.:: VeMa :: Possibili Utopie Ubane_ 2/2

Come del resto l’intero padiglione Italia, ed un pò l’intera X biennale di Architettura di Venezia, il progetto VeMa, punto di forza del padiglione, è stato anch’esso assai attaccato. Tutta via, probabilmente gli attacchi questa volta non sono del tutto pertinenti. Andando con ordine, cosa è VeMa?! VeMa, come è già stato ricordato, è un progetto teorico di una città ipotizzata tra Verona e Mantova, in coincidenza dell’incrocio tra i due corridoi europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo. L’idea innovativa, sicuramente apprezzabile e degna di maggiori lodi rispetto allo scetticismo ricevuto, è quella di proporre un laboratorio di progetto a venti studi di architettura italiani under40 (che cito per dovere di cronaca: Avatar, Dogma¦Office/Pier Vittorio Aureli, Lorenzo Capobianco, Elastico spa+3, Giuseppe Fallacara, Santi Giunta, Iotti e Pavarani, Moreno-Santamaria-Laezza, Liverani e Molteni, MaO, Antonella Mari, Masstudio, Stefano Milani, Moduloquattro, Tomaso Monestiroli, Massimo Ferrari, OBR – Open Building Research, Gianfranco Sanna, Andrea Stipa, Studio Eu, Alberto Ulisse), con diversi temi progettuali, dispensati in base alle peculiarità dei vari professionisti. Questi si sarebbero dovuti attestare all’interno di un masterplan preparato dallo stesso Franco Purini e da Francesco Menegatti, con la direzione di Livio Sacchi. In VeMa quindi, si sarebbero attestati progetti comunque inediti altrove, elaborati fino ad una scala definitiva (se accettiamo la divisione trinita concessaci dalla legislatura), ed incastonati nel paesaggio padano. Apprezzabilissimo il tentativo di voler quindi presentare un’esperimento con forti dosi di rischio, essendo comunque i progetti proposti da una elaborazione ad hoc, e molto interessanti alcuni dei progetti presi singolarmente. Di questi, tra i più notevoli e degni di menzione sono sicuramente il progetto di Andrea Stipa per un ipotetico Parco della Musica, rinominato Paesaggio Sonoro, ricollegandosi alle ricerche forse un pò fumose di Massimo Canevacci sui così detti Soundscape, dove una potente struttura, creante prospettive di sapore piranesiano, si mimetizza efficacemente nel verde, il quale si prende carico di creare un interessante connettivo tra area residenziale e parco.

Quasi a volersi inserire in contrapposizione a questo, interessante anche la proposta di OBR – Open Building Research, intitolata SilenteScape, parco, tra i tanti, troppi disponibili a VeMa, questa volta a tema sportivo che innerva su di se una particolare concezione del corpo che non si vedeva tale dai tempi di Le Corbusier e di matrice sicuramente transumanista. Dalla relazione, gli OBR sono chiari nelle intenzioni:

Attraverso una pratica proiettiva sul paesaggio, passando dal paesaggio del corpo al corpo del paesaggio, il paesaggio dello sport si definisce a partire dalla griglia della città di VeMa che viene deformata con leggere modellazioni orografiche utilizzando il terreno liberato dal vicino lago artificiale e creando, in questo modo, una successione di spazi a quote leggermente diverse che possono appartenere di volta in volta al livello del parco tematico o del giardino spontaneo.”

Vicine alle esperienze olandesi per grana figurativa e topologia funzionale, apparte interessante l’affiancarsi allo studio EcoLogicStudio al già visto progetto di OBR in un unico progeto, che propongono a copertura sonora della vicina autostrada probabilmente il progetto più innovativo dell’intero padiglione, che purtroppo è rimasto piuttosto in disparte. Questo, il vero SilenteScape già citato, si presenta come una serie di dunette di terreno erboso, pensate figuralmente in una aggregazione possibile solo attraverso procedure di generative design, che nel 2006 era ancora non del tutto noto, e che riuscissero autonomamente a limitare la dispersione di PM10, problema che evidentemente anche nel futuro 2026 preoccuperà gli addetti ai lavori.


Infine è sicuramente da citare il progetto di Avatar, i quali seguendo una linea che sembrava esplodere in quegli anni (biennio 2005/2006) propongono non tanto un progetto, ma un modo di uso del suolo, questa volta un boschetto di bamboo, che prevedevano il riutilizzo del vegetale nelle costruzioni attraverso un sistema costruttivo non invasivo e modulare, che dasse alla terra quanto vi si prendesse, in un programma tanto sostenibile, quanto simbiotico tra attività umana e processo di crescita del bosco.

