.:: La Condizione Contemporanea_

Se i tempi moderni del povero Charlie Chaplin, minato alla ragione da ritmi disumani e spersonalizzanti, rappresentava in maniera degna di encomio l’intera classe delle critiche al Movimento Moderno, non è certo possibile trovare un simile prodotto culturale che sia così sintetico nella critica alla condizione contemporanea, così come non esiste una analisi pertinente ad essa. Se infatti il periodo postmoderno è stato sostanzialmente previsto dagli stessi personaggi che ne hanno poi eretto le impalcature, quasi che la stessa teorizzazione di esso ne avesse in qualche modo costituito la realizzazione, l’accavallarsi di nuovi paradigmi, non ancora in toto resi dogmi, e quindi non ancora decriptati appieno, si è manifestato senza alcun preavviso. Ne derivano scenari ancora per lo più confusi, addirittura più delle spiagge indicate da Robert Venturi, in cui storicismi pop si mischiavano ai luccichii trash delle insegne. Se però è facilmente registrabile come decontestualizzazione, formalismo e spettacolarizzazione sono canoni propri del postmoderno, è innegabile come questi persistano, ed anzi si siano manifestati con maggior vigore e, paradossalmente, coerenza solo in ciò che in architettura viene definito decostruttivismo, il quale già dalle prime apparizioni si presentava come un superamento di ogni storicismo nel nome di una mal chiarita rinnovata modernità. Se questo si può affermare ben seneramente, è altrettanto vero che gli stessi autori dei progetti esposti alla mostra consacrante l’avanguardia senza manifesti al grande pubblico, l’evento Deconstructivist Architecture organizzato al MoMa di New York, sono stati poi gli stessi attori, che con fare hollywoodiano sono stati portati agli altari della cronaca dalla critica, e soprattutto, dalle operazioni immobiliari, affamate di brand. Da quì, spettacolarizzazione, decontastualizzazione e formalismo si ripresentano in una strana, nuova forma, che esula la polifonia molle ed untuosa dello storicismo postmoderno, ma che si slancia sicuro verso l’Immagine debordiana, per cui si va a creare uno stretto rapporto tra Immagine e Spettacolo che coinvolge direttamente la società che osserva il fenomeno.  Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Da cui si evince come sia ormai diventato addirittura poco pertinente affiancare alla categoria della spettacolarizzazione quelle di decontestualizzazione e di formalismo, in quanto oramai confluenti nella prima. In questa breve regressione, è intuitivo come la condizione contemporanea sia ancora irrimediabilmente avvinghiata ad una sfavillante Società dello spettacolo che combatte per un allargamento dei confini globali della Las Vegas da casinò.

Appare subito logico come quindi le critiche mosse dalle frange reazionarie della critica architettonica generino subito un corto circuito d’autoreferenzialità, attaccando un brandello di ciò che intendono difendere. Una larva d’aracnide che appena schiuso il proprio uovo si nutre della madre per il proprio sviluppo. Strano gioco del destino il fatto che proprio un transarchitetto, Marcos Novak, e quindi ipoteticamente esterno al gioco di rimandi illustrato, pare accorgersi dell’affinità biologica, tanto da illustare continue analogie tra il proprio lavoro ed il regno degli aracnidi, come ad esempio nel caso del progetto teorico AlloBio, di cui la riflessione sull’alieno, tema già toccato profondamente, guarda caso, da Debord, genera a cascata una presa di posizione precisa sulle proprie intenzioni progettuali.

Allo, la radice per Alieno,  significa Altro […] in un significato estremo dell’altro come appartenente ad un altro ordine. Sembrerebbe quindi che l’impulso verso le architetture […] autoreferenziali debba contrastare quello verso architetture alloreferenziali.

allobio_d1-view_11

Al fine di rendere chiaro il rapporto tra architettura e filosofia, che sia da riformulare la definizione di decostruttivismo in architettura, per essere spostata verso la transarchitettura?

12 pensieri su “.:: La Condizione Contemporanea_

  1. Non riesco a capire perchè ci si scandalizza poi tanto su quella che chiamano “autoreferenzialità dell’architettura”; del resto sulla scia della scuola filosofica francese di Derridà e Lyotard, emerge chiaramente come il linguaggio nelle sue forme diverse possa essere contaminato da quello che Derrida chiama “la differance”. Non è poi quella forma di individualità che condraddistingue la forma architettonica rispetto ad un’altra? Personalmente non vedo nulla di grave a sottolineare una differenza che garantisce, poi, l’assenza di ogni forma di ideologia.

