.:: X/XI Mostra Internazionale di Architettura_

foto di Giulia Santucci
foto di Giulia Santucci

In corrispondenza dello svolgimento della XI Biennale di Architettura, curata da Aaron Betsk e presediuta da Paolo Baratta, pare quasi obligatorio, a fini di creare una sorta di genealogia di questo evento che sembra concentrare l’attenzione dell’intero settore, parlare di ciò che caratterizzò invece la X Biennale di Architettura.
Sicuramente importante è ricordare di come la critica ha raccolto, unanimemente, in maniera piuttosto fredda la proposta di Richard Burdett di sondare, attraverso gli strumenti che la sociologia mette a disposizione, la metropoli contemporanea e le sue problematiche. Al di là della retorica di cui si è discusso anche troppo, insomma: il problema della città contemporanea è una formula utilizzata quasi sempre con intenzione retorica, affrontare in modo pertinente questo nodo, per non ripetere la parola problema che da un sapore forse apocalittico alla situazione in cui ci troviamo, non è certo un compito che la disciplina architettonica può, da sola, tentare di affrontare in maniera esaustiva. Dunque, tentare un approccio diverso può essere una nuova proposta. Dunque, Burdett propone di incentrare l’intero padiglione della mostra centrale, influenzando così poi anche molti degli altri padiglioni, in un bombardamento di dati di natura statistico/sociologica, su tutto ciò che è possibile, o anche impossibile, catalogare. Dunque: mobilità, densità abitativa, densità di traffici monetari, distanza di percorrenza, distanza temporale con le principali città limitrofe e globali. Il tutto efficacemente allestita dallo studio Cibic, incredibilmente abile a creare un’atmosfera ricca di pathos trasmessa non solo dal facile artificio dell’uso di penombra elettronica, ma anche da una intelligente modulazione degli spazi. Soluzione questa che indica una volontà architettonica che invece la mostra stessa si nega.

foto di Giulia Santucci
foto di Giulia Santucci

Infatti, la X Biennale di Architettura esce clamorosamente di tema: non è un’evento che si occupa di mostrare architettura, bensì di rappresentare alcuni aspetti, attraverso una profusione di grafici dei più diversi tipi, confermando il modello della forma mentis del curatore Burdett, assolutamente catalogatore, per quanto non razionale. Non razionale infatti perchè la scelta di utilizzare lo strumento del grafico per rappresentare questo piuttosto che quell’altro risulta assolutamente poco efficace e frutto piuttosto di un lascito della moda andante negli anni ’90 tra i così detti architetti digitali, che necessitando di un nuovo modo di rappresentare le proprie idee spaziali ricorrevano ai grafici. Scelta di moda quindi quella di Burdett che si vede costretto a far ricordo a delle soluzioni comunque sia estetizzanti per pover comunicare ciò che ha in mente, dato anche il target a cui è rivolta la mostra. Scelta di moda che però ripaga: infatti, nonostante le critiche, è effettivamente una delle biennali di cui il padiglione centrale è il più emotivamente coinvolgente, arrivando quasi fino a terrorizzare il fruitore. Bisogna infatti dar merito al curatore di aver saputo generare un dispositivo visivo, ricordiamo: con l’aiuto dei Cibic, capace di far sentire l’idea da cui si genera il tutto.
Ma quale è questa idea, scavando oltre il superficiale: problema della città contemporanea?

foto di Giulia Santucci
foto di Giulia Santucci

In effetti se c’è qualcosa cui criticare non è la mostra in se, impeccabile esecuzione delle intenzioni, ma sono proprio le premesse teoriche, assai debole quanto anch’esse debitrici di moda. Prese a pretesto alcune città tra le più densamente popolate, con una certa distanza, che mostra la dimensione tragica del vivere urbano contemporaneo. Le megalopoli sono ingestibili, i poveri ci vivono male, i ricchi ci abitano bene anche se reclusi all’interno di enclave di lusso, i flussi di persone, merci e informazioni sono sempre più complessi, esistono alcuni progetti mirati a risolvere in modo intelligente qualche specifico problema ma che mancano ricette globali e onnicomprensive. Luigi Prestinenza Puglisi è quasi lapidario nel descrivere l’obiettivo della mostra: quasi offensivi appariranno i cinque cartelloni con altrettanti punti interrogativi che in chiusura di mostra ci suggeriscono la ricetta per una buona metropoli: che sia inclusiva e non segregante, che abbia un buon sistema di trasporti pubblico, che sappia fare i conti con le sempre più scarse fonti di energia e sia ecologicamente sostenibile, che abbia densità accettabili e , infine, che sia ben governata.

Insomma, un’ottima esecuzione, di un brano pessimo perchè banale, e soprattutto, risultato inefficace dalle non poche proposte pratiche attuate, le quali si sono quasi sempre incagliate nelle paludi di un’interdisciplinarismo soltanto annunciato.

