.** Pecezioni de-formate_

Capita a volte di trovarsi di fronte a voci completamente contro, con una pacatezza ed un modo di fare assai insolito per un paese dal popolo passionale come l’Italia. Una voce contro che riesce a diblare con olimpionica eleganza qualsiasi luogo comune, e che si disinteressa di qualsiasi acuto, non poteva non incuriosirmi. Così ho chiesto a Marco Pasian di Oplà+ di fare una chiaccheratina…

MarcoOplà:
Ehi ciao! pc aggiustato?

PEJA:
Ciao Marco! I computer? E no, purtroppo no, ora sono a casa della mia ragazza e posso usare internet, ma mi secca molto sapere che perderò dei dati.

MarcoOplà:
Ahia! Mi spiace…

PEJA:
Vabbè, comunque ho preso a pretesto l’impossibilità di lavorare sui disegni per lavorare sulle parole, così mi sono imbattuto su alcuni argomenti che mi hanno molto riflettere sulla attività di Oplà+…

MarcoOplà:
Caspita!

PEJA:
Bhè, i miei studi, tanto per dire qualcosa di altisonante, mi appaiono molto come un contesto idaele in cui posizionerò Oplà+. Ed ora sono arrivato ad alcune conclusioni, di cui, se procedo correttamente, vorrei in qualche modo rendere parallelo il vostro operato, o per lo meno affiancarlo, a quello di Flavia Mastrella.

MarcoOplà:
Bene! Ahimè però, non conosco bene Flavia Mastrella…

PEJA:
Lei è una allestitrice che collabora con Antonio Rezza. Insieme hanno elabo
rato un modo di produrre allestimenti molto personale in cui l’oggetto entra a far parte del corpo, quasi una protesi, mentre l’attore, il suo corpo, diventa in qualche modo un oggetto. Ad ogni modo non è ciò che mi interessa al fine di tracciare questo parallelismo. diciamo che la cosa che io vedo in comune tra voi due è la stessa intenzione che procede verso una sorta di abbandono dell’opera, comunemente, architettonicamente, intesa…

MarcoOplà:
Ho buttato un occhio su google e adesso mi ricordo di Rezza, ma non avevo mai riflettuto sul suo modo di teatrare, ne tanto meno su opla+ che procede verso questo ipotetico abbandono dell’opera… Però se tu intendi che lasciamo l’architettura per stimolare azioni di riscontro percettive con strumenti allestitivi, allora, può sembrare un abbandono dell’agire classico dell’architetto.

PEJA:
Certamente anche questo! Diciamo per abbandono dell’opera, che ora uso un pò come sigla presa in prestito da un lavoro che ho fatto assieme ad Emanuele Sbardella per Àgalma, possiamo intendere la produzione di opere che esondano se stesse per manifestarsi in modi non canonici. Di questa linea, mi è interessato molto il progetto L.I.U., che trovo pertinente riguardo ciò. Per spiegarmi meglio, non è tanto la Venustas ad essere importante, di cui al limite ci si può addirittura rinunciare, ma la manifestazione di un qualcosa

MarcoOplà:
Sì, questa lettura mi piace, ed in qualche modo si avvicina a tutte le installazioni Opla+, nel caso che citi (L.I.U.) ha una semplice e forte concettualizzazione di fondo, che lascia un altrettanto forte libertà di interazione…

PEJA:
A questo punto: parlami di L.I.U.!

MarcoOplà:
Cosi appariva la card entro a scatola nera con interno rosso: L.I.U. (Landscape Interface Unit – unita di interfaccia con il paesaggio), fissa, fotografa, materializza il concetto che un luogo esiste in quanto percorso… Anche il visitatore distratto partecipa a questo gioco di ri-creazione ambientale… Mi pare che hai letto l’intervista su Wilfing Architettura di Salvatore D’Agostino…

PEJA:
Certo, era interessante, come al solito sa essere Salvatore… Mi sono documentato su di voi, per quanto possibile: questa cosa della fruizione distratta a me interessa molto… Ho notato poi che anche in altri lavori hai utilizzato questa stessa poetica…

MarcoOplà:
Lì dicevo che questa installazione per la sua facile modularità di assemblaggio è stata montata in vari contesti con diversificati risultati… sempre sorprendenti!!! Ne parlo?

PEJA:
Certo!

MarcoOplà:
La fruizione distratta è pure una delle tante situazioni di interazione con l’opera che si vengono a determinare, la più onesta, e credo si contrappone alla fruizione colta di quelli che invece cercano di trovare significati su significati… Qualsiasi livelo di lettura o nonlettura a noi va bene… L.I.U. funziona da test…

PEJA:
…Ed ha funzionato?

