.:: Identità mortali per uomini eterni_

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Le città storiche hanno la particolare attitudine ad apparire indistinguibili dalle cartoline d’epoca, tanto ricercate oggi dai collezzionisti, indistintamente dalla coincidenza reale tra lo scatto fotografico ormai secolare, e la reale posizione dell’attuale spettatore. Questo è spesso motivo d’orgoglio per quei cittadini che vedono la propria urbe beffarsi del tempo, così fatale ai suoi abitanti. Si può dire con una certa serenità che è proprio questa caratteristica di apparire sempre uguali a se stessi, indistintamente dal tempo e dal luogo interno a se, questa dimensione autosimmetrica, sia poi ciò che forma in fin dei conti l’identità dei luoghi. In realtà è facile anche affermare come proprio questa identità risieda soltanto negli uomini che vengono forgiati dal carattere del proprio habitat, i quali sviluppando empatia con esso assegnano tale identità, che altrimenti non esisterebbe. Non è infatti un caso se, proprio negli anni di rinascita del nomadismo urbano, se molti si lamentano della condizione moderna proprio riferendosi ad una perdita di identità dei luoghi. Cosa assai particolare, soprattutto se consideriamo il fatto che non dovrebbe essere la mobilità delle unità a cambiare di per se l’identità, se essa fosse una caratteristica del luogo. Ovviamente il fenomeno del nomadismo da solo non basta a rendere pertinenti le critiche reazionari alla modernità riguardo la questione identitaria.
Al contrario degli edifici, i quali sembrano essere sempre più temporanei, sempre più passabili di dismissione, manomissione, riconversione, gli uomini stanno stanno studiando sempre migliori strategie di allungamento della propria vita, avvicinandosi al longevismo tanto inseguito dai transumanisti. Tanto più si è vivi e nomadi, quanto minore sarà l’empatia verso l’estemporanea città ospite, la quale per di più cambierà il proprio carattere fisico di volta in volta.

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Interessante osservare come, proprio un’aspetto legato alla rivoluzione bio-tecnologica sia tra le matrici del disinteressamento, e quindi dello svanire, dell’identià dei luoghi, dato che proprio una vita prolungata indefinitivamente potrebbe portare con se una massa di ricordi tali da rendere del tutto indistinguibili luoghi e situazioni nella memoria dei soggetti. Interessante perchè il sogno di una città abitata da nomadi edonisti, incapaci di detenere immobili per la loro natura emigrativa, così come di prolungare rapporti incisivi, sia legato alla nascita del progetto di Constant Nieuwenhuys, New Babylon, utopia megaurbana pensata per avvolgere potenzialmente l’intera crosta terrestre, nata dalla riproduzione di se in forma sempre eterogenea a se stessa, negazione assoluta di qualsivoglia identitarismo urbano, matrice delle prime produzioni di quelle megacittà che saranno negli anni ’60 le protagoniste negli ambienti maggiormente sperimentali. Secondo le idee di Constant, la New Babylon sarebbe dovuta nascere dall’iniziativa indipendente e disinteressata dell’uomo, il quale, venuto a contatto casualmente con il primo germoglio di questa nuova Babele, avrebbe replicato la sua struttura, secondo le proprie conoscenze, altrove, al fine di esportare un modello di vita in cui l’affrancamento da ogni vincolo societario, avrebbe permesso di vivere la propria vita secondo i dettami di un ludismo rivoluzionario.

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Non c’è da stupirsi se all’interno della produzione di Lars Spuybroek, transarchitetto leader dei Nox, da sempre interessato ai fenomeni di dissoluzione dell’identità dei luoghi, si fa largo spazio il progetto D-Tower, sistema di rilevamento topo-etnografico, nonchè psicogeografico, altro tema caro ai situazionisti ed a Constant. Si fa spazio una architettura che non ha bisogno di avere caratteristiche estrinseche, in questo caso cromatiche, ma di offrire possibilità alla propria definizione, offrendo in sacrificio la propria univocità al servizio della condizione contemporanea.

