.:: VeMa :: Possibili utopie urbane_ 1/2

Non potendo giudicare di prima persona, sono costretto a non potermi offrire in una critica (nel senso ovvio del termine) del padiglione italiano di questa ultima biennale. Ovviamente, nel rispetto della tradizione cui sono legato in quanto pseudo architetto, non ci sia biennale veneziana in cui non si possa mancare. Ma per poter osservare in giusta maniera quella corrente, incastonarla nel contesto delle altri biennali, è necessario, forse, ricordarsi cosa è successo nella stessa sede due anni fa. Come l’intera biennale, anche il padiglione italiano, per diverse edizioni latitante, ha subito diverse critiche dagli addetti ai lavori. La direzione dei lavori, affidata a Franco Purini, sostenuto da Livio Sacchi, Margherita Petranzan e Nicola Marzot, infatti, pare non essere stata all’altezza delle aspettative. Questo, per proseguire con la cronaca, quindi con la narrazione lineare degli eventi, si aggettivò con la proposta di un modello di città, il quale si sarebbe dovuto prestare come, a detta della direzione, utopico, possibile, innovativo. Pensata in un’area non ben precisata tra MAntova e VErona, all’incrocio dei due corridoi europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo, trova la sua giustificazione nella data della sua realizzazione: 2026, esattamente 20 anni dopo lo svolgimento della biennale, ipotizzando che un nodo così cruciale per il territorio possa creare le condizioni per la creazione da zero di un’intera città. In realtà molte delle accuse che VeMa, così si è deciso di chiamare la città immaginaria oggetto della mostra, ha dovuto sopportare erano decisamente poco pertinenti, e non davano giustizia al fatto che questo sia stato un progetto decisamente teorico, volto non a dimostrare non si sa cosa, ma a creare una situazione di studio su alcuni fenomeni. Il quadro teorico in cui si va ad inserire VeMa è quello delle grandi realizzazioni di città di fondazione italiane, e questo viene reso esplicito dalla prima, in ordine concettuale, delle quattro aree del padiglione. Aree non separate spazialmente, quanto concettualmente dalla netta funzione espositiva dei diversi dispositivi. Una serie di pannelli grafici a segnare le varie tappe tra le più rappresentative, scelte ovviamente dal curatore (e ricordiamo che ogni esclusione vale più di una scelta), vanno ad accompagnare il fruitore verso il contesto in cui si fa necessario leggere la mostra. La scelta dei progetti fa però subito riflettere: dalla Città Nuova di Antonio Sant’Elia, del 1914, alla ben più concreticamente problematica Acilia, a scandire questa estemporanea storia delle città di fondazione, vi sono ben più di un progetto teorico ad opera dello stesso Purini, delle quali molte presentate ad altre edizioni della biennale di Venezia, che, affiancate a modelli del periodo utopistico degli anni ’60, come quello di No-Stop-City di Archizoom, o alcune tra le città fasciste di fondazione, chiariscono le idee sull’impronta quasi ideologica che si intende dare al padiglione. Dopo tutto le idee di Purini sono piuttosto note, e quella di un’inclusivismo, forse un pò malizioso, da parte di Luigi Prestinenza Puglisi, è una accusa piuttosto pertinente.

