.:: L’architettura nova ha da essere moderna_


Ho sempre sorriso di fronte alla modesta retorica architettonica che pretende di re-inserire il discorso del Movimento Moderno, preso per così com’è senza alcun filtro, per poter dare una caratterizzazione al contemporaneo. Riproposizioni di aforismi dei vari Le Corbusier di turno caratterizano le lezioni o i discorsi dei vari accademici, come prima, di turno. Ma nell’attuale situazione economica, con cui loro (nostro) malgrado, architetti e critici sono costretti a fare i conti, è possibile vedere come alcune categorie di giudizio tornano di moda. Così, all’aumento di bisogno di nuove abitazioni sempre più eterogenee tanto è frammentata la società contemporeanea, si accompagna la necessità di aggirare le speculazioni private costringendosi ad elaborare dei modelli economicamente, prima che ecologicamente, sostenibili dai fruitori di queste. Ovviamente quindi non si può nemmeno pensare di traslare, acriticamente, semplicemente alcune dalle ricerche sulle abitazioni collettive dei primi decenni del ‘900, comunque di sicuro importanti. Probabilmente tra questi, che si propongono come modello con una certa spocchiosità, vi è Àlvaro Siza, di cui il suo SAAL di Bouça, a Porto, pubblicato sul numero di Casabella 765. In questo senso l’architettura di Siza non è che una semplice riproposizione di alcune, tra le esperienze simili a quelle del Weissenhof di Mies Van Der Rohe, a cui si è ispirata gran parte dell’architettura del dopoguerra. Ormai canonizzata, l’architettura moderna può effettivamente entrare nel modo di espirmersi condiviso e diventare prassi. Prassi che viene perpetuata fino agli anni ’70 da Siza nel progetto indicato, e che solo negli ultimi mesi ha trovato una sua definizione finale del progetto, il quale se è vero che nasce vecchio, si può serenamente affermare che si completa decrepito.

Ritorna così di moda, se proprio di moda vogliamo parlare, tanto per far contento La Cecla, l’autore del vergognoso Contro l’architettura, alcune delle ormai quasi dimenticate esperienze di architettura economica popolare olandese, la quale, nonostante sia ancora in fervente sviluppo, sembra, in Italia, aver perso appeal, la quale, forse anche giustamente, pone lo sguardo sulle esperienze dei paralleli compatibili col nostro clima. Però è pure vero che queste architetture oggettivamente, a parità di costo, sono effettivamente poco mordenti, e si ispirano comunque fortemente a quelle nordiche. Così, se è vero che il gruppo FOA – Foreign Office Architecture, per il proprio progetto del complesso residenziale Carabanchel 16 a Madrid, si ispirano  ad usi e costumi tipici tipici iberici, con la possibilità della modulazione della luce tipica dell’architettura di quest’area, è altresì vero che questo edificio, privo del pagliericcio che caratterizza i prospetti, non si discosta niente più niente meno, che ad un qualunque altro progetto residenziale mittle-Europe, come ad esempio, sempre sullo stesso numero di Casabella, quello di Miller&Maranta per le residenze Schwarzpark a Basilea, i quali pure hanno prospetti caratterizzati da simili dispositivi, questa volta in tendaggi, rinunciando alla facile scelta dei FOA.

In realtà il pregiudizio che ha visto l’architettura olandese finita, in seguito alla vittoria del partito populista nazionale, ha causato uno spostamento dell’attenzione in diversi centri di produzione, ed un’altro pregiudizio, che vedeva invece incompatibili gli edifici realizzati per climi nordici, troppo diversi per quelli mediterranei hanno giustificato ancor di più questo spostamento. In realtà è da dire che in Olanda si continua a costruire edilizia residenziale di qualità squisita, e così come il WoZoCo in Amsterdam di MVRDV, oggi, o forse è meglio dire: appena ieri, si realizzano opere come il Complesso Residenziale The Wave ad Almere, frutto dell’ingegno di René Van Zuuk, in cui pannelli esterni in alluminio, coprenti un intricato gioco di isolanti di più varia natura, creano un organismo di curiosa natura, formato dall’espandersi del volume nella testata ovest, che sorprende il visitatore data la natura residenziale dell’edificio.