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  2. @Furnitto: se si tralascia ogni referenza contestuale nell’atto progettuale, si corre il rischio di creare dei “mostri” che con l’intorno non hanno alcun rapporto. Quindi, se ne hanno la forza, lo fagociteranno, il circostante, oppure ne resteranno, al più isolati. Bell’epilogo, non trovi? Non per nulla il decostruttivismo punta tutto sull’edificio-spettacolo, sul pezzo unico sul valore plastico, e poche sono le iniziative pregevoli di questa corrente, a livello urbanistico.

    Quello di Novak mi pare, a tal proposito, un intervento provocatorio, estremamente polemico come molta della sua produzione.

    Adonai

    Apo

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  3. vengo in difesa del decostruttivismo… lo so, suonerà come nostalgico e forse polemico (agli occhi di un accanito sostenitore della transarchitettura come Peja )ma i traguardi + alti dell’architettura contemporanea li abbiamo raggiunti in questo “movimento” che aveva come unico dettame quello “di dare un dis/ordine alle cose” (per parafrasare Le Corbusier).La matrice artistica ,di questi “interpreti” ha fatto si che i media e la critica architettonica etichettasse come veri”brand” queste architetture… tralasciando lo straordinario iter figurativo che ognuno dei rappresentanti invitati al Moma hanno da sempre e fino ad oggi esibito. La forza delle loro architetture nonchè del loro personale percorso di ricerca ha fatto da apripista per tutte le generazioni a venire che si contano e sono pochissime… esili ed inconsistenti se comparate al decostruzionismo percui è davvero divertente che quella che fosse un etichetta “decostruttivismo” e che ben poco rappresentasse gli intenti di questi signori(che neppure si conoscevamo o che poco avevano costruito) diventasse con la forza della composizione un VERO movimento architettonico,solido e quantomai controverso…

    Quel gruppo di individui è lo stesso che oggi continua ad insegnare architettura ai giovani architetti (che non si decidono a maturare qualcosa di altrettanto interessante,direi) e che continua a sperimentare e mutare linguaggio alla veneranda età di… e con “l’handicap di non aver mai saputo accendere un computer” (vedi Peter Eisenman)

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  4. @ Furnitto:

    La reazione all'”autoreferenzialità” penso derivi da un romanticismo di alcuni detrattori del decostruttivismo architettonico e della transarchitettura. Insomma, una peculiarità viene vista come una pecca. Come se il postmoderno architettonico ed i vari Movimenti Moderni non siano autoreferenziali! Sinceramente sono contento che tu abbia appreso appieno il senso di ciò che ho scritto, ed aggiungo che senza autoreferenzialità non credo ci possa essere architettura, ma semplice edilizia. Tra l’altro la stessa umanità è autoreferenziale, e lo si vede dal sistema di culture, dogmi, professioni ed arti che si è costruita attorno per rendere più sopportabile il viaggio su questo sasso chiamato “Terra”. In Novak apprezzo infatti la ricerca di un trascendimento dell’autoreferenzialità, ponendosi il problema di una umanità profondamente cambiata dalle nuove tecnologie: in questo modo va letta la sua “alloreferenzialità”, ed è l’aspetto più stuzzicante, nonchè più innovativo: interpretare l’altro più assoluto, per apprenderne le differenze fisiologiche, prima ancora che culturali.

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  5. @ Apolide:

    Non sono daccordo su alcune cose Apolide: sono anzi convinto che la storia dell’architettura sia una strada lastricata di eccezioni e di decontestualizzazioni! Vi è poi il caso di approfondire, e vi sono casi d’eccellenza, e casi deprorevoli: come leggere l’intervento Londinese di Libeskind se non come un tentativo onorevole e ben riuscito nell’Albert Museum di espansione volumetrica e dono di nuovi significati? Oppure anche l’attico di Falkestrasse, o altri esempi ormai “storici” e di manuale! Che poi questi hanno portato a tanta maniera che fondamentalmente non ha idea di come gestire il risultato è tutt’altra questione. Infatti ormai sono sin troppi gli esempi da non seguire. Ma questo non vuol dire che sia colpa dei primi ad aver portato il “verbo”, anzi!

