.:: Biennale 2008, Rovina, L’assenza dell’opera_

Nella premessa del suo Comporre l’architettura, Franco Purini, avezzo a questo tipo di speculazioni, ha l’accortezza di mostrare un’affascinante pronostico che vede crearsi la situazione in cui l’architettura dovrà a breve fare i conti con le nuove rovine prodotte nell’occidente dalla modernità. Il pretesto viene fornito dai resti più illustri dei tragici avvenimenti dei balcani, come le pietre sconnesse del Ponte di Mostar e i resti combusti della biblioteca di Sarajevo. Ma ovviamente non sono solo queste, ormai non più, emergenze che ritornando in vita, ormai cadaveri, sotto nuove forme ad offrire nuovi stimoli. Anzi, sono soprattutto gli scheletri in cemento armato degli edifici, per così dire, diffusi, gli edifici che più di altri sono adibiti alla vita di una città, a suscitare reazioni di vario tipo. Così come del resto nuovi stimoli venivano letteralmente lasciati dai ruderi romani, diffusi sul territorio, agli uomini del Rinascimento. Così, le moderne rovine si fanno metafora concreta, per Purini, di una modernità ormai ombra di se stessa. In realtà lo stesso autore non tiene conto del fatto che queste non sono le prime rovine che la modernità ci offre, e che non è detto che un’epoca architettonica debba tener conto della sua longevità in base a calamità naturali o sociali. Così, preso dal soffermarsi sulla dimensione aulica, e tutto sommato più superficiale, della nuova produzione di ruderi, Franco Purini finisce per farsi sopraffare dall’apparenza romantica della situazione da lui descrita, facendo ricorso a stratagemmi che hanno a che fare più con la metafisica che con una reale analisi storica. Interessante però è l’introduzione di questa apparenza romantica reintrodotta in contesti che invece suggeriscono un diverso modo di svolgere un’altro tema tipicamente romantico che è quello dell’assenza dell’opera nella produzione artistica. Questa oscillazione nella definizione stessa di opera, in questo caso architettonica, è una delle chiavi che forse lo stesso Aaron Betsky vuole fornirci ai fini di una lettura esaustiva dell’ultima biennale, attualmente in corso.

Criticata da più parti, soprattutto dai fronti più vicino ad un pubblico di non addetti ai lavori, l’XI biennale di architettura di Venezia è stata forse tra le meno attentamente criticate, fra le ultime edizioni, ed anzi, quanto più offriva spunti interessanti tanto più è stata localmente criticata. Un esempio lampante è quello offerto da Philippe Daverio, che attraverso PasspARTout,  la trasmissione da lui diretta, descrive con disarmante banalità, non tanto la biennale in sè, quanto il processo di formazione creativa degli architetti esposti, non cercando inoltre alcun filtro interpretativo con cui dare una omogeneità all’evento intero. Questo ha impedito a mettere bene a fuoco con quanta cura si sia preparato il supporto teorico/critico da parte di Aaron Betsky, che ha visto materializzarsi un ripudio dell’opera d’arte, in senso assolutamente romantico, che vede nella rovina il suo emblema. Non a caso, nel suo seppur inconsistente manifesto, dichiara di voler separare, almeno concettualmente, la pratica edificatoria da quella architettonica. Questo da connettersi con un’altro tema chiave della biennale, che è il primato della rappresentazione sulla realizzazione. Quindi, viene a galla cosa significa questa ricerca Beyond building, questo cercare di oltrepassare l’architettura, facendo riferimento a due categorie che, provenienti dal primo Rinascimento (si pensi a quanto siano importanti per Brunelleschi le rovine e la rappresetanzione), per poi essere ritrafugata in età romantica (alla stessa maniera, basta citare fugacemente Boullée), ritorna ora assolutamente attuale riconvertendo i significati di queste pratiche, come già a suo tempo è stato fatto, secondo l’andamento delle produzioni contemporanee. È facile quindi capire come sia stato Gehry a vincere il premio Leone d’oro alla carriera, date le basi teoriche estrapolate della mostra, e dato il contributo fondamentale da parte di Ghery allo sviluppo dell’architettura contemporaneo, attraverso i suoi goffi, buffi, sgradevoli, montaggi non finiti. La stessa intallazione presentata all’arsenale, Ungapatchket, è un continuo non finito, enorme modello di un edificio possibile, alla Gehry, che già dal nome richiamante sonorita yiddish, verrà completato man mano che la mostra si svolgerà, potendo così essere una rovina sempre diversa, ma sempre uguale a se stessa, pasta di argilla montato su assi di legno, che più di una tremenda, distopica, modernità postumana, ricorda più una serena fabbrica medievale.

