.:: Hadid:: Rappresentazione Vs. Realizzazione_

Tra i vari effetti che l’esplosione dei media, e la sua propagazione all’interno della disciplina architettonica, ha portato con sé, sicuramente di primo interesse è stata l’importanza che il ruolo della rappresentazione ha assunto all’interno della progettazione. Di certo, questa è una caratteristica predominante in certi ambiti dell’architettura contemporanea interna alla così detta rivoluzione digitale. Legata com’è alla sola fetta di produzione per così dire colta, non è però un fenomeno che si può liquidare come di nicchia, tanto è vero che è grazie a questa nuova sensibilità che si è addirittura formata ed affermata una nuova area dell’architettura, per certi versi indipendente da questa: la TransArchitettura. Un’importanza fondamentale per la nascita del movimento, infatti, l’hanno avuta gli strumenti di rappresentazione e elaborazione digitale, di cui da Marcos Novak a Lars Spuybroek, senza dimenticarci di Patrick Schumacher, diversi professionisti si sono fatti novelli Majakovskij, cantando le lodi del progresso che avanza, questa volta composto di materia più leggera dei macchinosi congegni russi d’anteguerra. Da questo punto di vista cade quindi la lettura della nostra contemporaneità che vede come medievale, il paradigma contemporaneo. Questo può sicuramente valere per la lettura dello stato dell’arte dei Media, ma di certo non può essere traslato verso l’architettura nell’era dei media, dato che invece una lettura poco più profonda dimostra come invece quest’approccio di tipo procedurale sia di matrice rinascimentale. Certo: è vero che il paradigma avanzato da Marshall McLuhan si ispira alla natura frammentaria ed alla logica collaborativista del sistema delle comunicazioni fredde, ma è altrettanto vero che lo spostamento di attenzione del cosa al come, o meglio dall’opera alla sua rappresentazione, è un aspetto tipico di quella rinascenza che ha fatto della re-invenzione della rappresentazione architettonica lo strumento cardine della disciplina per almeno due secoli. Dire che il paradigma dell’architettura contemporanea sia quello della rappresentazione architettonica può apparire forse inesatto o ingenuo, e forse in parte lo è. Ma è interessante notare che, ora come allora, una miriade di edifici non realizzati, o di futura realizzazione, abbiano, o abbiano già, una pesante influenza sullo sviluppo del linguaggio. E questo grazie anche alla possibilità di diffusione delle immagini che, se dal ‘400 poteva sfruttare l’invenzione della stampa da parte di Johann Gutenberg, dal ‘900 si è contati sui nuovi media di massa, hanno permesso di poter rendere aspetti del progetto altrimenti sconosciuti e comunque relativi alla rappresentazione prescelta. Ma se è vero che il disegno d’architettura ha una fondamentale importanza conoscitiva, è altrettanto vero che questo si presta a diventare spunto di progetto vero e proprio, che, come nella Teoria della formatività di Pareyson, diventa un fare inventando insieme il modo di fare.

Un esempio su tutti è sicuramente il primo decennio dell’attività di Zaha Hadid, che anticipando di almeno una decina d’anni la tendenza, utilizza, attraverso la pittura, una particolare modalità di rappresentazione utile a mostrare il proprio progetto. Progetto che è tutto chiuso nel quadro, e di cui non è necessario un successivo approfondimento per poter completare, in effetti, le intenzioni dell’architetto. Non sarebbe dunque vero che questa tendenza sarebbe scatenata dagli strumenti di rappresentazione, se Zaha Hadid riesce ad anticiparla con strumenti analogici. Oppure semplicemente, mostrare come piegare ai propri scopi una tecnica ben radicata avrebbe ispirato i propri successori. Sta di fatto che questo completamento del progetto unicamente nella produzione di immagini (che se poi si completasse in un dipinto o in unrender sarebbe uguale) si è resa da virtù necessità, data un’ormai completamente cambiata domanda di produzione architettonica. Infatti i moderni mecenati dell’architettura, data lo stato sempre più effimera dei loro bisogni, è passato a necessitare di architetture-brand, pensate per un particolare tipo di fruizione, ossia quello delle immagini. Da quì è interessante notare che un’architetto spesso accusato di creare architetture anche troppo effimere come Zaha Hadid, utilizza la produzione di immagini come momento di sintesi del progetto, come un’elemento strettamente funzionale atto alla narrazione del suo racconto architettonico, autosufficente quanto paradossalmente utilitaristico, e curato solo dove è strettamente necessario all’espletazione delle proprie idee. Funzione che non necessitano di una realizzazione per vivere di vita propria, mantenendo stretta questa autonomia dal costruire che intaccano la firmitas Vitruviana, e modificano il senso della utilitas, essendoci chiaramente una funzione ma non altrettanto chiaramente una destinazione d’uso, dato il nuovo stato dell’immagine/architettura, la quale richiede necessariamente una progettazione per una particolare fruizione, seppur non spaziale ma comunque estetica (di cui la venustas completa il quadro). La svolta non è piccola, e pare proprio che sia proprio il modus operandi da pittrice di Zaha Hadid ad aver liberato delle inibizioni professionali tipiche dell’architetto, come suggerisce Emanuele Sbardella, o per usare le parole di Àlvaro Siza, usate coerentemente da Fabio Quici in un suo articolo, il disegno offre la possibilità di captare atmosfere con una carica liberatoria che ci disinibisce da idee preconcette aprendoci ad impreviste esplorazioni.