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23 pensieri su “.:: Identità mortali per uomini eterni_

  1. Ciao.
    Ho sempre pensato che “immobilizzare” le città storiche (o come dico io “metterle sotto formalina”, attività preferita dalle sovrintendenze) è un male ancor peggiore degli sventramenti del XIX e XX secolo.
    Le esigenze cambiano, gli utenti cambiano, le funzioni cambiano e quindi non si comprende il continuo rifiuto all’aggiornamento dei vecchi moduli e spazi cittadini (ovviamente occorre essere più “bravi” per saper progettare nell’esistente; oggi come oggi pochi progettano “nel contesto” e la maggior parte delle opere potrebbe stare in Italia come a Singapore).
    Non sempre è stato così e non ovunque è così: nel Medioevo le vecchie costruzioni erano basi per le nuove o cave di materiale, così come i libri erano sempre aperti a nuovi commenti e glosse; in Giappone, data la mutevolezza delle condizioni telluriche, le case tradizionalmente non erano mai “definitive” (da qui probabilmente la grande modularità delle costruzioni giapponesi) ed anche oggi i progetti non hanno la garanzia di eternità: finito il loro tempo, si demolisce e si ricostruisce.
    Penso che l’identità non sia data dalle effigi del “Cupolone” o della “Madonnina”, ma dalle attività che ognuno di noi svolge attorno ad esse. I luoghi dell’infanzia non sono infatti strettamente antropici, ma sono anche alberi in un giardino o laghi o fiumi.
    Il recuperto dell’identità urbana potrebbe avvenire da una partecipazione attiva dell’uomo alla configurazione stessa della propria città.

    Matteo.
    arching.wordpress.com

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  2. —>Peja,
    qualche mese fa mentre ascoltavo questo programma alla radio, ho riflettuto sul tema della globalizzazione e del suo nomadismo. Pensando al relativismo di Marc Augé sui non luoghi. In fondo la sua tesi è basata su un uomo alto borghese ‘nomade’. Ti passo il link —> «L’ultimo rapporto CENSIS, disegna un’Italia di piccoli centri, dove il radicamento territoriale resta molto forte. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature, mostra che le traiettorie seguite dagli individui sono sempre uguali a se stesse, le persone ripercorrono sempre gli stessi tragitti con qualche sporadica lunga deviazione.»
    http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=253927
    Invece non possiamo relativizzare le idee dei Nox che nella loro visione ‘futuribile/stica’ non possono immaginare un luogo ‘identitario’ perché il loro lavoro è dislocabile.

    —> Matteo,
    condivido la tesi che l’identità non risiede nell’architettura, ma nella gente che gli dà vita.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  3. Lascio una riflessione breve,anche perchè so già che questo post nasce come “appunto” e non come approfondimento vero e proprio (in tal senso ci sarebbero troppe tematiche interessanti di cui parlare).Mi piace pensare alla figura di Constant legandola a quella di Utzon.Entrambi uniti nel punto di rottura “storica” e in quello che sarà uno dei capisaldi del paradigma informatico:il ribaltamento dell’oggettività e della cristallizzazione dell’architettura stessa.Il secondo difatti non a caso tanto avversato dagli stessi maestri del funzionalismo,quali Gropius o Wright,ha innescato un processo di liberazione della forma..quasi rimettendo in piedi il lato espressivo e spontaneo dell’architettura che di contro invece l’ industrializzazione aveva via via scarnificato.Un personaggio scomodo per dirla in maniera dismessa,che provenendo da altri ambienti portava con sè il coraggio di rimettere in piedi “addirittura” la figura della metafora in un contesto architettonico che aveva il credo della macchina…
    Altra piccola riflessione sul tema dell’identità del luogo: che dire? capita in alcuni contesti urbani,proprio per mancanza di quello che tu giustamente citavi “ludismo rivoluzionario” (che è l’aspetto forse più interessante del lavoro di Constant),di assistere ancora oggi al cattivo e stanco fenomeno di zoning che maleficamente unito all’ architettura come entità immobile genera un vero e proprio disastro urbano…
    Al contempo però l’architettura “moderna” (intendendola alla maniera di Zevi) muove,a mio avviso, nella medesima direzione di “longevismo” di cui parli in merito agli essere umani.Si tratta di capire forse qual’è l’aspetto dell’architettura che dà oggi l’aggettivazione. La temporaneità degli edifici è riferibile ovviamente alla parte materiale e costruita…ma il fatto stesso che il soggetto delle “buone” (usiamo un termine universale!hehe) architetture sia l’informazione ( su questo si apre un mondo..ma mi limito a dirla cosi) fa si che questo loro lato immateriale in qualche modo permani in eterno e sia questa l’aspetto che poi da l’aggettivazione al tutto,e non il contrario. Ed allora Il deterioramento o meno è il lato superficiale che non so a questo punto quanto conti nel definire un’architettura longeva o meno.Io credo che la longevità sia proprio contenuta nel tema del messaggio e che dunque le architetture che mi pare di capire tu classifichi come “temporanee” sono “molto più eterne” di altre nate su presupposti differenti.
    Cmq avremo modo di parlarne,meglio senza birra e senza eccessiva stanchezza… ;)

