmo di facciata che invece a tutti gli effetti caratteristizza proprio l’involucro. E questo soprattutto grazie ad una percezione avuta dalla lontananza, per cui non diviene ancor più facile leggere la messa in scena, proprio come lo è nei quadri di Velàzque. La Torre Agbar è sicuramente tra gli esempi di maggiore effetto di questa linea di ricerca, in cui il pacchetto tecnologico delle pareti perimetrali verticali è studiato proprio per rendere questo gioco di precisione meccanica e sgranatura luminosa. Gioco che è possibile osservare già stando alla base dell’edificio, in cui percorrendo con lo sguardo dal basso verso l’alto è impossibile ignorare la graduale perdita di definizione visiva, la quale non va a negare informazioni, semmai sostituisce con altre: come infatti da vicino, o dalla base che si voglia, non è di fatto possibile leggere le macchie elettriche pensate da Nouvel, così ad una certa distanza non è possibile scorgere il regolare scandire dei brise soleil di facciata, sovrapposti al pattern irregolare della chiusura opaca verticale. È possibile quindi assegnare un movimento all’architettura di Jean Nouvel, impossibile da percepire attraverso la fotografia dell’architettura, è che invece necessita di un approccio conoscitivo fisico, il quale nega completamente invece la tendenza nell’architettura contemporanea di creare immagini fruibili. Anche quì è l’immagine ad avere una sorta di primato, ma questa volta l’immagine deve essere legata al movimento del corpo. La ricerca in questo caso è di un diverso tipo di virtualità, una contaminazione nella quale è la dimensione virtuale che viene travasata nell’esperienza, e non il contrario. Simile corrosione del confine che separa reale e virtuale si ha in un’architetto che per linguaggio e ricerca è da considerarsi agli antipodi. Forse meno raffinato nelle esecuzioni che ha avuto modo di affrontare, ma sicuramente non meno nell’ideazione. Maurice Nio, dichiaratamente all’interno di questa ricerca d’interstizio tra reale e virtuale, come si può leggere nel saggio Contaminare il Soft, nel progetto The Touch of Evil, un Tunnel Interarea a Pijnacker, procede attraverso questa corrosione tra le due categorie. Il progetto è infatti frutto di una interazione tra software di modellazione 3d, e applicativi dedicati, che hanno invece il ruolo di correggere la struttura, apportando un necessario quantitativo di errore alla struttura lineare progettata inizialmente, sottolineati da un trattamento cromatico adeguato alla resa. Il risultato sarà anche questa volta un’ibrido tra alta e bassa definizione, in cui è l’esperienza ad essere pregiudicante, e non l’effettivo riconoscimento della forma in quanto tale. Difficilmente un progetto d’architettura ha avuto un nome così azzeccato, il tocco del male.

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12 pensieri su “.:: Mano, Maniera, Manierismo_

  1. Nouvel sempre attento alla cura della pelle dell’edificio, non esclusivamente formali le sue idee, ma in alcuni casi vere e proprie soluzioni tecnologiche al fine di migliorare le prestazioni dell’edificio. Nel caso specifico del “suppostone”, non saprei se la soluzione adottata abbia funzioni specifiche o solo visive!
    Ti Abbraccio

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    1. @ Furnitto:
      Nouvel attraverso questa ricerca sulla pelle che citi, sta conducendo da anni una ricerca sul virtuale veramente originale, ossia come introdurre il virtuale nel reale e contaminarli. Diciamo che è parallelo ai gruppi transarchitetti, e mi domando quanta differenza ci sia tra questi due punti di vista. Mi chiedi se la Torre Agbar abbia funzioni di quel tipo, ed io ti rispondo subito: le lamelle di vetro serigrafato che vedi, funzionano allo stesso tempo da muro di trombe, quando chiuso, e da brise soleil, che vengono controllati o elettronicamente, in base alla posizione del sole, o manualmente, in base al gusto climatico personale. Ad ogni modo, ho scoperto da amici che abitano in quella zona, che non è affatto sentita come una presenza schiacciante e oppressiva… O almeno da loro che sono comunque architetti. Ad ogni modo mi ha incuriosito molto il perchè di questa posizione, anche considerando il fatto che questo progetto, insieme ad uno di Chipperfield, rappresenta l’entrata a Barcellona di una vasta riqualificazione del quartiere, che molti vedevano non di buon occhio per il fatto che avrebbe fatto sì che molti si sarebbero dovuti spostare di li, dato che ora è un quartiere quasi popolare… Questa è la dimostrazione che l’architettura la giudica la gente alla fine!

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  2. Più che altro, io mi chiedo come la vivano gli abitanti del “suppostone” a vedere tutte queste luci colorate… :)
    Penso che la sprezzatura abbia rappresentato un carattere di rottura unico nel panorama artistico internazionale occidentale (parlo di occidente perchè in oriente già da tempo il manierismo appare integrato perfettamente nelle opere artistiche, ad esempio nell’estetica wabi-sabi rappresentata fra l’altro dalle stupende ceramiche Raku per la cerimonia del tè) e meriterebbe uno spazio maggiore di quello che usualmente gli viene dedicato.
    In architettura la sua traduzione è difficilmente avvenuta (penso ad esempio a Venturi, che pur citando a più riprese una “maniera del moderno”, non sempre ne è stato all’altezza).
    Molto bello invece il tocco del diavolo.
    A presto

    Matteo Seraceni
    arching.wordpress.com

    P.S. Caro Emmanuele, posso mettere un link al tuo blog nel mio?