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19 pensieri su “.:: Hadid:: Rappresentazione Vs. Realizzazione_

  1. uuuuh… sono stato anche citato, in questo eccitante articolo!
    pieno di rimandi e ben combinato. davvero bravo!

    ti ringrazio.

    visto che voglio commentare più punti del tuo articolo, inizio proprio dal punto in cui mi tiri in ballo.

    io non sono un architetto, e la mia intuizione, come tu sai, proveniva da altri studi. ora, senza stare ad entrare in questioni che possiamo rivedere privatamente, mi sembra giusto condividere con il pubblico dei tuoi lettori alcune osservazioni più vicine all’architattura.

    la questionone, riformulata architattonicamente, tu la poni in questo modo: “è il modus operandi da pittrice di Zaha Hadid ad aver liberato delle inibizioni professionali tipiche dell’architetto”.
    poco prima, sullo stesso argomento, fai attenzione a porre una certa distanza tra la pratica formativo-progettuale di Hadid e la rivoluzione digitale. Fai questo argomentando, giustamente, che in fin dei conti la sua è quasi una necessità operativa, quella di /operare/ analogicamente.
    Tuttavia mi sembra che si possa anche dire che lo strumento pittorico venga usato in conformità a quella “legge” di Benjamin secondo la quale l’arte è in grado di anticipare, con i mezzi che usa, dei bisogni che potranno essere soddisfatti solo con una evoluzione tecnologica successiva.
    In questa ottica, quindi, il lavoro preparatorio di Zaha Hadid, la pittoricità della sua fase progettuale, oltre che come processualità di stampo rinascimentale (quale sicuramente è! questo mi sembra un grande tuo ocntributo alla questione) , possa anche essere interpretato come l’espressione di un bisogno la cui soddifazione non può essere (in quel decennio) soddisfatta. Di qui lo stile defrmante, temporale e multifocale dei suoi quadri!
    Quindi, forse, la sua tendenza a concantrare il suo /operare/ (mi piace questo verbo messo così… potrebbe esserci utile) sulla fase rappresentativa (forse questo termine è meno opportuno) e quindi far tornare l’opera formata nel circolo della sua formatività, come mi dicevi tu in sede privata, può essere oggetto di studio su due livelli distinguibili:
    > Conseguimento del tecnisimo rinascimentale
    > Preparazione della smaterializzazione contemporanea

    C’è un terzo livello, che è quello romantico, ma te lo commento dopo, essendo il filo rosso di tutta la biennale.

    Sul secondo punto, concludo con il suggerirti che alla brand-architecture, e alla determinazione della rappresentazione architettonica in funzione della sua circolazione mediale, può essere sviluppata prficuamente con la teoria del Museo immaginairo di Malraux.

