.:: XI Mostra Internazionale di Architettura_

foto di Guidi Massantini
foto di Guido Massantini

Abbiamo bisogno di un’architettura al di là degli edifici […] perchè gli edifici non sono una realtà sufficente.
Così  Aaron Betsky, curatore della XI Biennale di Architettura di Venezia, esordisce nel suo manifesto all’interno del quinto volume del catalogo edito da Marsilio. Biennale sicuramente attesa, dopo la da più parti deludente omonima mostra di due anni fa, ma che per la critica (cronaca?) architettonica, non è stata comunque esente da attacchi. In molti infatti, evidentemente, hanno sofferto la carenza di edilizia nella mostra. Ma, come successe per la mostra diretta da Richard Burdett, molte di queste critiche non sono pertinenti. Prima di tutto perchè il tema della Biennale è, per quanto sia considerabile etereo più che per altre edizioni, chiaro: l’architettura che esautora se stessa, spodestandola da se stessa, e lasciando spazio a ciò che invece è palinsesto nell’architettura. Come seconda cosa, mentre ciò che viene presentato nell’arsenale è una esecuzione assolutamente fedele del tema elaborato, i giardini invece lasciano via libera a diverse interpretazioni, chi indirettamente contestendo la scelta scelta di Betsky, come la Spagna che propone uno scenario di concretezza procedurale invidiabile per il paese ospitante, o chi invece propone una lettura, seppure personale, in linea con le intenzioni generali. Del resto, come lo stesso Betsky afferma, sempre continuando la lettura del manifesto, L’architettura non è edificare. Cosa indicherebbe quindi questa Architecture Beyond Building, se si nega anche la fisicità della stessa? Domanda legittima, a cui però non viene offerta una risposta univoca all’interno dell’evento. E questo non è necessariamente una colpa a cui appigliarsi. Aaron Betsky cerca, con questa mostra, di far luce su un nodo chiave dell’architettura contemporanea, cui interroga i principali protagonisti di una svolta che non ha ancora manifestato in tutta la sua potenza: il riaffermarsi della speculazione sulla rappresentazione architettonica, che, dal Rinascimento, non aveva subito importanti innovazioni strutturali, ma che invece ora, spinta da una parte dalla rilettura delle esperienze delle avanguardie storiche e del movimento pop, dall’altra dalla così detta rivoluzione digitale, riemerge come nodo centrale cui è impossibile negare, anche alle frangie più conservatrici, la giusta importanza.

foto di Guido Massantini
foto di Guido Massantini

Oggi come nel Rinascimento quindi, si assiste ad un progressivo scollamento tra la pratica progettuale e quella realizzativa, tanto che perde la sua centrale, per l’architetto, il realizzare l’opera per far sì che essa abbia una qualche influenza sul linguaggio. Così, come già Baldassarre Peruzzi e Raffaello impiegavano gran parte delle loro energie per sviluppare i loro sistemi compositivi attraverso personali sistemi di rappresentazione, oggi si assiste ad un moltiplicarsi di tecniche che esulano quelle classiche. Zaha Hadid più volte ha affermato che i suoi quadri nascono dal bisogno di poter in qualche modo esplicare le proprie idee architettoniche. Cosa impossibile attraverso le classiche piante-prospetti-sezioni. Non a caso infatti la Hadid è presente massicciamente, in diverse sedi, in questa biannale. Se connettiamo, questo fenomeno di reintroduzione della riflessione sulla rappresentazione dell’architettura, con lo sfruttamento delle immagini che i media perseguitano, è interessante notare come questo processo sia in qualche modo sospinto dagli sviluppi che il mondo della comunicazione, che, come ha già proceduto sovente con altri campi, sta assorbendo anche il campo della produzione di immagini architettoniche, massificandole e creando così degli standard, non normativi, ma dettati dalla capacità di mostrarsi. Appare dunque chiaro che occorre mettere a tavolino delle strategie per poter riprendere in mano i giochi dell’architettura, fare forse un passo indietro, e cercare di comprendere come poter uscire dalla situazione in cui ci si è trovati a far fronte. La risposta di Betsky è stata quella di proporre delle modalità progettuali di idee spaziali, non a priori definibili come architettura nel senso vitruviano del termine, rispondente cioè ai termini di costruibilità, funzionalità, bellezza ideali, ma produzioni di spazi, e quindi, seppur di rimbalzo, architettonici. L’idea di osservare una architettura dietro l’architettura, sembra così rispedire la memoria ai saggi teorici della prima ondata di transarchitetti, che volevano proporre un rinnovamento disciplinare, proprio partendo dalle sue sovrastrutture. Ossia, da ciò che sta dietro di essa. Il quesito che ci pone Betsky è chiaro: Edifici o Architettura. Sempre nella coscienza che Gli edifici possono essere evitati.

foto di Guido Massantini
foto di Guido Massantini
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21 pensieri su “.:: XI Mostra Internazionale di Architettura_

  1. Per me l’Architettura rappresenta qualsiasi procedimento logico atto alla realizzazione di un manufatto che muti o confermi la percezione dello spazio cittadino. Quello che la differenzierebbe dall’edilizia comune starebbe nel fatto che essa è pensata e ragionata per essere fruita da qualcuno in modo esclusivo o quasi.