Ma per poter arrivare a simili risultati non basta assolutamente il genio del singolo architetto, che di per se, in questo caso forse non è nemmeno necessario, ma un lavoro congiunto di innovazione normativa che prevede un rinnovarsi dei programmi dei vari Progetti per l’Edilizia Economica e Popolare, fermi da diversi lustri nonostante l’oggettivo bisogno, in prodotti amministrativi capaci di guidare a determinati risultati. Ma per far questo, c’è bisogno di una volontà politica ben determinata. La quale però , è triste dirlo, non sembra per niente interessata a muoversi in questa direzione.

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6 pensieri su “.:: L’architettura nova ha da essere moderna_

  1. che ben vengono “nuovi” e ricercati complessi di edilizia convenzionata se realmente ci sono le necessità! non vorrei che l’alibi di una nuova politica sulla casa, favorisca facili speculazioni per ovviare al problema della scarsa reperibilità di aree edificabili. La mia idea di urbanistica in pochi passaggi:
    1) un indice bassissimo di edificabilità spalmato su tutto il territorio “agricolo” comunale, permetterebbe la realizzazione di piccole villette per utenti medio-bassi e conseguente redistribuzione della ricchezza non chè la perequazione anche in termini di indotto per le piccole imprese artigiane;
    2) favorire le iniziative di ristrutturazione urbanistica dei centri storici in modo da sfavorirne l’abbandono per inseguire l’idea di un’alloggio migliore;
    3) evitare il piu possibile operazioni di “enclave” che isolino certe classi sociali nelle periferie;

    Questa è la mia idea, spero in linea con le esigenze di sviluppo sostenibile!

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  2. @ Furnitto:
    Bhè, della necessità di questo tipo di interventi non credo ci sia tanto da discutere, basta vedere i dati: Ci sono migliaia di alloggi sfitti, e nonostante ciò non si abbassano i canoni di locazione. Questo perchè questi alloggi sono per lo più in zone centrali. Ad esempio a Roma la zona Flaminio, essendo realizzata per i dipendenti pubblici, a ridosso e con incursioni di una zona per fascie più alte , realizza una certa promiscuità che anche tu citi, e di cui se ne sente il bisogno. Però ora, dato che i figli dei vecchi proprietari si sono spostati, quelle case devono venir affittate. Ovviamanete puoi immagianrti i prezzi: ad essere fortunati 350€ a camera, ma è un miracolo trovare la stanza a quel prezzo. Vedi bene che i prezzi sono ridicoli, ancora più se pensi che si pensa che la maggior parte degli affittuari siano studenti. Dunque, la gente piuttosto che farsi spolpare va in periferia. Considera che a Ladispoli, dove io abito e che dista da Roma un’oretta di treno, vi sono molti studenti che fuggono da li, dato che per quei prezzi, si organizzano in 3-4 e prendono una villetta. Quindi i locali nella città restano sfitte. Conseguenze: disinteresse alla manutenzione secondaria (non ci vive nessuno) e degrado. I prezzi in teoria in queste condizioni si dovrebbero abbassare, come vorebbe il mercato, invece si alza perchè fanno cartello. Dunque vedi che è necessario assolutamente far si che ci siano degli interventi di edilizia convenzionata, e delle possibilità di far passare come convenzionata edifici esistenzi, magari con sgravi fiscali di chi si adopera in tal modo…
    A presto, e grazie per gli spunti!

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  3. La storia è tutta fatta di ricorsi… periodicamente, si tira fuori dalla soffitta l’impianto estetico dei “pionieri dell’architettura moderna”, ancora male digeriti se ce li ritroviamo riproposti con leggerissime vrianti rispetto agli originali (vedi Siza, che pure fece cose interessanti).
    Il tema della casa economica (e popolare) è sempre attuale e sempre intrigante. Personalmente trovo stimolanti i tentativi degli architetti del dopo guerra, tipo De Carlo, con che quello che fu definito “verismo” cercarono di impiantare radici sotto alle cose che progettavano (il luogo, la cultura degli abitanti ritorna sempre…). Siamo tutti stanchi di progetti che ignorano il contesto e la gente che (probabilmente) li abiterà. Andrebbe rifondato un “localismo” più illuminato e aperto rispetto a quello che lo stesso La Cecla propose in “Mente locale” e altri ameni libri (stimolanti seppure fastidiosi e faziosi).
    Insomma: l’argomento è davvero bello, andrebbe trattato con molti post! Buon lavoro