MarcoOplà:
La prima volta di L.I.U. è stato ad una fiera di primavera, tra uno stand di falciatrici e uno di arredo giardino d’alto design: centinaia di persone, e una vasta combinazioni di situazioni… “ma cos’è ‘sta roba?… ma allora si può entrare!!… ah è un’opera artistica!!… è da mettere in giardino!!!… non toccare!!!… vieni via da li!!!… gente strana… perchè si entra e si esce???”. I bambini non si chiedevano nulla, ci giocavano e basta, usando completamente l’installazione noncuranti della sua stravagante collocazione… Poi è stata installata in esterni, ma entro manifestazioni artistiche… E il pubblico più esigente coglieva significati che andavano oltre la nostra ideazione, del tipo: Ah! l’avete posizionato così perché volete cogliere l’asse storico del vecchio ponte! E chi ci aveva pensato!

PEJA:
Bhè, queste sono le situazioni più interessanti : avevate una possibilità su 360 di beccare quell’angolatura assiale, e l’avete colta senza nemmeno saperlo! Comunque mi è parso riuscito in qualche modo allora l’esperimento, dato che un qualche tipo di risultato (e a me pare che qualsiasi tipo di reazione sarebbe stata utile) lo avete avuto, anzi! Alla fine si è generato una sorta dispositivo che esula la meccanica tipica dei formalismi ludici, per cercare in altre ambiti operatori… insomma: non si gioca solo con i colori o altri formalismi vari, tanto amati dalla critica colta d’architettura!

MarcoOplà:
Diciamo che era nostra intenzione favorire nuove visuali prospettive, per chi una volta entrato, traguardava attraverso le sagome ritagliate… poi ognuno poteva lasciarsi suggestionare quanto e come voleva… L.I.U. è stato testato anche in un giardino di un centro sociale durante una serata di concerti noise… sorprendente! Ho realizzato un corto su quanto successo!

PEJA:
Mi pare quasi d’obbligo chiederti se lo hai caricato su youtube…

MarcoOplà:
No, ci ho pensato più volte (da poco è però disponibile il canale Vimeo n.d.r.)… Devi sapere che di molte opere oplà+ esiste un breve corto riassuntivo perché essendo opere temporanea, poi non rimane altro che la loro documentazione, e sul fronte catalogazione siamo un po indietro…

PEJA:
Un mio caro amico ti bacchetterebbe le mani… Lui è un p
o fissato riguardo l’aspetto documentaristico… Comunque credo pure che questo parziale disinteresse può portarvi in un futuro a rileggere in modo diverso quello che avete fatto, no? In fondo, dovrete reinventarli a memoria…

MarcoOplà:
Ti confido che quando mi hai chiesto il materiale mi sono detto: che faccio? Ne ho talmente tanto e non ho mai fatto una sintesi completa… si a volte ma parziale e per occasioni specifiche…

PEJA:
Quando hai tempo me lo manderai! Comunque tornando a noi, credo che il vostro operato sia totalmente iscrivibile in una avanguardia senza forma, tanto se vogliamo dargli un nome: insomma un tentativo forsennato di scardinare alcune regole sfruttando soltanto taluni elementi che comunque esulano l’architettura vitruviamente intesa… anche nel progetto della famosa rotonda che avete postata sul blog, dove la domanda è stata più o meno esplicitamente estetica voi avete cercato di rigirare la cosa nel campo in cui siete più abituati ad operare…

MarcoOplà:
Che dirti! Ho visto rotonde arredate con sculture di artisti di rilievo. Belle in se, ma che nulla mi dichiaravano in termini progettualità dall’infrastruttura in quanto tale: troppo semplice decorare coi fiorellini, ci siamo detti, proviamo a dare delle regole per un’azione creativa (da badgettare a piacere…)

PEJA:
E poi?

MarcoOplà:
Il comune ha rinunciato al progetto… chissà! troppo impegnativo decidere da soli combinazioni di materiali e colori… Avremmo dovuto finalizzare il tutto e presentare un capitolato sbarrato… ma a noi ci piace complicarci la vita… che vuoi!

PEJA:
La semplicità è noiosa!

MarcoOplà:
Vorremmo andare oltre al semplice “dato il problema ecco il risultato”, perché ci rendiamo conto che sono molteplici i fattori che condizionano i processi progettuali e questi non sono cose solo da architetti…

PEJA:
Bhè sì! Sarà il caso ma il motto: fai più di quel che ti viene chiesto, veniva spesso utilizzato da un altro veneto come voi: Scarpa… Comunque ora che mi ci fai pensare, è particolare che solo 10 o anche 15 anni fa, nonostante le esperienze artistiche ed architettoniche degli anni 60 e 70, che comunque hanno fornito dei precedenti, ci si poteva riferire alla complessità soltanto in termini formali. Ora da questa chiaccherata, è chiaro, sta emergendo una nozione diversa assai di complessità, almeno per quanto riguarda l’architettura… Tra l’altro, visto che sono in vena di citazioni, Zevi diceva spesso: gli architetti sono stupidi perché si occupano solo di architettura…

MarcoOplà:
Lo penso anch’io… Ma la complessità di cui si diceva va vista come risorsa! Soprattutto se collocata in un responsabile processo di capacità progettuale e non solo in termini architettonici…

PEJA:
Già! infatti una cosa che mi ha stupito è la coscienza vostra, anche se repressa negli studi, di comunque utilizzare come materiale architettonico, il materiale sociale… questo lo ho trovato molto interessante