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  2. @ FURNITTO:
    Bhè, come vedi anche tu hai una tua idea sul tema architetturaVSedilizia, e questo è una conferma sulla centralità della questione oggi, più che in altri tempi, per l’assoluta discrepanza di qualità tra le due. Però mi verrebbe da chiederti (e quì potrebbe nascere una conversazione interessante): una villa importante di un’architetto altrettanto importante (chessò, la villa sulla cascata di Wright), è da considerarsi edilizia?

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  3. Ritengo decisamente no in quanto è stata concepita per i Kaufmann che sicuramente avranno dato indicazioni al progettista, quindi pensata alle loro esigenze; questo la renderebbe unica ed esclusiva (per esempio come un’abito d’alta moda). Poi non è da sottovalutare il fatto che un’anonima cascata, sia conosciuta come quella del Niagara o ridimensionandola come quella delle Marmore.

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  4. Per capire se questa è una buona o una cattiva biennale, bisogna partire dall’utente finale. Se la mostra è concepita par l’architetto, allora questa è una biennale mediocre, se il fine è l’utente lontano dal mondo dell’architettura, allora questa biennale così “ludica” è l’ideale, quasi perfetta.
    Peja ottimo articolo!!!

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  5. @ FURNITTO:
    Bhè, sicuramente è più interessante una visione della cosa personale che una banale. Ad ogni modo, credo che, almeno parzialmente, il curatore di questa biennale sia della tua stessa opinione. I passi del suo saggio sono piuttosto chiari in tal senso. Tra l’altro è interessante come tutti i padiglioni che in qualche maniera si siano in qualche modo reazionari al tema proposto, abbiano presentato abitazioni, invece chi voleva appoggiare la scelta di Betsky, proponevano modi di operare, più che progetti veri e propri…

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  6. @ Luigi Valente:
    Sicuramente una mostra così importante vuole attrarre il più persone possibile. Ci si è ricordati della forma e del modus operandi finalmente, era ora. Sicuramente poi, questa è una biennale con un target apertissimo,soprattutto all’arsenale, che è quella spesso accusata di essere troppo “artistica” (come se fosse un problema…). Tra l’altro, sarei curioso di leggere sul tuo blog dei pareri, essendo stato tra i protagonisti, no? ;)
    A breve parlerò di Roma interrotta ed Uneternal City, così ti tirerò in ballo! ;)
    A presto, ciao!

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  7. Ciao
    sono stanchissimo, diro’ forse strafalcioni.
    Se “Abbiamo bisogno di un’architettura al di là degli edifici […] perchè gli edifici non sono una realtà sufficente” significa che c’è un’edilizia diffusa e che ogni tanto qualche edificio ha valore d’architettura… e che bisogna andare oltre… pensare all’architettura anche senza edifici (?) … ci sto’!

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  8. E’ così! Può esserci architettura senza muovere un mattone!

    Un mio caro amico, assolutamente incapace di suonare, mi raccontava e mi spiegava con estremo dettaglio come assaporava lui una canzone di un noto gruppo rock inglese (.) ed io la che la canzone l’avevo sentita più voltesuonare, sbalordito, ho colto delle sfumature eccezionali … era un bravissimo narratore!

    Penso all’architettura come ad un’arte narrativa…

    Anche stasera è tardi…

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  9. @ Marco+:
    Il sonno ti fa bene a quanto pare! :)
    Sono della tua stessa opinione. Sto scrivendo una cosa, insieme ad Emanuele Sbardella, che tocca questo argomento: l’architettura come narrazione. Però, per rispetto di Emanuele, e di chi ci da l’opportunità di scrivere, non posso aggiungere altro. Posso però dire che queta biennale si avvicina molto a questo concetto. Proprio Aaron Betsky, in altra sede, parla di Zaha Hadid come una splendida cineasta, per il lavoro che mette in opera nelle sue costruzioni. Questo ovviamente è un controsenso pure abbastanza retorico, però è interessante che ci si stia sganciando ai convenzionali modi di descrivere gli spazi. Senz’altro porterà con se delle conseguenze…
    A presto, ciao!

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  10. per me architettura =il quadro, edilizia = la pittura.
    oppure architettura = uomo, donna, edilizia= genere umano.
    Nel senso che faccio della pittura ma non necessariamente il prodotto è un quadro degno di tale nome, cosi come ci sono tante persone ma quante possono non definirsi veramente umane?
    memotafora.