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18 pensieri su “.:: Biennale 2008, Rovina, L’assenza dell’opera_

  1. Ricordo che qualche anno fa partecipai con degli amici ad un concorso internazionale su Belgrado. Un’interessante edificio del “realismo socialista” rientrava nell’intervento. Una sua parte era visibilmente compromessa dai bombardamenti piu o meno recenti, tanto da lasciare una commozione tale da suggerirci di lasciarla enfatizzandole la ferita risanata. Operazione evidentemente poco apprezzata!!!!!!!
    Un abbraccio

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  2. Dibattito interessante quello sulle rovine o comunque sul recupero dell’architettura passata: abbiamo talmente tanto costruito che ora più che di nuove costruzioni è bene cominciare a parlare di come rielaborare/reinterpretare/riutiliazzare l’esistente. Sì Daverio non ha commentato positivamente questa Biennale ma … anche negli anni passati non si era espresso in termini lusinghieri .. salvo comunque ritornarci sempre :-D

    Empedocle70

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  3. PEJA,
    non ho visto la puntata di passpARTout ma non credo sia importante.
    Le tue riflessioni mi portano alla sottovaluta opera di Michelangelo Pistoletto “Venere degli stracci” del 1967 ovvero l’opera d’arte di fronte la contemporaneità e il saggio di Rem Koolhaas “Junkspace” cito: «Se lo space-junk (spazzatura spaziale) sono i detriti umani che ingombrano l’universo, il Junk-space (spazio spazzatura) è il residuo che l’umanità lascia sul pianeta. Il prodotto costruito della modernizzazione non è l’architettura moderna ma il junkspace è ciò che resta dopo che la modernizzazione ha fatto il suo corso o, più precisamente, ciò che si coagula mentre la modernizzazione è in corso, le sue ricadute.»
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  4. @ Furnitto:
    Sai, non mi stupisce che non sia stata apprezzata la tua proposta. C’è molta retorica sul passato: serve finchè ci si può mangiare sopra. Se conviente economicamente demolirlo, perde tutt’ad un tratto valore. Salvo poi essere in un secondo momento rivalutato, e deprecata la sua demolizione… A presto, ciao!

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  5. @ Salvatore:
    Guarda, per la puntata di passpARTout, veramente ti consiglio di risparmiartela… Su Pistoletto, sono riuscito a vedere la sua Venere degli Stracci a Napoli in una ex chiesa medievale con una luce artificiale incredibilmente drammatica. Era qualcosa di mistico e sacrale, quasi fosse una “Madonna degli stracci”. Il passo di Rem Koolhaas è veramente azzeccato poi messo in correlazione con l’opera “micalengiolesca” (passami il termine :) ), soprattutto perchè credo che Purini sia molto favorevole a considerare molti spazi di consumo, come rovine. Tra l’altro è interessante come le critiche di Koolhaas vengano spesso lette da alcuni critici come manifesti. Come il periodo in cui, dopo aver letto Augèe, i progettisti creavano deliberatamente dei “non-luoghi”. Paradossi della scarsa cultura…
    A presto, ci leggiamo!
    Ciao

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  6. … recupero di rovine musicali? .. siamo quasi a livello di un ossimoro, come può lasciare scorie, residui materiali una cosa immateriale come la musica o in una visione più larga il suono? Tuttavia la provocazione è interessante e si può leggere come una verifica dell’interazione tra musica e architettura .. ci sto scrivendo sopra qualcosa or ora …. :-D

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  7. @ Archema:
    Ti ringrazio profondamente! Sì, penso anche io che l’ultima biennale, a dispetto delle critiche diffuse, sia stata una delle più interessanti, sia per forma che per contenuti. Sicuramente la più libera da inibizioni, ma anche la più riflessiva!
    A presto, ci leggiamo!

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  8. Molto interessante (come sempre i tuoi articoli d’altronde). Mi ha fatto venire in mente il Gazometro qui a Roma dove abito (ormai struttura moderna rivalorizzata e assurta a uno dei simboli della città), e alcune incisioni e acquaforti di rovine romane dell’architetto Piranesi.

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  9. @ David:
    Grazie mille amico! Bhè, il gazometro è una figura ormai consolidata del paesaggio romano… Quasi, o forse più, delle varie cupole e cupolette… Sai, per Piranesi, avevo intenzione di citarlo, ma poi la forma che avevo usato mi sembrava troppo forzata, ed ho lasciato perdere! :) A presto, ciao!