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  4. Riesco con piacere a ritagliare qualche minuto delle mie giornate, e partecipare a questo interessante dibattito. Ritengo che la modernità nei nostri centri storici, non debba essere oggetto di critiche feroci, in quanto se fosse stato questo l’atteggiamento nel passato, non avremmo neppure avuto centri storici. A proposito di Augè e i “non luoghi”; L’architettura Moderna dovrebbe essere in grado di creare nuovi simboli in cui possano riconoscersi le generazioni future come quelle passate. Ci siamo mai chiesti perchè i centri storici delle grandi città italiane sono cosi riconoscibili in foto, mentre delle stesse città proviamo difficoltà a riconoscerne le periferie? Bisognerebbe chiedersi questo quando si fa architettura! Schultz parlava di “Genius Loci”, io condivido il profondo disagio legato alla riconoscibilità dei luoghi, mi pare lo stesso disagio che proviamo quando cambiamo letto. In effetti cambiare città è un po la stessa cosa e fruire edifici senza identità ci dà lo stesso disagio.
    Saluti

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  5. Ciao,

    Leggendo la prima parte del tuo post mi è venuto in mente il lavoro svolto da Luisa Bonesio sulla Geofilosofia, che riguarda esattamente la questione dell’identità dei luoghi. Nel suo caso la critica riguarda più ampiamente le nozioni di “luogo” e “territorio”, e quindi si concentra in contesti extra-urbani. Però il problema è sempre la perdita dell’identità dei luoghi. I luoghi sono il risultato di un dialogo trans-generazionale tra la terra e le comunità, in epoche anteriori all’invasione del paradigma economicista, causa primaria del nomadismo. Il nomadismo nasconde quindi lo spostamento verso una visione utilitarista e strumentale ampliata (perché lo è sempre stato, ma in dimensioni più contenute) e al di là della capacità rigeneratrice della terra. Il discorso di Bonesio rimanda sempre alla idea di reimpostazione, come capacità di ristabilire un dialogo con i luoghi che comunque conservano un’identità, anche se perlopiù sul punto della rovina. Il discorso è quello di un’Estetica non contemplativa, e si sente molto bene il tono heideggeriano della sua riflessione.

    scusate gli errori grammaticali

    Pedro

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  6. sfogliando un femminile francese in francese ho trovato un servizio sulla città di Nimes. Il giornale non aveva alcuna pretesa da giornale di architettura, o polemica, e ppure titolava: Una città il cui passato non fa ombra sul presente e apre all’avvenire.
    un titolo illuminista.
    Come dire ti metto le foto delle rovine romane e delle fontane del settecento, ma , stai tranquillo, qu si vive nel presente e si progetta il futuro.
    A montpellier hanno abbattuto alcune case storiche per fare un mega centro commerciale ipermoderno nel bel mezzo della città.
    Allora davvero , come tu dici, non è un problema di antico e moderno, l’eterna querelle senza sbocco, bensì proprio di appartenenza. A cosa vogliamo appartenere, che uomini siamo? cosa ci rende tali? L’illuminismo era cosmopolita, ecco, io più che a una dissoluzione anelerei a una fusione, cosicchè appunto l’ombra del passato non intenebrisca (?) il futuro. E penserei molto alle destinazioni d’uso degli edifici. Altrimenti ci si perde nella pura forma o nell’utilitarismo bieco dell’edificio che è ciò che lo rende anonimo, estraneo, morto. Un po’ come diceva Nietzsche quando parlava delle chiese come i sepolcri di Dio. Anche un certo tipo d’uomo è morto, e mentre ancora la coscienza di questo fatto tarda a giungere alla superficie e ci si perde nell’impersonalità del moderno o si ricerca ciò che non c’è più in una presunta radice comune legata al luogo e alla storia, chi sa deve lavorare per portare a galla ciè che sarà. E’ una grande responsabilità.
    Ciao Emma!
    Unaltrasera