    Tra un po’ ti posto altri commenti sul resto dell’articolo….
    Intanto vado a finire di scrivere un articolo che anche io sto per pubblicare…

    Saluto
    Emanuele

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  2. Ciao Emanuele. Purtroppo non ti posso rispondere subito perchè sto per partire. Forse ho internet in albergo, o almeno così il sito dice. Se sarà così allora ti rispondo domani o dopodomani (anche al tuo!). Ho già in mente il prossimo articolo, e riprenderò i temi del tuo commento per svilupparlo! Ora scappo, altrimenti ho bruciato i soldi dell’areo… Ciao, saluti
    Emmanuele

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  3. Trovo interessante il concetto di disegno come puro atto estetico senza che sia x forza funzionale o utile, questo mi ricorda le architetture ardite e sublimi di Escher dove la rappresentazione di bizzarri edifici apre la nostra mente verso nuove prospettive della realtà.

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  4. @ David:
    Bhè, io credo sinceramente che la fase progettuale sia un’opera a se, come una piccola performance, se mi passate l’analogia. Forse è un pò antiquata come concezione, però Zaha Hadid ci mostra, nonostante sia tra gli architetti più trasgressivi, come si possa comunque mantenere una dimensione artigianale oggi giorno (nella progettazione, non nella realizzazione).
    Esher, che giustamente citi, ne è un esempio supremo: anche lui infatti crea spazi impossibili gestiti da un TOTALE controllo della prospettiva. Mi domando perchè non ci abbia pensato io! :D

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  5. @ Emanuele:
    Finalmente ho il tempo di risponderti, e lo sfrutto a dovere! Lo farò per punti, così da essere più chiaro che posso…

    Emanuele:
    sono stato anche citato…

    PEJA:
    Dovere, era un tuo suggerimento d’altronde!

    Emanuele:
    […] mi sembra che si possa anche dire che lo strumento pittorico venga usato in conformità a quella “legge” di Benjamin secondo la quale l’arte è in grado di anticipare, con i mezzi che usa, dei bisogni che potranno essere soddisfatti solo con una evoluzione tecnologica successiva.

    PEJA:
    Sinceramente non sono sicuro che Benjamin abbia proprio ragione su questo punto: sopravvaluta certamente gli artisti. In effetti molte tecnologie spuntano fuori molto dopo che vengono realizzate. Ma nel nostro caso Zaha Hadid rientra nell'”insieme di Benjamin” (se vogliamo restare in ambiti comunque scientisti). Sicuramente oggi gli artisti sono molto meno interessati agli sviluppi tecnici di per se, piuttosto quanto ciò che questi causano sulla società, così come pure te. Quindi si interessano in qualche modo, ed in questo senso, sì, rientrano in ciò di cui tu sottolinei… Poi, vabbè, di questo magari ci facciamo un dialoghi! :)

    Emanuele:
    […] il lavoro preparatorio di Zaha Hadid, la pittoricità della sua fase progettuale, oltre che come processualità di stampo rinascimentale, possa anche essere interpretato come l’espressione di un bisogno la cui soddifazione non può essere (in quel decennio) soddisfatta. Di qui lo stile defrmante, temporale e multifocale dei suoi quadri!
    Quindi, forse, la sua tendenza a concantrare il suo /operare/ sulla fase rappresentativa e quindi far tornare l’opera formata nel circolo della sua formatività, come mi dicevi tu in sede privata, può essere oggetto di studio su due livelli distinguibili:
    > Conseguimento del tecnisimo rinascimentale
    > Preparazione della smaterializzazione contemporanea

    PEJA:
    Questo che tu porti ad emergere mi sembra assai più interessante di ciò che Zaha Hadid dice di se stessa (“a me piace il soprematismo e malevich e quindi faccio come fa lui”). In architettura, e questo lo porrò in un prossimo post, vi è un pauroso calo di critica, che si sta trasformando in giornalismo d’architettura. Quindi i fatti vengono riportati così come sono. Senza dubbio Zaha Hadid è una anticipatrice del tempo che stava per venire, e con una forza ed una energia tale da riuscire a influenzarlo questo futuro. Questo mi sembra più interessante della presunta cubofutusuprematicità dell’artista. Soprattutto la dimensione sospesa tra estremo futuro e tradizione ‘500esca, fa aleggiare un non so che di “romantico” (nel senso che noi intendiamo) sul personaggio. Il farsi “passato – ponte – futuro” di qualcosa che in realtà ha lei creato, e che quindi è lei il solo “precedente”.

    Emanuele:
    Sul secondo punto, concludo con il suggerirti che alla brand-architecture, e alla determinazione della rappresentazione architettonica in funzione della sua circolazione mediale, può essere sviluppata prficuamente con la teoria del Museo immaginairo di Malraux.

