.:: Più che oggetti_

superluoghi

Eleonora Fiorani, nel suo saggio I nuovi oggetti in Àgalma 16,  indica con una certa precisione la tendenza alla miniaturizzazione degli elementi tecnologici tramite la microingegneria e nanotecnologia ha permesso in breve tempo di fondere tra loro più unità funzionali, prima indipendenti, consentendo prestazioni che superano la somma delle parti. Sul computer in cui sto scrivendo questo post, con una velocità di correzione che supera quella della macchina da scrivere, ho la possibilità di poter disegnare con una precisione ed una resa grafica migliore rispetto a quella di un tecnigrafo, tanto per essere banali. La compresenza di più funzioni non genera però soltanto un aumento delle performance, ma tende a trasformare le stesse attività simili a sistemi di processi e relazioni. Questo è certamente vero per gli oggetti progettati, tutt’al più se dotati di schermi capaci di fornire informazioni e possibilità. Una facilità di correlazione ci chiede di paragonare la condizione di questi nuovi oggetti, con l’architettura. Ed in effetti è indiscutibile che il processo di aggregazione delle funzioni sia una sindrome che ha colpito anche l’architettura, forse prima che il design stesso. Basta pensare ai così definiti superluoghi, come aereoporti, centri commerciali, stazioni di servizio, di cui si è sentito presto il bisogno di dover disporre di strutture in grado di accogliere in vario modo il visitatore estemporaneo. Sorvolando sull’accezione più o meno negativa con cui si vuole aggettivare il fenomeno, è incisivo pensare come delle tipologie nate per fini puramente tecnici, siano state capaci di generare inediti processi e relazioni scaturiti dalla somma ed accorpamento di più funzioni. Su questo si è già parlato abbondantemente, ma è interessante osservare come il superluogo privato non sia altro che una trasposizione territoriale della pubblica piazza. Se questo è vero, è interessante osservare come nell’architettura digitale questa condizione pubblica venga mantenuto come fondativo, nel senso pieno del termine, in quanto è proprio la libera fruizione a modificarne i parametri formali e d’uso e contestualizzata all’interno di un internet dominato dal liberalismo feroce. Di fatto, qualsivoglia transarchitettura può essere definita superluogo, nella stessa definizione che il creatore dell’etimo, Mario Paris, ne dà: Spazio polifunzionale vivo nelle 24 ore della giornata, che si sviluppa legandosi a condizioni peculiari di contesto, crea e sfrutta flussi di matrice locale e sovralocale e si pone come nodo fondamentale nella vita quotidiana delle persone e del territorio in cui è localizzato, ponendosi come motore del cambiamento a livello territoriale, economico e sociale.

2173135768_649021dd21_b

Secondo questa definizione, come è possibile giustificare la vocazione territoriale del superluogo? Prestiamoci a due livelli di lettura, uno che vede il web come luogo, e l’altro che vede il web come appendice dei luoghi. Ovviamente questa è una distinzione di comodo, ma che implica una necessità di domandarsi se ed in quali gradienti esista un genius loci del web. Una visione prettamente transumanista della faccenda – e quale sarebbe la più adatta in questo caso? – , essendo il concetto di genius loci derivante dal paganesimo romano, escluderebbe di netto la faccenda. Ma quando questa va a colludere con luoghi fisici, di cui è antropologicamente, anche se retoricamente, possibile parlare di entità metafisiche legate ai luoghi. Allora ci si accorge che l’entità in questione è proprio derivante dall’identità fluida del web, anzi, è proprio lo stesso internet, in quanto anch’essa entità eterea ed impalpabile, racchiudente la volontà di enti senzienti non presenti. Sotto questo punto di vista, è facile capire come parallelamente alla diffusione dell’uso dei browser, si sia manifestato una rinascita neopaganesima, facilitando addirittura similitudini tra google e l’idea occidentale di dio. Tornando all’architettura, ciò che caratterizza questa nuova concezione dell’architettura, pare essere l’ubiquità offerta ai possibili utenti, che possono presentarsi sia nella veste di utenti della rete, che di fruitori di uno spazio reale, contemporaneamente, senza per questo essere presenti in alcuno dei due.
digp1
Il progetto proposto da Kas Oosterhuis ed Ilona Lénárd, Digital Pavillon | Seul, del 2006, appare paradigmatico di questa tendenza, inserendo all’interno del processo anche una componente robotica autodeterminante, Adaptive Robotic System. Non a caso nella descrizione del progetto Kas Oosterhuis parla per l’appunto di navigazione. Il progetto si aggettiva di una spazialità implosa, gestita attraverso diagrammi algoritmici voronoi, dove le luci hanno lo stesso grado gerarchico della geometria nel suggerire i movimenti che la carne deve ottenere per godere di questo. Carne che con la propria fruizione diventa il cuore della composizione spaziale. Gli utenti/visitatori sono tracciati sin dall’entrata e dotati di un proprio IP, proprio come se si entrasse in un sito internet attraverso un computer, e ad ogni corpo viene assegnato un profilo utente univoco. Così, attraverso l’interazione ed il movimento, viene offerto un mix di contenuti audiovisivi irripetibile, creando scenari personali estrapolati dal corrente stato dell’arte della tecnologia. Così anche le architetture finiscono per diventare più-che-architetture, multifunzionali, poli-attive, capaci di generare flussi emotivi e funzionali che esondano di molto la capacità performativa della somma di ogni componente tecnico.
digp_2
Advertisements