MarcoOplà:
Diciamo questo: le installazioni, i progetti comunicativi, le collaborazioni artistiche sono un vero e proprio laboratorio per testare comportamenti, percettivi e relazionali… In opere di architettura questa sperimentazione e fortemente limitata da condizioni oggettive di risposta progettuale: se devo fare un tetto, non posso aprire dei varchi per far mirare le stelle e perdere l’uso protettivo… ho banalizzato per essere coinciso, ma in fondo anche questo esempio è valido…

PEJA:
Proprio per questo ho detto che è represso! Molte volte questa inadattatezza dello strumento architettura rispetto alle vostre intenzioni trapela dalle parole del vostro blog…

MarcoOplà:
Però posso dirti che il ragionare alla Oplà+ ci è moto utile proprio per affrontare il quotidiano costruire… Alcuni nostri progetti realizzati in campo architettonico fruiscono del campo percettivo testato con opere oplà+…

PEJA:
Sarebbe interessante allora osservare come questo potrebbe trasformarsi in interventi di più largo respiro… Una curiosità: ovviamente i vostri riferimenti immagino che si rileggano pochissimo nella vostra reale attività, e che comunque siano in qualche modo soltanto trasversali all’architettura: ma chi sono i referenti di oplà+?

MarcoOplà:
Sinceramente? Non lo so! Abbiamo imparato tante cose da tanti maestri e non so chi citare… sono sempre stato attratto da chi lavora sotto, ai margini… (conosci il lavoro di Caravatti in Africa? è uno bravo) Ho capito molte cose da Bruno Munari per esempio, ma anche da Vinicio Capossella…

PEJA:
Caravatti non lo conosco, ma credo proprio che mi informerò su tale tipo… Però questo anticipa un pò quello che ti stavo per chiedere: infatti citi Munari, che è un designer ed un pedagogo, e Capossella che è un cantautore, accomunati soltanto dall’essere poliedrici… Insomma, siete un bell’ibrido strano, tanto per usare una key word tanto di moda ma che comunque spiega bene ciò che intendo…

MarcoOplà:
Munari e Capossella sono… emozionali! Non vorrei pensare al concetto di ibrido in senso negativo…cioè un po questo, un po quello, ma come ibridazione, come il risultato di dinamiche consapevoli di contaminazione, in un ambiente ormai sempre più caratterizzato da opensource!

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13 pensieri su “.** Pecezioni de-formate_

  1. «Sono le tredici, la gente si raduna in anzi al piatto come facevo io negli anni precedenti; ho dimenticato cosa sia mangiare e mi avvicino ad una casa dove un gruppo originario sta per mettersi attorno a tavolino. Si siedono e sorridono, i bicchieri si infrangono di ovvio. I componenti il pasto sono equamente divisi per sesso e competenze, due maschi e due femmine di cui solo una, la più anziana, è addetta al servizio del mangiare.» (Antonio Rezza, Ti squamo. Storia di un amore screpolato, Bompiani,1999)

    «L’insonne li toccò con rara delicatezza e cominciò a piangere “non ho mai visto un sonno così, macchia il cuscino”.» (Antonio Rezza, Son[n]o, Bompiani,2005)

    Hai ragione Peja, in qualche modo LIU assomiglia molto alle scenografie di Rezza.
    Marco+ e Peja non credete che l’idea di ‘contrazione’corpo/oggetti/parole su cui lavora Antonio Rezza possa essere interessante?
    “L’architettura contratta” può anche semanticamente aprire degli spazi.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  2. > x Salvatore
    “L’architettura contratta” mi piace assai… e grazie per questo ulteriore scartamento degli assi di lettura…
    > “contrazione : diminuzione del volume di un corpo senza diminuzione della massa d’esso ” < così LIU piccolo piccolo, lascia il suo “peso” concettuale…

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  3. @ Salvatore:
    Scusa tanto se ho fatto attendere così tanto la mia risposta, ma fino ad oggi sono stato ben più che impegnato.
    Ma passo subito a rispondere al tuo commento:
    Bhè, felice che abbia trovato in te un altro fan di Antonio Rezza. Io credo profondamente che la ricerca messa in atto (in tutti i sensi) da Rezza e Mastrella sia estremamente feconda per quanto riguarda l’architettura, sia per la concezione (classica, se vogliamo) del rapporto tra spazio e corpo, sia per la tonalità di “sgrammaticatura” che echeggia un pò in tutta la loro produzione…
    A presto!

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  4. @ Salvatore:
    Sono in qualche modo d’accordo, anche se forse sarebbe interessante un tuo impegno per definire rigorosamente questa “contrazione” dell’architettura, oltre che alla procedura notarile… Perchè non ci regali un post?

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  5. > A voi “teorici” : attendo con ansia vs impegno nel disquisire su “architettura contratta” … (ma non metto fretta a nessuno… già mi meraviglio di quanto siete attivi nei rispettivi blog! )
    marco+pasian

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