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  7. @ Matteo:
    Sicuramente il fenomeno tutto italiano della criogenesi delle memorie è una sorta di cancro culturale di cui non si trova cura. Soprattutto alla luce del veloce deperimento del nostro patrimonio, che non subisce ne le cure necessarie, nel lo stratificarsi organico ad una società sviluppata.
    Tu citi il medioevo infatti, e sono molto daccordo con ciò, dato che il nostro periodo, almeno architetturalmente, può essere considerato, per certi versi, “medioevale”, dato il carattere licenzioso ed aprogrammatico che contraddistingue la sua totalità: nessun codice, nessun ismo, nessuna tendenza, che sia predominante.
    Infine, c’è da considerare che, se è vero che i luoghi non antropoci che consideri fanno parte, non dell’identità, perchè l’identità è negli individui e non delle cose, ma dei ricordi delle persone ad essi legati. Questi, come gli edifici, sono deperibili, sia nella materia, che nei ricordi stessi, soprattutto quindi il discorso che pongo sia applicabile anche a queste componenti. E lo stesso gli edifici monumentali: che ne sarà delle chiese italiane, dopo che il cattolicesimo sarà crollato?

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  8. @ Salvatore
    Ti ringrazio per il link che mi hai passato, penso sia parecchio interessante.
    Però non sono molto daccordo con la loro tesi: parlare d’identità applicata alla dicotomia che propongono è di per sè un’errore, perchè hanno una visione troppo romantica della questione: io non vedo niente di felice o di aulico in questi piccoli centri a cui prospettano di ritornare tanti opinionisti, come per l’appunto Marc Augé, il quale libro più famoso è mal scritto, e molto mal interpretato. I non luoghi non sono una peculiarità della contemporaneità: le dogane non sono sempre esistite? Le taverne? Le mangiatoie? I silos? Gli avanposti militari?
    Hanno la stessa identità dell’aereoporto. Ora, noi vediamo queste tipologie arcaiche come segni della cultura radicata, ma quando queste furono erette, avevano lo stesso carattere del nostro casello, autogrill, aereoporto, o quant’altro. La posizione di Augé è stata una manna dal cielo per tutti i reazionari alla modernità, che poi sono reazionari di comodo, perchè non possono prospettare agli incarichi che tanto odiano, ma quando gli vengono offerti, eccome se li accettano! Un esempio è la torra Eurosky ed il Parco Leonardo.
    Questo si può riassumere bene con la frase di Riccardo Campa: “In occidente esiste un luogo comune: ciò che è naturale è buono, ciò che è artificiale è cattivo. Ma spesso si dimentica che “natura” non è solamente un prato in fiore o un uccellino che cinguetta. Natura è anche malattia, invecchiamento, morte. Spesso la natura è madrigna.” Se sostituiamo “Natura” con “Tradizione” o “Passato”, è molto chiaro il riferimento con il pensiero di Campa, che per l’altro la pensa esattamente come da me esposto prima.
    Per i Nox, sono daccordo con te. Infatti li cito come esempio di primo prodotto “nomade”, avanposto di una più massiccia, a seguire, di esempi di dislocazione geo-emotiva, come prevedeva Constant. Credo che, volenti o nolenti, presto si arriverà ad un nomadismo globale. Sia che lo si auspica, che lo si opponga, occorre valutare ora, e non chiudere gli occhi come fanno in tanti, tacciando questi problemi per “cazzate”, al fine di non trovarci con una anarchia spregiudicata una volta in ballo. La globalizzazione è stato un pò questo: anarchia senza legiferazione…
    Grazie ancora per il link, ho trovato la trasmissione molto interessante…