Ma in realtà questa è solo un’aspetto marginale di tutta la vicenda vema, ed è possibile considerarla come una rigurgido naturale delle esperienze di Purini. Sicuramente un’altro aspetto marginale, ma che merita una nota, è un’area del padiglione che sembra gravitare in maniera esterna al tema proposto da VeMa, ossia quello dell’installazione audiovisiva che presenta, in un’ambiente a pianta ovoidale, il video intitolato MODERNiTALIA, la città italiana vent’anni prima di Vema, a cura di Giorgio de Finis e Marta Francocci e su testo di Franco Purini e Livio Sacchi. Il video, il quale, malgrado il titolo, narra le vicende della critica architettonica in Italia dal secondo dopo guerra ad oggi, mantiene ancora come vizio formale la terribile abitudine, perpetuata sempre dal curatore Purini, che evidentemente surclassa la personalità di Sacchi & co. notoriamente ben più schierato/i,  di avere come obiettivo quello di una conciliazione tra le ideologie, atteggiamento a sua volta assai ideologico. La strategia di Purini nel video è infatti questa: quella di attaccare non tanto i personaggi che si fanno bandiera di questo piuttosto che quest’altro movimento, ma delle grandi battaglie teoriche che hanno contraddistinto gli ultimi quarant’anni di dibattito architettonico italiano. Dunque la critica non cade su Zevi o su Tafuri, che prendo a pretesto ora in quanto paradigma di una amichevole, quanto affascinanta, battaglia all’ultima riga, quanto sullo zevismo, piuttosto del tafurianesimo, in quanto movimento in se. Facendo questo però si pecca di ingenuità. Come ricorda Mario Perniola nella prefazione di Contro La Comunicazione, Heidegger ci esorta a non scrivere mai qualcosa contro. E la citazione indiretta del testo di Perniola quì è del tutto tranne che casuale, dato che è proprio Perniola tra le pagine del suo testo a descrivere il grande problema dell’approccio teorico di Purini: come nel concept del curatore italiano infatti, in Contro La Comunicazione, viene criticata ogni forma di appiattimento della realtà su un unico piano, nel caso specifico la comunicazione, perchè portatore di un di un’opposto di conoscenza per i quale è essenziale dissolvere qualsiasi contenuti. Appare chiaro quindi come ad appesantire un padiglione comunque brillante, non sia l’idea espositiva, che quì come nella esposizione centrale appare brillante, merito dello stesso Purini, ma in alcune sovrastrutture ideologiche che si sono volute, forse forzatamente, al tutto. Ma ripeto: per quanto riguarda VeMa, pare giusto fare un discorso a se.

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9 pensieri su “.:: VeMa :: Possibili utopie urbane_ 1/2

  1. PEJA,
    la VEMA di Purini mi auguro che sia stata l’ultimo gioco dei compositivi, l’unica nota positiva è stata l’aver invitato dei giovani architetti anche se del giro del ‘Purini pensiero’.
    Il montaggio del video è stato imposto (a Marta Francocci autrice intelligente e per fortuna non architetto) doveva assomigliare a un ‘romanzo popolare’, altro ossimoro puriniano oltre l’utopia reale.
    Ottimo il consiglio di lettura —> Perniola.
    SD —> WA

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  2. @ Salvatore:
    Già… La VeMa è stata una cosa piuttosto ambigua, come tutto ciò che fa/dice Purini. Sempre in bilico. Ma ciò non risulta come un pregio, ne risalta invece sempre il necarnenepesce’s effect. Dire tutto ed il contrario di tutto (“Comporre l’architettura” su tutti) è una sua caratteristiche che, in modo intelligente da parte sua, lo porta comunque ad essere difficilmente attaccato. Ma lui che tanto piace usare la parola: “filosofia”, proprio in una scarsa degli strumenti di questa pecca gravemente: lui vorrebbe applicare alcune tra le più noti blasonate nozioni filosofiche (pensando che siano le più interessanti) per applicarle, non si sa bene con quale formula di trasliterazione dei significati, all’architettura. Così si hanno situazioni imbarazzanti, dove pare che Heidegger diventa prima un nemico di ogni forma di evoluzione, ora un prestigiatore dell’informatica.
    Anche la tattica di far coincidere “giovani vecchi” con “giovani energici”, schiacciandoli sullo stesso piano concettuale, fa parte della stessa strategia, ed è funzionale al far emergere la figura del curatore. Infatti non erano i progetti, ma la città, ad emergere.

    Per il testo di Perniola: era obligatorio citarlo quì, dato che parla proprio di un certo tipo di approccio…

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