8 pensieri su “.:: Più che oggetti_

  1. Complimenti…Molto bello, Il progetto proposto da Kas Oosterhuis ed Ilona Lénárd, Digital Pavillon, un susseguirsi di immagini evocative…tra vampate di luce e moto, veramente affascinante.
    ti ho letto su Apolide…mi hai incuriosita.

    Mi piace

  2. Beautiful images. The extraordinary importance that image and appearence achieved is probably the most significant sign of our time. Nowadays people are fascinated by image – I myself am! – but there’s an implicit danger of forgeting about content and ignoring the reality. Can technology run faster than we can?
    Very good post – it makes us wonder…

    Mi piace

  3. @ infinitylife:
    Felicissimo di suscitare in te curiosità…
    Ti occupi di poesia a quanto ho visto sul tuo blog: bhè, il progetto di ONL (Oosterhuis+Lenard) è quanto di più vicino si possa immaginare a certa poesia surrealista, teorizzata e praticata nelle avanguardie: puro flusso di coscienza (o incoscienza, in questo caso?).
    Per quanto sia obiettabile l’esistenza della coscienza e dell’autopadronanza. Da ciò si individua un’isola in cui il movimento incosciente è parificabile al pensiero cosciente. L’illuminismo in tal caso mi sembra essere il compimento della politica che vede primegiare la mente sul corpo. C’è bisogno di un ritorno alla parità delle due dimensioni…
    A presto, ciao! :)

    Mi piace

  4. @ Salvatore:
    Ho letto l’articolo, lo trovo assai interessante perchè spiega con estrema semplicità, per quanto stupida, la realtà di oggi: l’evanescenza dell’identià slegata dagli uomini…
    Oggi abbiamo l’opportunità di crearci una identità. Questo vuol dire che l’identità non esiste, se non in relazioni ad ideali metafisici, i quali mi interessano molto poco però. Su google, Matrix docet! :)

    Mi piace

  5. @ Am.mA:
    Thanks a lot Am.mA for your comment! I think that, maybe tomorrow technology will organic with human body. Nanotechnologies and Biomedical tecnologies run towards this goal. I sholud you to read: Singularity is near, by Kurzell: really interesting about this topic!
    Thanks for read me! :)

    Mi piace

  6. e.pilia says:
    è algoritmico, vero?

    Fresh Muse™ says:
    Ovvio. Che domande. Un intonaco dalla struttura interna organica.
    Esseri monocellulari che si riproducono in modalità random generando dei patter visivi lì dove i ponte termico è minore.
    Pensa cosa significherebbe fare innesti di muffe negli intonaci. In punti precisi al fine di ricreare un disegno o una texture precisa.

    http://www.flickr.com/photos/freshmuse/

    Mi piace

  7. @ GM:
    A Ladispoli questo tipo di produzione auto-bio-generativa ha la sua scuola in cattiva gestione della forza lavoro, incapace di proseguire secondo schemi offerti dai tecnologi, così preoccupati da evitare tali problemi…
    PS: Per capire il dialogo, rimando alla foto!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...