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  9. @ Lorena:

    Inizio con dire che ogni singolo post è un’appunto, proprio perchè tratto temi che hanno bisogno di approfondimenti immensi. Infatti molti temi sono frammentati in diversi post, e di quì il mio bisogno di tornare spesso sulle stesse faccende, e/o di scrivere articoli lunghi altrove. Per l’avvicinamento tra Constant e Utzon, non sono sicuro che mi convinca tanto: Utzon era in fondo molto reazionario se messo affianco a Constant, e solo l’opera di Sideny sfugge a questo destino. Poi Utzon provvedeva alla realizzazione delle proprie opere, proprio intese come opere, e questo da Constant non lo ha mai accettato, vivendo di architettura senza opere.
    Soprattutto poi considerando il carattere anti-societario, anti-borghese ed anti-capitalista di Constant, e quì mi rilego a quanto dici riguardo lo scontro tra “libero nomadismo” e “zoning”, che in finale è una parcellizzazione a scopo di lucro.
    Per quanto riguarda ciò che dici nel rapporto tra longevismo e infoarchitetture, non sono sicuro di aver capito ciò che dici. Ad ogni modo, se ho capito bene, posso dirti che il tema delle “informazioni”, “messaggio”, o che dir si voglia, presenta due aspetti interessanti: nella transarchitettura, le “informazioni”, gli imput insomma, possono essere considerati sia come matrici formali, sia come, dopo l’opportuna retroazione, l’output di un processo.
    Nella storio-critica, il tema del “messaggio”, è invece da considerare come aleatorio, e mutabile in base al periodo storico: come quando torniamo nei posti dell’infanzia e ci appare tutto diverso, oggi guardiamo ad edifici come il San Pietro con ottica scostante quella degli uomini del Rinascimento…
    Ne parleremo comunque! Ciao!

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  10. @ Furnitto:
    Grazie mille, mi fa piacere assai Valerio!
    Nemmeno io sono dell’opinione che le critiche ai centri stirici siano assurde, ma è pur vero che le romanticherie sono ancora più assurde: convincersi che le città hanno una identità è una patetica forma di ingenuità, perchè questa è artefatta.
    Per quanto riguarda la riconoscibilità dei centri storici, occorre fare un distinguo necessario: noi riconosciamo le città che presentano delle emergenze, o caratteri straordinari, non semplicemente le città storiche. Se ti mostrassi dieci foto di piccole città del basso Lazio montano, e altrettante del rietino, poi dell’area di Perugia, eccettera, e ti chiedessi di sistemare le foto in caselle indicante, non la città, ma la regione di appartenenza, incontreresti difficoltà. E così molte aree del centro storico di queste città sono plasmate su modelli di città arabe o normanne.
    La modernità non ha rinunciato ad avere i suoi monumenti. Questo lo hanno deciso i luoghi comuni italiani, costruiti dai suoi burocrati, ovviamente.

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  11. @ Pedro:
    Ciao amico, felice che tu sia passato di quà!
    Prima di tutto credo proprio che mi procaccerò materiale sul riferimento che mi offri, credo sia interessante. Sono daccordo che lo sviluppo di un nomadismo capitalista sia insostenibile per nessuna delle parti che mettiamo in gioco (sia artefatta che naturale), però questo è per l’appunto una conseguenza della mancanza di dibattito a priori. Mi ricordo che lessi un libro di Zevi dove ad un certo punto lui spiega appunto come già nei primi del XVIII secolo alcuni architetti ed urbanisti irlandesi, cercavano udienza per proporre i loro studi sul fenomeno della cornubazione, fenomeno allora appena accennato. Se fossero stati ascoltati, credo che probablmente non avremmo visto l’era della prima rivoluzione industriale tanto negativamente. Però questa è un’altra faccenda. Ovviamente il nomadismo proposto da Constant è una costa molto diversa da ciò di cui parliamo, e va preso come interessante speculazione. Sulla base della quale però, oggi ci sono sperimentazioni, funzionanti e funzionali al mantenimento di un diverso tipo di identità, che stanno funzionando alla grande. Il luogo dove è stata installata la D-Tower, è una periferia di casette vicino Rotterdam. Ora il luogo dell’installazione è sicuramente un punto di ritrovo che cambia totalmente il modo di vedere la città.
    A presto Pedro, ci vediamo a Tor Vergata!