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20 pensieri su “.:: X/XI Mostra Internazionale di Architettura_

  1. Peja,
    questa mostra mi manca, ma dalle recensioni che ho raccolto, forse non perdo niente.
    Invece non sono d’accordo con le foto di Giulia Santucci un po’ troppo approssimative o forse sono immagini ironiche sfumate/sfuocate per una mostra debole?
    Salvatore D’Agostino

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  2. invece no salvatore… ti sei perso una bellissima mostra. ovvio che agli occhi di chi si appassiona solo della forma non dica un granchè. ma chi si occupa anche di relazioni e sa che sono quelle relazioni a rendere il mondo più abitabile l’ha trovata una mostra che sapeva andare oltre la mera estetica. estetica che si era promesso di superare la precedente mostra di fuksas, però con scarsissimi risultati, per mettere il gioco l’etica con strumenti strettamente architettonico-urbanistico-paesaggisti.

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  3. @ Salvatore:
    Bhè in realtà la mostra in se è stata proprio bella… Il problema è che era un insieme narrativo di prodigiose installazioni del gruppo Cibic, che però non era comunque all’altezza delle aspettative, dato che in realtà dovevano essere piegate a comunicare i dati offerti dalle statistiche. Cioè, le installazioni erano portentose, ma i contenuti di Burtedd erano dei giàsentitodire!

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  4. @ Linea:
    Ripeto: la mostra in se era incredibilmente suggestiva, ma purtroppo si preoccupava di mostrare cose che già si sanno, e le soluzioni proposte erano per lo più retoriche, come suggerisce appunto Puglisi. O meglio, non c’è uno svolgimento della narrazione dei problemi, ed un suo epilogo, che sembrasse dire qualcosa che in realtà non si sapesse. Anche se devo dire che sono comunicate, e lo ripeto, in maniera potentissima. Certo, sicuramente più interessante delle mostre di Fuksas, che comunque non sono state originali, o comunque lo sono state meno di quella di Burdett…

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  5. Intanto bentornato emmanuele!
    hai disseminato di commenti i vari blog… e grazie per quello su “Wilfing achitettura”
    Non ho visto la mostra di Venezia, abito vicino e non so se ci vado!
    Anni fa andavo, c’erano le prime e timide installazioni (anche interattive!, i primi video proiettori) assai ingenue se confrontate con quelle delle coeve biennali d’arte, e d’altra parte i linguaggi architettonici più diretti.
    Oggi le due cose si fondono arte-installazioni-architettura, spesso in linguaggi già visti, ma a mio avviso sempre proiettati in inevitabile processo di contaminazione…
    Emanuele Piccardo su archphoto in facebook (http://www.new.facebook.com/group.php?gid=27656880901)
    invitava ad una riflessione simile…
    io per il momento ti saluto
    marco+
    (il 23 cm. sei a Venezia-Venezia?)

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  6. dette e ridette? sicuro? e come hai notato solamente ‘sta cosa:

    “mostra la dimensione tragica del vivere urbano contemporaneo. Le megalopoli sono ingestibili, i poveri ci vivono male, i ricchi ci abitano bene anche se reclusi all’interno di enclave di lusso”

    sicuro che dicesse solo questo delle metroli? sicuro-sicuro?

    e poi, anche se le sapessero tutti, chi sono ‘sti tutti? spero tu non intenda i profani, quelli sicuramente non le sanno. e, sinceramente, molte persone completamente a digiuno di architettura e urbanistica hanno preferito i problemi reali alle masturbazioni mentali degli architetti sismografi…

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  7. —> Approfitto per salutare Marco+;
    —> Emanuele meglio non inserire foto, non credi?;
    —> LDS forse hai ragione meglio non fidarsi delle critiche/commenti. Temo che sia stato un modo per giustificare il mancato viaggio. Comunque è difficile coniugare le relazioni, e quindi le ‘azioni politiche’, con l’architettura. Secondo te chi è stato il più interessante in tal senso?

    A presto SD di WA

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  8. @ Marco+:

    Grazie del bentornato, e figurati per i commenti!
    E grazie per l’invito al gruppo gestito da Emanuele Piccardo.
    Ho visto che lui ha avuto diverse esclusive quest’anno, un bel riconoscimento, dato che veramente fa quasi tutto da solo!
    Comunque per la biennale, si ci vado il 23 cm… Ti farò sapere… Magari con la mail che ti sto per inviare…

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  9. @ LineaDiSenso:

    Bhè: sì, sono piuttosto sicuro, dato che sono problemi di cui si parla dagli anni ’70 in maniera piuttosto simile e senza grandi apporti originali a questo dibattito. O meglio, sono una trentina di anni che si difendono diverse scuole di pianificazione. Voglio essere chiaro: la mostra in se ha un giudizio positivo, parlando anche un linguaggio molto evocativo, ma purtroppo dice cose scontate (sempre con una bella voce). Tra l’altro è vero che sono cose che gli addetti ai lavori già sapevano (basta aprire le riviste dopotutto), e che i “civili” invice ignorano, ma stiamo parlando pur sempre della biennale di architettura, che a differenza di quella d’arte, ha come fruitori quasi esclusivamente architetti, quindi può far a meno di dover comunicare all’uomo comune. D’altra parte quella della contaminazione sociologia/antropologia/architettura, ha portato risultati interessanti, ma i casi che poi si sono concretizzati sono stati ben pochi, e comunque “molto architettonici”. È probabile che gli unici risultati veramente concreti siano quelli della D-Tower. Gli altri restano per lo più speculazioni teoriche (leggasi: seghe mentali, per l’appunto), già a partire dalle “mappe psicogrografiche” degli anni ’60 dei situazionisti, che dopotutto, sì sono incredibilmente interessanti (sto studiando assai quel periodo), però è roba che non è proprio comunicabile alla gente comune, senza una adeguata preparazione.