    PEJA:
    Non mancherò di sondare anche questa strada!

    Emanuele
    Tra un po’ ti posto altri commenti sul resto dell’articolo….
    Intanto vado a finire di scrivere un articolo che anche io sto per pubblicare…

    PEJA:
    A presto!

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  6. Per carità, che Hadid partecipi alle celebrazioni palladiane è un buon segno, certo che Palladio pero’ era più bravo…
    non troviamo niente di meglio per celebrarne il genio che invitare il boomerang ?

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  7. @ Camiz:
    Bhè, dati i ‘500 anni di distanza tra i due è difficile capire chi è più bravo in effetti. C’è da dire che sens’altro Palladio è riuscito a comprendere il proprio tempo in maniera sens’altro più esemplare che non l’Hadid che sembra un pò avvulsa, e forse per questo, in qualche modo, anticipatrice, data l’influenza che ormai ottiene, grazie anche al marito ovviamente. Per l’opera esposta alla biennale alla villa a Treviso: beh, si, potevano impegnarsi di più!
    A presto…

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  8. hadid e palladio? hanno in comune un’unica cosa che è la rappresentazione del progetto.Palladio è il primo renderman del rinascimento ed i suoi disegni , i suoi spaccati,le sue sezioni sfalsate hanno reinterpretato la maniera accademica di fare progettazione.Quindi anche lui come la hadid si è servito del disegno per suggestionare prima di tutto se stesso.Ma per la hadid non è di fondamentale importanza il “dipinto”(l’acrilico su carta)o la “stampata da video” elaborata a fotoritocco,perchè la sua forza è nello schizzo,nel diagramma iniziale,nei suoi lucidi, quindi in una dimensione + pratica e meno artistica di quel che sembra(+architettonica). Quindi questo promuovere in senso architettonico la pittricee hadid,la fa sembrare un caso unico e raro ma c’è da guardare a ben altro nel suo lavoro.La moglie di koolhaas nei suoi dipinti per “delirius NY” fa riflettere molto + che non le visioni prospettiche della hadid,ed il senso dell’arte è anche questo,in fondo.

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  9. @ Cristian:

    Mi piacciono le critiche organiche, dunque ti rispondo con piacere, anche se premetto che su alcune cose non sono daccordo.
    Punto per punto, inizio dicendo che secondo me Zaha Hadid e Palladio hanno intersezioni ben più profonde che l’importanza data allo strumento della rappresentazione. Come ad esempio, il fatto che entrambi possono essere assunti come assoluta sintesi di un movimento, guarda caso due “maniere”. Tra l’altro io ho scelto di citare Palladio, e non altri che ben più si prestavano al paragone sulla rappresentazione, come ad esempio Baldassarre Peruzzi, proprio per questo! Ho avuto la fortuna di potermene occupare da poco in modo approfondito, quindi magari, chissà, ne uscirà a breve un post. ;)
    Sulla importanza della pittura in Zaha Hadid, invece sono fortemente in disaccordo. Lei stessa afferma che è stata costretta ad inventare quel modo di proporre i progetti per espletare le proprie idee. Sicuro che c’è altro in Zaha Hadid, ma la cosa realmente innovativa è questo nodo: l’uso assolutamente virtuoso di una sprezzatura data dalla disposiione di mezzi tecnici adeguati quanto personali. Gli schizzi, sono preparatori al quadro, ed oltre al quadro, lei poco fa, dato che pare esserci, stando alle stesse affermazioni della Hadid e di Patrickshumacher, una sorta di staffetta tra i due, dove, oltre un certo punto, la Hadid fa solo opera di revisione. Per quanto riguarda la Vriesendorp, è interessante notare il fatto che i quadri che il marito utilizza, sono creati in altre occasioni, e poi riutilizzati in tal senso, dandogli pesanti riflessi. Su questo vorrei dire che non sono convinto che l’arte debba far riflettere, soprattutto alla luce che le espressioni più notevoli sono spesso autocoscienti quando non autistiche.
    Grazie per il commento, molto stimolante. A presto, ciao!

