.:: Zeitgeist, Architettura e/è Specchio della società_

Al fine di poter comprendere adeguatamente le tensioni che animavano gli uomini  della prima modernità, tra cui Le Corbusier può essere eletto ad araldo, almeno per quanto riguarda il microcosmo dell’architettura, illuminante è il Saggio di esplorazione urbanistica, contenuto in Maniera di pensare l’urbanistica:

L’architettura e l’urbanistica sono lo specchio fedele d’una società; gli edifici ne sono i documenti più rivelatori. Occorre tuttavia che l’epoca abbia raggiunto la sua piena maturità. Nei momenti di transizione, gran parte dell’architettura è ancora soltanto nei progetti precursori; tuttavia questi progetti hanno valore assoluto e meritano attenzione come qualsiasi altro esempio già realizzato.

Se è vero che questa nozione non era certo originale alla data d’uso di Le Corbusier, è invece interessante prendere atto dell’adozione di questa da parte del padre dei cinque punti, il quale non si fa certo problemi ad identificare la nuova architettura come un bisogno strettamente organico alla società francese le cui città, dopo aver pagato ingenti dazi ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, vedono la necessità di dover programmare la rinascita del paese secondo una rigorosa decretazione di interventi giuridici, economici ed edilizi. Ovviamente lo stesso Le Corbusier pone, più o meno inconsciamente, se stesso come direttore di questi grands travaux nazionali che nel testo vengono descritti come una chiarissima allucinazione. Se l’intero testo ora preso a pretesto è descrivibile come una serie di regolamentazioni e di intenti, una proposta di proposte lanciate agli organi direttivi francesi, è intressante notare come per uno strano gioco di tautologie ed autoreferenzialità innescate nel testo, proprio ad una società appena sfuggita dalla tirannia di un’ideologia, viene proposta la nuova tirannia del nuovo modo di vivere comunitario. Cosa che in parte rispecchia, suo malgrado, il secondo concetto espresso nell’estratto sù citato, volente la piena maturazione del contesto sociale affinchè il suo specchio come città si manifesti.

Ma come vi è uno scollamento evidente tra le parole di Le Corbusier è la realtà dei fatti, lo stesso può farsi notare nella situazione contemporanea, in cui, dopo la cantata vittoria sul postmoderno, le nuove avanguardie non possono far altro che piegarsi, loro malgrado, ad una logica sociale postmoderna. Se infatti ciò che in architettura viene identificato con Post-moderno, non è altro che un neo-storicismo che con il Post-moderno inteso come classe di filosofie. Se infatti la definizione che Jean-François Lyotard pone il Postmoderna come l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni, e se è vero che nel postmoderno architettonico, per così dire teorico, in fin dei conti può essere definito come una critica serrata al Movimento Moderno, è altrettanto vero che la produzione architettonica non è riuscita a rispecchiare degnamente la propria controparte teorica, fermandosi ad un semplice, nuovo ismo, con i suoi dogmi da seguire e le sue inibizioni. Ma pare che lo scarto avuto tra l’architettura postmoderna e la società postmoderna non sia così grande come invece quello che lo separa dalla produzione teorica, che invece si è paradossalmente, ed inequivocabilmente, separata dalla nuda realtà per inseguire i più alla moda insegnamenti filosofici. Ad una società proiettata sempre più verso la spettacolarizzazione di quanto più intimo, alla riduzione del gusto a sapore, del linguaggio a stile, si risponde con un’architettura sicuramente volgare e distanti dalle reali necessità della collettività, ma che proprio per questo aderisce perfettamente alla realtà di quegli anni. Da quì, sarebbe lecito chiedersi se l’architettura, per il suo carattere permanente, nonostante la ricerca volga ad un carattere sempre più effimero e disinteressato della stessa, debba tratteggiare il proprio tempo, ormai maturo, e quindi volto ad una prossima dismissione. Non era forse in pieno postmoderno che certi gruppi d’avanguardia, come ad esempio i metabolisti giapponesi Isozaki e Kurokawa, iniziavano ad immaginare le immense megastrutture, che mai hanno visto la luce  ma che tanto hanno influenzato la futura transarchitettura? D’altronde, tanto per citare Eraclito, Chi non spera l’impossibile, non lo troverà.

c-in-the-air

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8 pensieri su “.:: Zeitgeist, Architettura e/è Specchio della società_

  1. Ritengo che l’opera del maestro come del resto buona parte del movimento moderno, abbia fallito clamorosamente nella disciplina dell’urbanistica; non perchè non fossero valide le idee, ma soprattutto perchè l’economia basata sull’edilizia ne ha sfruttato le potenzialità a fini speculativi, generando quel fallimento che è alla luce di tutti: “le periferie”.
    Invece le soluzioni in “villa” hanno ancora oggi che viviamo in una società in crisi, anche economica, poterbbero aiutare a razionalizzare gli spazi nella visione di una possibile urbanizzazione delle campagne. Come dire: “La Rivoluzione Agraria e il ritorno alle campagne” scherzo.

    Ti Saluto

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  2. @ Furnitto:
    Io considero l’urbanistica razionalista fortemente inconcludente e dannosa per tanti contesti. Solo dove è stata applicata in maniera coscienziosa, e con le dovunte inflessioni, ha generato dei risultati degni di clamore: in Olanda, dove era presente forte l’influenza De Stijl e della scuola di Amsterdam, in Scandinavia, dove veniva riletta con forte accezzione organica , in Italia, dove il neomonumentalismo ha paradossalmente salvato molti interventi altrimenti destinati ad degradate, eteree, accumulazioni di cubature. Per le “ville”, ci aveva già pensato l’autore del tuo header, no? :)

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  3. A commento una piccola “irritazione”: ma crediamo ancora davvero ad una “teoria” architettonica scollegata da una “pratica”? E poi sulla questione della “spettacolarizzazione”: …

    Scrive Sennet che c’è un momento nella storia dell’umanità occidentale, nel quale una nuova figura appare e via via si fa vedere, ascoltare, stimare: il Pubblico. Da allora – tanto tempo fa, la prima apparizione coincide con i tempi di Aristotele – il ruolo di ciascuno spettatore ( a teatro o davanti alla tela, la pagina, la scena sociale e politica ) è allo stesso tempo individuale e collettivo.
    Questo è il problema di tanta cultura, specie architettonica: lavorare senza l’idea di un pubblico.

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  4. @ Fabio:

    Assolutamente no: infatti non credo che il post che commenti ora sia in qualche modo scollegata dalla sensibilità del pubblico. Anzi… Il senso post-moderno che sopravvive a dispetto dei filosofi nella società attuale per la spettacolarizzazione di ogni qualchè è proprio al centro del mio post. È auspicabile che l’architettura riesca ad indirizzare il gusto ferso altre forme di edonismo, ed è appunto ciò che penso sia possibile fare attraverso una transarchitettura emotivamente effimera!
    A presto! :)

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  5. @ Fabio:
    Per questo ti rimando al precedente post “Identità artificiale”, dove appunto viene detto in qualche punto che l’uomo non ha capacità di analisi su se stesso se non a posteriori, e se non attraverso un filtro, cioè proiettando se stesso in un altro artefatto da cui poi rilanciare lo sguardo indietro. Proprio come uno specchio! Ma uno specchio che vede solo a ritroso… Ovviamente… :)
    Grazie della riflessione, a presto!

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