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  12. @ Un’altra Sera:
    È un’interessante caso quello che poni. Credo che siano più utili le riviste divulgative che quelle specialistiche (che poi sono divulgative anch’esse, ahimè, ormai), per forgiare un’opinione coscenziosa riguardo certi argomenti che interessano la collettività. Certo, interessano anche gli speculatori, ed è per questo che se ne parla e denuncia poco. Anche io auspico ad una fusione, che assomiglerà poi come ad un complesso intreccio cyborg di carne e metallo, tra antico e nuovo, anche spudorato, come molti architetti che ne hanno avuto l’opportunità hanno fatto, e con risultati grandiosi. È una malattia tutta italiana, o conservare tutto, o demolire. Perchè? Costa meno, e necessita meno specialisti. Insomma, è meno difficile, crea meno problemi e meno problematiche. Causa i nostri governanti che ci hanno abituato così, fuggiamo la difficoltà con un certo impegno, paradossalmente impiegando maggiori energie in ciò.
    A presto amica, ci sentiamo!

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  13. Più che nomadismo dovremmo riscoprire la semplice creatività che non ammette “forme sacre” o luoghi intoccabili. In questo senso quella frase dell’architetto futurista Sant’Elia:”Le case dureranno meno di noi, ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città” che è rimasta un progetto e un sogno ha però molto da dirci ancora.
    Personalmente mi piace immaginare una “città cibernetica” che modifica automaticamente la sua struttura a seconda delle necessità dell’ambiente e degli abitanti. Questa sì sarebbe una città futurist-ic-a!
    Sull’identità: già oggi con la tecnologia (es. internet) è possibile crearsi diverse identità e disseminarle nella rete, il longevismo lo vedo come la possibilità più radicale per ri-progettare se stessi, solo avendo una vita più lunga potremo scoprire infatti tutte le sfumature che sono potenzialmente dentro di noi.

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  14. Peja,
    intanto complimenti ai tuoi commentatori attenti, propositivi e curiosi.
    Vorrei provare a ribaltare le tue considerazioni: la costruzione (non nel suo senso classico e fisico) delle ‘transcittà’ si lega al nomadismo/longevismo con l’idea di una transcittà legata al cambiamento trascendente degli abitanti.
    In questo caso ogni città/paese/borgo non ha bisogno di cambiamenti materici, può essere semplicemente simulacro di ogni storia. Una sedimentazione di tracce.
    Perché rispetto alla città analogica, quella digitale è sempre più eterea.
    Concordo con le tue riflessione sul nonluoghismo, ma non credo che bisogna ritornare nei piccoli centri perché non li abbiamo mai abbandonati. (Questa resta un’illusione del borghese agreste)
    Esistono e forse per alcune ‘assenze’sono i centri più transumani, il loro nomadismo consiste nei ‘viaggi da fermo’, un aspetto che non va trascurato.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  15. 1. La sclerotizzazione dei centri storici italiani è il frutto di tanti “attori”. Guardando a quello che di nuovo si è costruito dal dopoguerra ad oggi, viene a volta in mente che sia una fortuna. Le città sono vive e cambiano ma a quanto pare la cultura architettonica negli ultimi 50 anni in Italia è finita dimenticata in qualche remoto angolino. Doppio equivoco: come dice Calvino, anche se le città rimangono uguali, cambiano gli abitanti, che credono di restare gli stessi; e poi la tradizione viene aggiornata e “reinventata” all’incirca ogni 20 anni, per cui noi guardiamo gli edifici storici con occhi diversi di chi li ha costruititi e abitati nei secoli scorsi.
    2. Una delle mie “bibbie” del pensiero è “non siamo mai stati moderni” di B. Latour. Trovo poco fruttuoso dividere la storia di qualunque disciplina in un passato lontano e in una modernità presente, che ha creato un confine invalicabile verso il passato. Gli uomini del Neolitico non erano poi così diversi da noi, solo avevano culture e tecnologie (la tecnologia è parte integrante della cultura) diverse. Basta dare una sbirciata alla politica e all’architettura romana per capire che abbiamo aggiunto davvero poco di originale. L’uomo nomade, ante-neolitico, mi sembra un modello teorico e poco più: provate a cambiare casa ogni giorno (l’ho fatto un mese fa per periodo di trasloco!) per avere un idea di quale confusione provoca nella vita quotidiana.
    3. Le megastrutture architettoniche da appiccicare sul globo terrestre come “l’architettura continua” (o giù di lì, non ricordo), splendida immagine creata da Superstudio, sono solo splendide immagini. Solo un dittatore dei peggiori può immaginare di imporre a tutta la popolazione mondiale una struttura abitativa comune… Sempre più spesso, guardando progetti di archistar e giovani promesse, ho l’impressione che l’architettura si sia rifugiata nel confortevole vicolo cieco del buon disegno (quante, quante volte sarà stata detta questa frase nella storia dell’umanità?).