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  10. Peja,
    innanzitutto ti faccio i complimenti per i tuoi scritti. Non ho ancora avuto modo di dirtelo, pertanto colgo l’occasione per approfittarne adesso. Sono solito sbirciare fra vari blog in rete, e devo dire che il tuo è fra quelli che leggo con piacere. In questi ultimi post, devo dire che, condivido solo alcune cose che dici. E’ vero che il tema di quest’anno è carico di significato e che Betsky ha avuto molto coraggio a proporlo e tramutarlo in mostra, ma è innegabile che questa biennale ha PERSO. Ha perso perchè, ha trasformato la “ricerca” di molti architetti in mera pratica ludica. Ha perso perchè non ha dato risposte concrete (è anche vero che nessuno le aveva promesse). Ha perso perchè si è allontanata ancor di più dalla gente, e a dirla tutta non ho avvertito la necessità/volontà da parte dei curatori (a parte qualche padiglione internazionale) di proporre una mostra adatta a tutti. In questo modo, l’architettura, quella del “non costruito” (perchè è vero che l’architettura non è solo quella “tangibile” a differenza di quanto dice qualche ex preside di qualche illustre istituto universitario di Architettura di Venezia a qualche suo amico d’oltralpe, ormai naturalizzato italiano), diviene solo un’architettura utopica e nella fattispecie puramente effimera. – Chissà perché poi, le gag di Crozza, alias Massimiliano Fuffas, fanno ridere pure gli addetti ai lavori !?!
    E poi, il leone d’oro a Gehry, non credo proprio che sia appropriato. A Gehry avrei dato il leone d’argento ai suoi esordi, ma non alla sua “ridondante” carriera !! A mio parere, non sta (più) affatto contribuendo allo sviluppo dell’architettura contemporanea, bensì è socio sostenitore di un’architettura autocelebrativa, che sta “crepandosi” col tempo.
    Probabilmente lo avrei ri-dato a Paolo Soleri, che con la sua pratica ma soprattutto ricerca in campo architettonico, non avrà fatto la stessa “carriera” di Frank Owen, ma ha affrontato temi e “immaginato” architetture, che oggi sono-sarebbero più vicine alla gente.
    Oppure a un Maurizio Sacripanti che di ricerca ne ha fatta tanta, ma soprattutto sapeva benissimo che: “L’Architettura è anche tradurre in fatto pubblico la propria ricerca ideale, e la traduzione costa e pretende tempo, fatica e solitudine”.
    A presto. Maurizio.

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  11. @ Maurizio:
    Caro Maurizio, prima di tutto ti ringrazio di cuore per gli apprezzamenti ai miei saggetti. Non sai quanto per me sia importante riceverne. Come seconda cosa: siano benvenute le posizione contrarie, che sono l’anima dei dibattiti. Detto questo, mi sento però di mantenere sulle mie posizioni, ed in qualche modo te le giustificherò alla luce di quanto mi suggerisci. Fermo restando che non vedo contraddizione tra ciò che dici, e quanto affermo, perchè una biennale, seppur pessima, può dare dei segnali immensamente importanti e stimolanti, al di fuori di quello che vuole effettivamente dire. Per esempio, non mi sento di dire che le opere di Zaha Hadid (sia quello all’arsenale, che quello alla villa palladiana) siano in qualche modo rilevanti, ma nel contesto in cui è collocata è invece meritatoria di attenzione perchè è una variante dell’approccio. Io credo tra l’altro che Betsky non si sia accorto dell’importanza di alcune cose che ha fatto, dell’importanza che ha voluto dare all’impegno della rappresentazione ed al “modo” rispetto alla realizzazione, eccettera. Per me il termine architettura utopica, come usata nel catalogo, è nient’altro che sintomo di grossa superficialità, se devo proprio essere sincero. Ma non posso far a meno di notare, che questa superficialità, in qualche modo, ha reso possibile far emergere quanto detto. Poi, con te credo che il leone d’oro alla carriera per Ghery sia arrivato troppo tardi, e sicuramente ora fuori luogo. Debbo confessarti che io, essendo un fan di Paolo Soleri, sono rimasto piuttosto scioccato dalla sua assenza alla biennale, insieme ad altri, tanti dei quali italiani (vedi Architecture and Vision, che erano perfettamente in topic). Il soggetto dell’architettura utopica, non dico che poteva svolgersi secondo un modello gnoseologico, che sarebbe stato piuttosto noioso, ma avrebbe sicuramente potuto partire, con altri esiti, dalle esperienze degli utopisti degli anni ’50/’60, vedere poi il suo svolgimento, le sue conseguenze, e studiare cosa i superstiti sono riusciti a portare avanti (Johanson e Soleri, ma anche Cook). Del resto però, io vorrei formarmi come critico, e non posso far altro che studiare ciò che è stato fatto. Non ho dato giudizi sulla biennale (non ho mai affermato qualcosa come: questa è una bella biennale) appunto per questo: mi interessa un approccio quanto più scientifico possibile, quindi far emergere dall’esistente quanto vedo, non valutare! :)
    Grazie per il commento estremamente stimolante! Spero di vederne altri così articolati! A presto!

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