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  10. il paragone operativo con Peruzzi sarebbe perfetto! Anche quell’uomo era tormetato dalla sperimentazione itinerante di nuovi linguaggi attraverso lo strumento del disegno dell’architettura esattamente come fa la hadid dall’80 ad oggi.
    si potrebbe riflettere su quanto siano importanti e determinanti i cartoni preparotori per immortalare poi il quadro definitivo e su quanto sia chiaro e limpido il “processo” che porta a comporre poi un quadro…Dico questo per iraffermare che gli schizzi della hadid e che per i suoi lucidi succede così…non voglio sminuire la hadid pittrice ma a me sembra quasi un “appiglio mediatico” vedere l’esito delle sue disgressioni mentali all’interno dei suoi quadri (questo fa molto artista trasgressivo) mentre il suo fare architettura è molto + solido e corposo di tutto questo….io sposterei l’attenzione su oggetti magari non cosi facile da comprendere come i suoi quadri(che poi non lo sono affatto) ma sui plastici di studio , i lucidi,gli schizzi… credo siano molto + operativi e suggestivi per sperimentare le sue forme e le sue visioni prospettiche deformate(questo la critica e la Hadid stessa non lo ammetteranno mai,ne sminuirebbe il personaggio!?), + del” quadro” che si riduce il + delle volte ad essere una stampata video del pc o un suo ricalco ad acrilici.Il risultato certo è molto accattivante ma non sempre coincide con la fase di studio o preparatoria ma viene alla fine….(la hadid stessa nono riesce a definirsi pittrice..perchè?..dice “di saper usare il colore”… ed anche Shumaker … il suo contributo è di reciproco interscambio anche in quelle che si possono definire revisioni (del resto la formula vincente del suo studio la inventata proprio hadid quindi diamogliene merito!)

    Su l’arte come utile e coscienziosa …lo diceco per dire(+ come una speranza )
    perchè oggi è possibile contemplare la sua assoluta inutilità e superficialità contrapposta alla pesantezza del quotidiano..

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  11. @ Cristian:
    Da quanto lei stessa afferma, lei non si dichiara pittrice, ma architetto. Un pò come Michelangelo si dichiarava scultore, non architetto e non pittore! Sicuramente, come dicevo, gli schizzi sono fondamentali riguardo il suo processo progettuale. E così anche i plastici e via dicendo. Però c’è anche da dire che lei, partecipando alla definizione “architettonica” dell’opera in modo del tutto marginale, mi sento assai sereno nell’affermare che gli sforzi di Zaha Hadid sono indirizzati in toto verso una architettura che esonda il rigidismo vitruviano, perchè già idealmente contenuta nel quadro, che è il vero impegno a cui Zaha Hadid da se stessa. Io non trovo niente di cui discutere su questo, anzi trovo il suo apporto genialmente stimolante, e credo che un pò di chiarezza su Zaha Hadid non possa che fare bene alla critica architettonica contemporanea, invischiata com’è in luoghi comuni di ogni genere. Il mio intento è proprio quello di smascherare questi luoghi comuni, ed è una avventura assolutamente stimolante, e soprattutto che non ti lascia mai la possibilità di dovresi fermare, essendo la storia recente piena di irrazionali considerazioni. Per esempio, e la faccio finità quì perchè sennò esco in off topic, il fatto che Le Corbusier sia stato il padre del così detto International Style, o che il razionalismo sia, tout court, il Movimento Moderno. Il MM è una cosa assai diversa dal razionalismo, comprendente correnti eterogenee che avevano come comune denominatore il fatto d’essere ispirati dal “nuovo” e pretendenti un rinnovamento radicale. In questa corsa al rinnovamento degli animi io colloco pure Zaha Hadid, che sembra può essere presa a rappresentante, un più che degno prolungamento dell’avventura moderna! E poi, sull’arte: ma l’arte ha sempre denunciato, utilizzato, stata socialmente corretta? Le stesse avanguardie (con le dovute eccezioni del futurismo e del costruttivismo) si sono sempre posti problemi piuttosto frivoli, per quanto paradossalmente epocali!

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  12. Salve, sono uno studente di architettura e sto svolgendo la tesi della triennale sul disegno progettuale secondo Hadid. Potete consigliarmi qualche pubblicazione che possa convincere la mia prof sul tema e aiutarmi a stilare il testo?
    Vi ringrazio sperando chq questo blog venga seguito
    Federico

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