    Scusate il piglio critico. Credo però che avere idee diverse sia sempre una risorsa. Saluti Peja e grazie per le tue visite al mio blog!

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  16. @ David:

    Penso che Costant sia stato molto influenzato da Sant’Elia in quel passo. Ovviamente da parte di Constant c’è un passo in più che per ragioni storiche Sant’Elia non poteva compiere: una architettura costruita per forgiare una società completamente libera da ogni forma di influenza politico/lavorativa.
    La città cibernetica che poni tra l’altro è stata già pensata da altri emuli di Constant, ossia i Superstudio, che guarda un pò? Sono italiani, di Firenze! Il progetto si chiama città2000T, ed è molto interessante perchè pone in chiave non distopica l’incubo di Matrix! Su internet credo che puoi trovare molte informazioni.
    Su internet e longevismo: mi trovi profondamente daccordo. L’unica cosa cui sperare è che la limitazione coatta dell’offerta di questo tipo di tecnologia cessi, o venga ridotta, al più presto.
    A presto David! Ci leggiamo, ciao!

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  17. @ Salvatore:
    Bhè, devo dire che questa volta i lettori si sono veramente superati!
    Tornando al tuo commento: bhè, non credo che ribalti la mia situazione pontendo così, perchè in finale non siamo così distanti nella nostra posizione. Più che altro scavi fondamenta per un muro che mi sembra resistere molto. Mi spiego. Giustamente tu affermi che la città antica può vivere affianco a quella contemporanea, ed in sua simbiosi. E credo che questo sia auspicabile, soprattutto per la nostra situazione. Però, il concetto di “identità” (che ripeto, è legato agli uomini in qualità di appartenenza, non ai luoghi, dato che i luoghi in sè non sono senzienti, e non possono esprimere identità se non nella mente dei soggetti, quindi se non suggerirla) svanisce del tutto se gli stessi soggetti vedono se stessi vivere e sdoppiarsi in decine di identità equivalenti, ma tutto sommato ininfluenti, e cambiare la propria residenza più volte di quanto mai si sarebbe potutto sognare.
    Sulla situazione del viaggio da fermo, che trovo molto affascinante come ipotesi da strutturare organicamente, credo che sia possibile affermare che solo l’avanzamento della tecnoscienza e dei creativi, nonchè la spinta ed i suggerimenti dei teorici e storici, si potrà vedere cosa realmente si manifesterà. Ovviamente si sente per la nostra generazione una era che si sleghi dall’eredità del ’68 e degli anni ’80, dato che fondamentalmente, ponendo nei primissimi anni ’90 la matrice del boom informatico, sono una ventina d’anni che l’architettura non ha grosse innovazioni. Come al solito, dobbiamo aspettare che gli architetti si accorgano delle potenzialità delle tecnologie di cui sopra… :)
    A presto Salvatore! Ci sentiamo presto, ciao!