Ma cosa c’è che non va in VeMa? Riproposta recentemente con una mostra alla Casa dell’Architettura di Roma, torna attuale chiedersi di quale patologia soffra questo progetto. Molte critiche di fatto non sono pertinenti, concentrandosi per lo più sulla fattibilità di un progetto con le modalità perseguite, sulla contraddizione di una tanto invocata dalla direzione del progetto di una Utopia perfettamente realizzabile, a cui mi si rende necessario citare per la seconda volta Le Corbusier come spettante dei diritti d’autore, e pure della scarsa compatibilità con il territorio. Difatti il progetto è stato pensato, e resta, per pura speculazione teorica. Sicuramente è facile osservare come la personalità di Purini emerga proprio da questa speculazione teorica, ed è di questo punto che le critiche, seppur in minor numero, diventano pertinenti. Infatti, così come nelle prime due aree tematiche del padiglione, quella contente il video MODERNiTALIA, la città italiana vent’anni prima di Vema, e quella relativa alla successione di città di fondazione storiche, è presente, e per niente celata, un forte senso di inclusivismo, cui Luigi Prestinenza Puglisi nei suoi scritti non è intenzionato a perdonare, che rende possibile l’accostamento sullo stesso piano di architetture concettuali, d’avanguardia, reazionarie e progressiste. È infatti nota la volontà del curatore di volersi fare come elemento di filtro della cultura architettonica italiana. VeMa infatti cade proprio in questo punto, ed in questo si perde il possibile interesse che il progetto sperava di ricevere: essendo la proiezione della volontà di un singolo che si vuole fare media culturale, cade nel terribile errore di voler toccare ogni tema, senza approfondirne alcuno, ponendosi così come un progetto non più di ricerca, ma di banale divulgazione. Restano però i progetti degli architetti, a cui ingiustamente è stato tolto quasi ogni merito.

6 pensieri su “.:: VeMa :: Possibili Utopie Ubane_ 2/2

  1. Avrei dovuto, secondo i programmi, essere a Venezia oggi, ma purtroppo motivi familiari me l’hanno impedito.
    Ma da quello che ho letto in giro – e anche questi tuoi bei reportages me lo confermano – mi pare una Biennale non di altissimo profilo. Un po’ una ripetizione stanca di clichè “innovativi” (ma non nella sostanza).
    Ma siamo nel XXI° secolo: credo in esso l’innovazione avrà caratteri ben più soft, femminili, passivi rispetto al secolo scorso.

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  2. Leggevo tempo fa del VeMa come tentativo di risposta/soluzione alla città diffusa che si sta creando nella pianura padana.
    Sicuramente il VeMa potrebbe diventare una città modello, perchè progettata ex-novo. Ma oggi per quale motivo si sceglie di vivere in città: se per raggiungere il posto di lavoro, un servizio o il teatro all’altro capo della città impiego un’ora di auto (di traffico), non è meglio vivere in campagna o in un piccolo centro ad un’ora dalla città?

    Allora, ti chiedo e mi chiedo, con lo sviluppo delle tecnologie IT, delle comunicazioni e del telelavoro nei prossimi 50 anni continueremo ad ammassarci nelle città oppure ci “diffonderemo” nelle campagne (magari in un modello maggiormente ecosostenibile)?

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  3. Ci sono stata anche io, ti confesso che non ho letto tutto il post, però credo che progetti hanno il difetto di essere già vecchi in partenza.
    Piccole cose, una per volta.
    La pianura padana deve far rivivere la campagna e le cascine e mollare la presa sulle città, ormai le meno attive culturalmente d’italia.

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  4. @ Biz:
    Mi dispiace per i tuoi “impegni” (chiamiamoli così). Ad ogni modo ciò che ho scritto è relativo alla biennale passata, non quella in corso. Proprio oggi ho acquistato il catalogo della biennale in corso, e sai che ti dico? Non vedo l’ora di andarci! :) Proporrò un vasto reportage sul blog, così spero almeno di placare la tua curiosità più superficiale, anche se quella più profonda meriterebbe una, seppur impossibile, visita…

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  5. @ Oculus:
    Bhè, diciamo che piuttosto che “si sta cercando di realizzare”, si è proposta teoricamente. Sicuramente VeMa non è alcuna risposta, dato che le nuove realizzazioni di città oggi, per lo meno in Italia ed in Europa, non hanno alcun senso. Siamo troppo pochi per giustificare città nuove di fondazione. Quelle spontanee continueranno a nascere, anche se ai ritmi che conosciamo (lentissimi, quasi “erici”). Per quanto riguarda l’utilità della città, io mi auspico che continuino ad esistere, anche se come dici tu, sarebbe certamente meno importante per quanto riguarda il lavoro, se non meno per quello terziario: sicuramente la città ha un potere sociale che nessun altro dispositivo umano può considerare di essere. Poi ha una valenza di sostenibilità ambientale che altri sistemi insediativi non possono permettersi. È vero che la città produce smog, ma ti immagini i costi in termini di inquinamento nel trasportare materiali, merci ed energia nei sistemi a bassa densità!? :) C’è stata una proposta molto importante di ciò che proponi, l’architetto è il notissimo Wright, ed il progetto si chiama Broadcare City, dagli un’occhiata: è veramente utopico!

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