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    1. @ Matteo:
      Bhè, come ho detto nel commento a Valerio Furnitto, mi dicono che si vive bene.
      Per la sprezzatura, bhè, io credo che in occidente nell’ultimo secolo sia, non dico la regola, ma qualcosa che vi si avvicina. Il decostruttivismo stesso è un’elogio perenne e quasi massimo alla sprezzatura, tutta l’opera di OMA, quella degli espressionisti ebraici e tedeschi, i manieristi moderni, che citi, molti del postmoderno, eccettera. Ora, occorre vedere chi lo ha fatto consapevolmente e chi semplicemente perchè rincorreva un ideale di imperfezione dettato dal bisogno di stranezza (come nel 500 poi: le Bizzarie erano ricercate molto nelle corti, senza capire cosa volessero poi indicare): senza dubbio Maurice Nio ne capisce la portata, tanto è vero che parla proprio di “ricerca di errori”, e di tocco, eccettera, e Nouvel, dato l’intellettuale che è, credo proprio che progetti “sprezzature tecnologiche” di proposito e coscientemente!
      A presto caro!

      PS:
      E me lo chiedi!? :) Già avevo qualche tempo fa aggiunto il tuo!

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  3. le tue letture si fanno sempre + impegnative,he he,e bello anche il post.Nouvel ha il merito di essere un architetto prensile e di aprire varchi e percorsi da esplorare in merito a molti campi…(senza averne a pieno una profonda consapevolezza) però non l’avevo mai visto sotto questo profilo.Confesso che la scelta della torre Agbar per la tecnica della sprezzatura mi lascia un pò perplesso mentre è assolutamente calzante l’esempio del “tocco del Diavolo”… e non far mettere il link a Matteo mi raccomando! scherzo. Un saluto

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    1. Grazie mille Cristian!
      Bhè, io credo che sia molto consapevole invece di ciò che fa! Come ho introdotto al commento al Saraceni, andando a cercare di capire “chi è” il personaggio, e le sue frequentazioni, ci si accorge che è un’intellettuale che ha collaborato con persone del tipo Paul Virilio, Jean Baudrillard, e come architetto si è formato nello studio di Parent. Sulla torre Agbar: come mai non ti convince? Anzi a me appariva perfetta per l’esempio: il contrasto tra la linearità della forma netta, e le macchie di colore, come se fosse “una spugna sporca gettata su un muro” mi sembra molto calzante per descrivere il limite di cui parlavo nel post!
      Forse hai ragione a dire che il tocco del Diavolo è sicuramente più pertinente verso il mio discorso, e avrei avuto piacere a parlarne di più, ma avevo già raggiunto le 900 e passa parole, e scrivere oltre sarebbe stato veramente pesante. Ho altre idee al riguardo, ma le tengo per altri post, altrimenti diventava una lettura impossibile! :)

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  4. Beh…
    “Invurnid” (secondo il dialetto Riminese) o “invurneit” (secondo il dialetto Cesenate), italianizzato in “invornito” significa letteralmente “rimbambito”, “tonto”.
    Esiste anche il verbo “invurnì”, letterlamente “recare noia”, “importunare”, figur. “rendere negligente e disattento”, o “far fermare o desistere qualcuno da un’ impresa con lusinghe”.
    Derivato dal latino parlato “ebrionia” ubriachezza, attraverso *ebronia,
    *ebornia (–>it. sbonza), quindi *ebornire, *ibornire, invornire.
    A presto

    Matteo

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  5. Azzeccato il manierismo come referente, soprattutto se pensi che è proprio dell’estetica del ‘500 indagare attraverso forme non armoniose e nei canoni del classicismo rinascimentale il rapporto individuo realtà, visto il problema di identità dell’uomo suscitato dalle scoperte geografiche e scientifico-cosmologiche,giungendo nell’esagerazione sino al grottesco.
    Il momento è simile, si ripensa il rapporto individuo realtà attraverso la categoria del virtuale, che appartiene a entrambi pur essendo irriducibile alla realtà di mondo e uomo, e il problema dell’identità pare essere risolvibile in quest’ottica che l’architettura chiaramente rilegge e crea progettando lo spazio in modo virtualmente virtuale.E in effetti il risultato a volte è grottesco

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    1. Cara Un’altrasera, credo che mai quanto in questo periodo si stia dando dignità di un movimento autonomo, con proprie caratteristiche e costanti, al manierismo, che fino a pochi decenni fa era considerato niente più che una bizzara “maniera” di vedere il Rinascimento. Invece no, per la prima volta si ridà forza e carattere all’arte, attraverso stratagemmi provenienti non dall’arte, ma da quell’abbozzo di psicologia che si stava affrontando, dalla teologia, dalla tecnica. Il grottesco tra l’altro è una categoria estetica molto apprezzata dalla contemporaneità, se poi ci spostiamo verso nozioni come il “disgustoso”, o simili, si vede come il manierismo, corrente disprezzata dagli storici del Rinascimento, perchè troppo bizzarro, e dagli storici del Barocco, perchè troppo dogmatico. La realtà è che il Manierismo cerca di inabissarsi nella natura umana più abietta, facendo emergere corruzione d’animo, distorzioni e melanconia. Questo è il secolo che ha accettato ed esaltato queste categorie dell’uomo, e le ha addirittura esaltate.

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