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  18. @ E.man:
    Ciao Emanuele, rispondo per punti così è più chiaro.
    L’architettura italiana, per quanto i vecchi accademici vogliono farci credere il contrario, citando personaggi che sul serio sono interessanti, ma che tra i quali molti sono del tutto irrilevanti, non esiste. Non esiste perchè l’architettura della ricostruzione si piega a semplice edilizia, di cui non voglio essere ipocrita e dire che serve anch’essa, perchè tra una edilizia poco nobile che svilisce la vita ed ha un costo sociale elevatissimo, a paragone con un’architettura che magari non è formalmente elevata, ma che riesce a creare situazioni interessanti, microcomunità ed altre cose varie, non si può dire di certo che è preferibile la prima. Perchè semplicemente non conviene. Però la politica delle costruzioni hanno voluto questo, quindi… La citazione di Calvino la trovo veramente appropriata e pertinente con i nostri due discorsi, quindi la approvo molto volentieri, così come approvo la conclusione del tuo punto 1.

    2. Penso di aver capito che intendi. So che non è proponibile un modello teorico che offre come possibilità quella di avere qualunque casa… ma nessuna! Ovviamente il mio non è un proponimento entusiasta, anzi è una critica. Allora, per chiarezza divido due aspetti che mi interessano: da una parte l’aspetto teorico critico, che mi vede affascinato nel vedere che le teorizzazioni di Constant, improbabili al suo tempo, si stanno manifestando, dall’altra c’è della preoccupazione nel vedere dilapidato un patrimonio che abbiamo. Ad ogni modo, qualunque posizione si intenda prendere, non è possibile ignorare il fenomeno, conseguenza l’anarchia!

    3. Sono daccordo con te. Infatti penso che siano più catalogabili come opere speculative che come architettura. Quasi fossero dei saggi, alla maniera di vecchie prospettive tardo ‘800 in cui si proponevano i programmi urbanistici. Ad ogni modo sono però interessanti per quanto riguarda l’aspetto della volontà di uscire dai paradigmi allora presenti: i Superstudio (di cui hai ricordato bene il nome del progetto), gli Archigram, gli Archizoom, avevano come ideologia comune quella di voler superare i preconcetti del razionalismo. Questo è certamente un paradosso (una dittatura per una monarchia?), però è anche vero che le loro “utopie” non erano perfettamente realizzabili come quelle razionaliste. Loro erano ben coscienti di questo fatto, e perciò potevano permettersi queste “sparate”. Poi, avendo visto delle interviste ai Superstudio, mi sento sereno nel credere che siano delle provocazioni, dato il piglio ironico che contraddistingue Nicolini… :)
    Grazie a te delle visite e dei commenti interessantissimi! Ci leggiamo presto! Ciao!

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  19. Emma,
    trovo che l’identità o la cultura italiana sono concetti che escludono ‘forzatamente’ il pensiero ‘altro’.
    Semanticamente sono parole elitarie, totalitarie e velatamente ‘razziste’.
    C’è un film Smoke, regia di Wayne Wang, 1995 scritto da Paul Auster che racconta dei cambiamenti della città e dell’uomo che la vive, rimanendo fermi. Il nomadismo come traslocazione di un pensiero avviene anche da fermi. Le città sono da sempre (anche prima dell’avvento delle tecnologie) contenitori di anime o come affermi d‘identità nomadi’.
    Questa riflessione ci porta a pensare che esiste da tempo un’architettura ‘trans’ che si è sovrapposta alla città contemporanea ma per la sua ‘non fisicità’ non viene letta dai critici dell’analogia.
    Emma, la transcittà già esiste il suo nomadismo non è fisico ma ‘etereo’.
    Gli abitanti diventano sempre più dei transumani inconsapevoli.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  20. @ Salvatore:
    Quanto sono daccordo con te (sul “razzismo” del termine “cultura italiana”)! L’ho sempre pensato, e sono felice di condividere questa mia convinzione!
    Sicuramente per quanto riguarda il nomadismo da fermo, che continuo a dire che sia una definizione molto affascinante, nella cinematografia, e nella narrativa, trova grossi appigli. C’è un film cinese , di cui non chiedermi il nome perchè è irricordabile, in cui ciò che dici è molto reso bene e stuzzica i miei ricordi: si tratta la storia di alcune persone che vedono il proprio villaggio raso al suolo da uomini armati di magli, che sbriciolano lentamente, ma inesorabilmente, l’intero costruito. E viene sbriciolato con esso la storia, la vita, l’identità della gente che vi ha vissuto. Molto emotivo!
    A presto Salvatore!

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