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  11. @ Memo:
    Sicuramente, sono daccordo. Del resto però è la mediocrità che fa emergere i prodotti d’eccezione, e così come il genere umano “forma” gli umini e le donne, altrettanto l’architettura viene formata dall’edilizia. In che modo? Distaccandosene in qualche maniera. È piuttosto chiaro che opere e persone eccezionali, nella storia, o hanno avuto un’empatia, o un’assenza di empatia, fuori dal comune!
    A presto, esempio calzante, ciao! ;)

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  12. Per descrivere Il linguaggio architettonico uso una metafora sulla musica.Ad ognuno piace un genere ed è ovvio immedesimarsi “nel genere”.Comprendo che la musica leggera sia priva di spessore e nervo e che badi al compromesso pubblicitario e a far soldi facili ma non nego la sua esistenza e che milioni di persone la seguano con piacere.L’edilizia è un pò tutto questo :un compromesso tra la politica sporca del nostro paese, ed i generi di architettura + miseri e privi di linguaggio proposti alla gente.

    Credo sia facile immaginare cosa sia architettura,invece!
    La biennale quest’anno suona + musicale,+ leggera,è un genere di architettura che può passare anche per radio,tutto sommato.

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  13. @ Cristian:
    Bhè, parli con un chitarrista, quindi appoggio l’affiliazione con la musica. Sicuramente ci sono più di una possibilità di avvicinamento tra musica ed architettura, e giustamente come la stragrande maggioranza di persone sentono la musica melodica commerciale, ugualmente un par numero abita in costruzioni non architettonicamente rilevanti, non pensi? Sicuramente è facile osservare quanto un Le Corbusier assomigli ad un buon Stravinskij, Mies Van Der Rhoe ad un Schouberg, e Sharoun ad un improvvisato Jazz. Sono pure convinto con te che molta roba “passata” alla biennale sia invece passabile, un pò su Radio Rock (sai, a me è sempre piaciuto assegnare al decostruttivismo architettonico il ruolo che ha avuto il metal nella musica commerciale) un pò su Radio Globo (quando passano Aphex Twin per intenderci) ma più o meno digeribile. Forse si è scelto un compromesso. Altri invece li ho trovati assolutamente sperimentali, anche se erano la minoranza. Ma credo che al curatore della biennale sia interessato più mettere in evidenza l’approccio e la metodologia degli invitati, più che il prodotto finito, anche se l’allestimento metteva in luce piuttosto l’aspetto ludico che altro…
    A presto, ciao

    Credo sia facile immaginare cosa sia architettura,invece!
    La biennale quest’anno suona + musicale,+ leggera,è un genere di architettura che può passare anche per radio,tutto sommato.

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  14. Invece immaginavo il decostruttivismo come genere Grunge (he he).Genere straccione ma ricercato nelle sonorità e nel ritmo,e tendenzialmente suicida.E soltanto da un simile atteggiamento di sfida e di contrasto che “quest’avanguardia” architettonica (come quella musicale che gli associo) sono riusciti a venir fuori sopra la pessima edilizia ed in un contesto tardo Post-modern,hi tech,ecc.., dando di nuovo risalto alla creazione,al metodo,e rimescolando nuovi contenuti e nuovi modi di rappresentarli.Anche se eisenman con il maglioncino con la manica bucata a striscie verdi (come Kurt Cobain) non me lo so proprio immaginare!

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  15. @ Cristian:
    Dici Grunge, eh? Bhè, forse nei primi esempi tedeschi, dove il decostruttivismo era veramente qualcosa di grezzo e truce. Poi forse nelle sue inflessioni olandesi e americane, essendo la tecnica e la composizione il leit motiv dominante, si può dire che sia vicino ad un sofisticato metal nord europeo… Einseman infatti lo vedo meglio più con i pantaloni di cuoio ed il giubotto di jeans stracciato…

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  16. he he…anche io chitarrista… converrebbe mettere su un gruppo.
    Una cosa che notavo è che la stessa profondità con la quale si guarda e comprende la propria musica o il proprio “a solo” cercando l’esecuzione perfetta,l’armonia fra le parti,l’esercizio costante… sono ottime abitudini maturate con una chitarra fra le mani e penso sia una maniera “sana” per guardare e fare architettura contemporanea.

    Penso a Libeskind: era un ottimo pianista.

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  17. @ Cristian:
    Un gruppo? Bhè, se ci fosse il tempo… Del resto siamo futuri architetti, no? Non abbiamo il diritto ad interessi oltre all’architettura! Tu citi Libeskind, io ribatto con Khoolas che ha un gruppo rock, di cui lui è il chitarrista! Poi magari sarà passato alla musica Dance, chissà…

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