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  6. 2 febbraio 2008
    Peja,
    da sempre l’architettura è brand vedi le chiese per il marchio cristianità (o altri credi) o palazzi del potere per il culto dell’autorità sugli uomini.
    Quindi eliminerei il connubio decostruttivismo=architettura brand.
    Inoltre i cinque architetti della mostra del MoMa non mi sembrano dei decostruttivisti puri ma presentano molte contraddizioni e specialmente divergenze.
    Il decostruttivismo resta una storia ancora da scrivere, soprattutto non mi convince legare l’inizio e la sua filosofia all’operazione MoMa.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  7. @ Cristian:

    Bhè, non capisco perchè dovrebbe sembrarmi polemico, dato che io non ho attaccato il decostruttivismo ne in questa sede, ne in altri. Anzi. Per certi versi considero il decostruttivismo degli anni ’80 come il più prossimo antecedente della transarchitettura, ed al massimo è notabile come la transarchitettura sia una sorta di “decostruttivismo digitale”, anche se questa etichetta non mi piace. Però è meglio fare una precisazione: per me è sbalgiato usare il termine Decostruttivismo, che si sa essere stato imposto dal solito Jhonson, vero imbalsamatore teorico del secolo appena finito. Già con l’International Style, poi con il Post-modernism (e non Post-modern, come invece sarebbe più corretto), ed infine con la sigla Decostruttivism, ha sempre più portato in superfice dei corti circuiti di una ingenuità imbarazzante. Credo che ciò che viene indicato come Decostruttivismo sia il tentativo, riuscito, di superare il post-moderno, con armi postmoderne. Quindi, come direbbe Riccardo Campa, un post-postmoderno. Il riferimento alle avanguardie è esemplare, in questo senso, per quanto come sapete tu e Lò, io credo sia artefatto, tranne che per alcuni personaggi ovviamente. Quindi, ritorno a dire, credo sia un assurdo proporre uno scontro “Decostructivism vs Transarchitecture”, fondamentalmente per due motivi:
    1) Perchè sono tra loro conseguenti, e il primo senza il secondo sarebbe marcito, il secondo senza il primo sarebbe un riflusso degli anni ’60;
    2) Perchè sono interpretabili in due modi diversi: sono entrambi avanguardie, non credo siano movimenti perchè non hanno nulla di unitario, ma mentre uno lavora su un modo di interpretare i singoli aspetti dell’architettura in modo fondamentalmente innovativo e barocco, la transarchitettura si vede assegnato il compito, una volta esaurita la ricerca decostruttivista, di ripensare il modo di vedere l’architettura in un futuro prossimo che verrà. Per la transarchitettura non esiste, o quasi, il problema del linguaggio (tanto è vero che anche Einsenman si è prodigato in transarchitetture, come la proposta per la chiesa Dives in Misericordia, che poi ha vinto Meier). Però io amo l’esattezza, e non accetto la sigla che gli è stata affibiata, per quanto nemmeno accetto una netta separazione tra Post-moderno e quello che viene chiamato Decostruttivismo. Così come non accetto una netta separazione tra Decostruttivismo e Transarchitettura. Soprattutto alla luce che il risultato del decennio ’90/2000, ha portato risultati che hanno influito pesantemente il lavoro di Hadid, Einsenman, Coop Himmelb(l)au, Rem Khoolaas (che è l’unico che merita l’aggettivo di Decostruttivista per il suo peculiare modo di vedere l’architettura): questa reciproca influenza è a testimonianza di quanto sia sottile la membrana che divide queste due “nozioni”.
    A presto! :)

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  8. @ Salvatore:

