>°< PEJA Producing: e-Art Museum_

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All’interno del dibattito contemporaneo sui processi di sviluppo e rivalutazione delle aree urbane in via di dismissione, proprio la nozione di recupero urbano sta diventando sempre maggiormente occasione di proposizione di infrastrutture per l’esposizione e la produzione di arte contemporanea. Da qui, dati gli studi sulla tipoligia, hanno avuto modo di creare  diversi, variegati modelli per i più stravaganti bisogni espositivi. Si passa dalle nuove case del vino, come per esempio quella di Loisium progettata da Steven Holl, alle varie, ben più improvvisate sotto il punto di vista strategico, boutique di moda, come ad esempio il Prada Store di Tokyo, progettato da Herzog & de Meuron. Ma in realtà il dibattito sul tema dell’esposizione museale è toccato soltanto tangenzialmente, ed anzi, nonostante queste occasioni progettuali dovrebbero stimolare proposte non convenzionali, non viene sfruttata l’occasione per apporre innovazioni sostanziali al tema del museo, preferendo il rifluire di esperienze canoniche.

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Considerato ciò, la richiesta di progettare un museo per la web art, in un contesto difficile come quello di Bracciano, segnato da difficoltà di accesso, salti di quota, e diversità di temporalizzazione degli edifici limitrofi, non può che stimolare la fantasia del progettista che si vede a dover reinventare forzatamente, data la variazione sul tema, il concetto di museo. La nozione stessa di web art appare, accostata a quella di museo, favorire l’insorgere di un’ossimoro capace di far riflettere ampliamente su una questione annosa come quella dell’esposizione. Si è dovuto quindi procedere verso la riesumazione di concetti che dalla critica sempre alla moda sono ad oggi definiti come desueti, ossia recuperare i concetti cardine di una transarchitettura che si dice morta soltanto nominalmente, ma che allo studioso poco più che superficiale non può che apparire più viva che alla sua maturità negli anni ’90. Accade quindi che proprio i tanto amati edifici che espongono se stessi, le macchine museali prodotte in più parti del mondo come assolute, concrete, manifestazioni di un capitalismo d’immagine sfrenato, causa ormai della sua stessa crisi, diventa desueto di fronte all’importanza di mostrare l’effimero. Soprattutto se poi questo effimero ha la possibilità di creare processi di riqualificazione che vanno oltre il semplice messaggio mediatico, ma che è capace di risolvere nodi urbani di rara complessità, nati da secoli di stratificazioni di edifici e di identità.

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La soluzione progettuale è quindi frutto di due livelli di programmazione: da una parte considerando l’esigenza di riannodare una situazione di inadeguatezza dei flussi e delle percorrenze, che influisce soprattutto su planimetrie e sezioni, e dall’altra considerando la destinazione d’uso, che influesce invece sulla definizione impiantistica e tecnologica dell’edificio. Nasce così una piattaforma capace di supportare una utenza di web-artist che si inviteranno, o si stimoleranno, a partecipare alla definizione continuamente mutevole dell’interno dell’edificio, esposto se stesso a continue mutazioni date da videoproiezioni, e da fasci di led luminosi che saranno gestiti non da una autorità curatoriale, che invece, essendo indispensabile, si occuperà di altro ovviamente, ma dalla propria utenza. Ci si avvicina quindi alla vera possibilità di un’architettura 2.0 capace di essere manovrata e continuamente progettata e ridisegnata da chi partecipa al processo inscenato, e non più, come al sorgere dell’hyper-architettura di una utenza che suo malgrado influisce sul fenomeno: ci si può immergere nel cyber-spazio, ormai concretizzato, solo se senzienti. E lo si può fare realmente.

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20 pensieri su “>°< PEJA Producing: e-Art Museum_

  1. Complimenti per il post molto interessante! Pensare ad un’architettura 2.0, in effetti sa molto di “futurista” anche se in questo caso la variabile tempo è intrinseca nell’idea stessa di condivisione! E adesso nell’era del 3.0 quale scenario possibile?
    Colgo l’occasione per augurarti buone feste!

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  2. Ciao Peja, sporco questo post con un augurio di Tuttale e buon Tutto Nuovo!!!
    Spero sempre che le feste mi portino regali architettosi ma evidentemente, nonostante l’indugiare all’università, la mia famiglia deve essere convinta che sto ancora scegliendo l’indirizzo.Bacciiiiiiii
    Fatima

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  3. @ Furnitto:
    Prima di tutto grazie per gli auguri!
    Come seconda cosa: diciamo che è un pò che sto riflettendo se sia il caso di ipotizzare una architettura 3.0, stante la definizione di questa (o anche web semantico). Io sono però dell’idea che il 3.0 sia da ridimensionare ad un 2.1, e che comunque il 3.0 sia nient’altro che un rifluire nel web nella dimensione architettonica (vedi i browser 3d). Credo sinceramente che si dovrà adeguare molte nozioni di questa (architettura) e lasciare sterili romanticismi a chi si preoccupa di mantenere il lavoro sulla questione ontologica dell’architettura… :)

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  4. Interessante post! Grazie!

    Mi chiedo che senso avrebbe un museo del WEB o della webart confinato però in un edificio fisico (reale), fruibile materialmente solo da pochi.

    Un luogo virtuale, un “transmuseo” o “metamuseo”, sarebbe il giusto topos per una fruizione 2.0.

    Buon anno anche da parte mia!

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  5. @ Ocolus:
    Prima di tutto grazie per gli apprezzamenti e per il Buon Anno, che ricambio se non lo avessi già fatto…
    Come seconda cosa: Mi rendo conto assolutamente del nonsense che sta dietro alla produzione di un simile manufatto, ma rilancio: è proprio quì la sfida! Riuscire a dar forma all’informe, teoricamente quanto pragmaticamente, è un interessante gioco linguistico, ma che in architettura può avere dei risultati sorprendenti. Basta osservare i secoli di edifici sacri che i nostri avi ci hanno tramandato! :) Spero di essermi per lo meno avvicinato a tale intento…

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