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  4. @ e.man:
    Sicuramente che il corso storico abbia un’andamento sinusoidale non è del tutto sbagliato, anche se non sono pienamente daccordo con questa tesi. Però è vero che di tanto in tanto vengono ripresi discorsi lasciati in qualche modo interrotti. Dipende dalla società e dagli interessi, dai suoi problemi, dalle sue aspettative. Credo che vent’anni di sterilità quasi totale per quanto riguarda i PEEP in Italia sia un problema da affrontare. L’Europa ha tanto da offrire in termini di spunti creativi in questo caso. Pare l’Italia finalmente si stia svegliando in questo senso, ma è solo un sentore il mio, o ho visto giusto? Ci sono dei programmi in tal senso, ma si realizzeranno? Come sto recentemente sostenendo, non si ha la forza manageriale per poter essere competitivi dal punto di vista urbanistico, e questo è un grave problema. Soprattutto quando si parla dei bisogni reali della gente, e non quelli astratti dei grafici…
    PS: Non amo La Cecla: un’esempio di antropologia che inende applicare il metodo nella propria disciplina riversandolo nell’architettura e nelle sue problematiche più spinose e che esuberano i compiti dell’architetto stesso, senza conoscere il contesto di cui parla. Purtroppo ha un grande seguito, questo è un problema…

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  5. ho scoperto questo blog solo ora, mi scuso per il ‘ritardo’ con il quale intervengo a commento di questo post ma ritengo il giudizio su Siza un pò superficiale. Ho recentemente avuto modo di visitare il complesso di Bouca a Porto e posso assicurare che è tutto tranne che una sterile riproposizione di canoni modernisti: il progetto fu infatti realizzato in minima parte negli anni 70, rappresentando però al tempo un brillante esempio di quella che si definisce urbanistica o architettura partecipata, tramite contatti e scambi tra popolazione residente e progettisti.
    E’ anche da segnalare che il Portogallo si caratterizza per essere come sospeso in un limbo, una dimensione esterna ai dibattiti teorici degli anni 50,60 nel resto d’europa, a causa della dittatura: fu logico per architetti come Tavora e Siza al tempo rivolgersi al movimento moderno per rifondare la propria architettura nazionale ma essi non si fermarono ad esso.
    Il risultato è una architettura di elevata specificità locale, come può confermare chiunque abbia visitato il portogallo e visto le opere si Siza stesso, di Souto de Moura, carrilho da graca, aires mateus.
    Oggi così come è stato completato, con calibrati aggiornamenti come la definizione di tipologie di alloggi adatti anche a studenti, single, ecc.., rappresenta un ottimo intervento di ricucitura urbana: dimostra come Siza sia sensibile al contesto, elemento che manca il più delle volte a molti interventi più ‘esteriormente’ contemporanei.
    Complimenti per il blog.

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    1. Caro Federico, non è mai troppo tardi!
      Sì, forse sono stato un po’ frettoloso riguardo Siza, ma d’altra parte è difficile rispettare lo spazio di attenzione di un blog senza perdere l’attenzione altrui. D’altra parte sono assolutamente dell’idea che Siza sia un architetto assolutamente sopravvalutato, appartenente a un’epoca che non è la nostra. Ovviamente poi loro fanno contesto a sé, perché se due edifici si assomigliano immancabilmente viene da dire che c’è un rispetto reciproco. Al contrario forse è una forma di mancanza di rispetto del luogo, che così non si arricchisce di reinterpretazioni linguistiche. Ogni cosa, dalla cultura alla natura, è in continua mutazione. Una legge della natura dice proprio: Mutare o perire. A me sembra che Siza, e molta architettura portoghese, abbia fatto una chiara scelta. Comunque il discorso è molto ampio… :-)

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