    Non avevo letto il tuo commento mentre rispondevo a Cristian, altrimenti avrei risposto prima a te onde ripetermi, ma non ho alcun problema a rifarlo :):
    Prima di tutto io non sono assolutissimamente reazionario ad una architettura che sia anche brand, e questo è emerso varie volte nel blog. Però il fatto che io usi il termine brand-architecture, non vuol essere discriminatorio. In architettura, e questo emerge sempre più in questo blog, le parole vengono molto prese come concetti universalistici, e questo mi sembra un luogo comune del post-68. Infatti tra l’altro, anche io sono totalmente in disaccordo con il fatto che il Decostruttivismo sia un frutto della mostra del MoMa: o meglio, il termine decostruttivista, che allora fu usato come gioco di parole tra “decò” e “structurism”, come si intuisce dal catalogo della mostra da uno scritto di Jhonson. Questo è veramente deplorevole, soprattutto per un filologo, ed è un luogo comune da abbattere, perchè perimetra il decostruttivismo in un preciso ambito, che tra l’altro non gli compete. Per esempio, Zaha Hadid secondo la definizione di Jhonson, ora non sarebbe più una decostruttivista, e nemmeno Ghery e Tschumi, soprattutto alla luce dei suoi “paperless studio”. Quindi questo è un tema su cui lavorare, e su cui mi ci sto informando assai ultimamente.

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  9. Per la nota polemica mi riferivo a quanto detto da apolide e senza intendere alcunchè non voglio ergermi a difensore del decostruttivismo(non ne sarei in grado e non credo ne abbia bisogno):

    “Non per nulla il decostruttivismo punta tutto sull’edificio-spettacolo, sul pezzo unico sul valore plastico, e poche sono le iniziative pregevoli di questa corrente, a livello urbanistico.”

    Quello che dici è verissimo ma vorrei aggiungere la mia…
    La peculiarità che + mi piace e continua a intrigarmi e la ricerca spaziale che questi signori ci hanno insegnato e lasciato nel corso degli anni.Entrare in uno spazio creato da gehry o da Eisenman, è un’esperienza sensoriale diversa…sconvolgente…(o per chi crede il contrario è comunque un’emozione non da poco neppure il disprezzo)…entrare in uno spazio disintegrato e scampato ad un esplosione (nel caso di Coop himmelb(l)au) farà parlare di se come di un reportage di guerra ma rimane un esperienza visiva e spazio-formale che non si prova solitamente nelle architetture che ci circondano nel quotidiano…Insomma quella ostentata spazialità barocca che il Borromini ha costruito a sue spese (con critiche feroci e spietate nei riguardi del suo genio compositivo) rivivono in queste esperienze spaziali decostruttiviste + che in ogni altro genere di architettura…. di fronte ad un linguaggio riconoscibile ed un genio compositivo non posso che nutrire ammirazione…questo è il senso prettamente estetico dell’architettura: dare piacere ai sensi.Far stare bene i propri fruitori …ed io mi sentirei a meraviglia nello scrivere immerso in una stanza che non sia una mera scatola quadrata all’interno di un quartiere che ripropone da secoli le stesse inusitate aggregazioni urbane…

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  10. @ Cristian:
    Bene, allora siamo daccordo. Non ricommento oltre perchè credo sia superfluo, ripeterei semplicemente quanto detto. Una nota solamente: interessante il fatto che il decosruttivismo venga definito da più voci Barocco, soprattutto per il fatto che gran parte della ricerca di resistenza al post moderno degli anni ’60 viene definita Manierista: in quest’ottica, prendendo come quasi intuitivo l’aspetto Classico (anticlassico) del Movimento Moderno, è possibile escludere il postmoderno da questa evoluzione che racchiude tre secoli di sviluppo dell’architettura nel solo ‘900…

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  11. Peja,
    perfetto! Ottimo filone di ricerca l’importante e non scadere nei luoghi comuni o nelle parole ‘icone’ che molti “architetti del decoro” traducono letteralmente, ahimè, senza interpretare i contenuti vedi: DECO-STRUTTIVISMO, NON-LUOGHI, BIG-NESS, JUNK-SPACE e includo anche POST-MODERNO.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  12. Grazie mille Salvatore. Spero che riesca a percorrere, eda tracciare ove serve, questa strada, per quando insidiosa sia. Ed i commenti che tu e gli altri amici lasciate sono più preziosi di quanto voi stessi pensiate! Ogni volta che devo rispondere ad un commento mi devo svorzare in qualche modo di “giustificarmi”, anche se non è il termine esatto.
    Ed appunto: post-moder, in architettura non esiste. Solo storicismo e retorica. Ma post-moderno poco o niente!
    A presto, ciao!

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