    Ovviamente ti ringrazio per dire ciò che pensi invece di evitare di commentare: sono le cose più stimolanti di solito! :)

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  10. @ Salvatore:
    Rispondo alla mia nominatura per educazione! :)
    Bhè, diciamo che mi secca un pò non inserire foto. Avevo foto decisamente migliori ovviamente, ma le uniche che rendessero un pò lo spazio realizzato dai Cibic. Le altre foto rendevano solo particolari. E comunque queste danno l’idea di quello spazio rarefatto che si è realizzato. Molto scenico e commuovente, meritava sul serio.

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  11. x salvatore: chi è stato il migliore? difficile citarne uno, semmai bisogna citare intere comunità, città, megalopoli che hanno deciso di intervenire sulle relazioni più che sulla scenografia, o meglio: hanno saputo coniugarle molto bene, la prima che mi viene in mente è barcellona.
    comunque una cosa saltava all’occhio: il fallimento della bassa densità; il fatto che quella tanto lodata (da alcuni) città diffusa del quieto vivere, della “dimensione umana”, una volta che diventa spalmata su interi territori è insostenibile e quindi, paradossalmente, new york diviene molto meno dispendiosa e gravosa sull’ambiente che il lombrado-veneto.
    ora sinceramente, io questa non la chiamo sociologia e… 30anni fa, la parola sostenibilità nemmeno esisteva (lo sviluppo sostenibile appare nel 1987). ovvio che non sia solo architettura ma che determinate logiche vadano ad influire sulla forma dell’architettura e delle città è scontato (sempre che uno non parta dal fatto che la forma nasca dall’inconscio notturno dell’architetto e il vomito mattutino che ne deriva la si chiami opera). le megalopoli… d’accordo, hanno notevoli problemi, ma la mostra ha avuto proprio questo aspetto positivo: metterne in risalto la notevole potenzialità se si sa coniugare relazioni e oggetti architettonici.
    altro punto interessante: la stragrande maggioranza della popolazione vive oramai in città e questa percentuale è destinata ad aumentare, ragion per cui i sindaci, i governi delle città hanno molta responsabilità nel nostro vivere quotidiano, e su tutto la mostra aleggiava l’importanza, appunto, delle comunità locali.
    per finire, quella biennale è stata visita da molti profani e anche tra molti architetti che si occupano di architettura in senso stretto e non di paesaggio/urbanistica l’hanno trovata molto interessante.

    ps: emanuele, hai il tasto delle virgolette rotto? sono andato a leggermi puglisi e ho avuto un deja vu :-)

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  12. @ LineaDiSenso:
    Prima di tutto grazie per avermi avvertito del problema di citazione… Tra l’altro io uso sempre l’italico per le citazioni, e non so perchè ho dei problemi di formattazione del testo: ci ho provato ma non cambia… Bah, proverò dopo.
    Comunque, al di là delle date (potrei risponderti che Soleri parlava di sostenibilità nel ’60, ma sembrerebbe che stessimo giocando a chi c’è l’ha più lungo… il filo del mouse…) il fatto è che, anche io trovandola interessante, ma non si è risolta niente più niente meno che in una illustrazione di grafici o quasi: questo è stato il suo limite!
    A prestissmo!

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  13. in effetti sono anni che ormai non si fa altro che parlare del continuo ed inarrestabile decadimento della qualità degli allestimenti/temi delle Biennali; un fenomeno che non si ferma certo ai grandi eventi dell’architettura, ma che investe mondo dell’università, del lavoro ecc.
    diventa quindi difficile distinguere quanto ci sia di vero e quanto invece non appartenga ad una “cultura/tradizione” denigratoria/auto-depressiva tutta italiota!
    ma devo amettere che la biennale scorsa (personalmente la mia prima biennale!) sebbene sia stata assolutamente eccitante dal punto di vista degli allestimenti, degli spazi, o “dell’aria” che si respira intorno a questo evento, mi ha lasciato un vuoto ed una delusione dal punto di vista dei contenuti! Sensazione, che per inesperienza e mancanza di riferimenti utili, non avevo immediatamente espresso, ma che non ho tardato a riscontrare in tanti altri amici e colleghi!

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  14. @ Dade:
    Il fatto è che i contenuti c’erano magari, però erano da conoscere a priori. L’allestimento era clamoroso, ma proprio ciò che era mostrato che era… vuoto?
    Il perchè (secondo il mio punto di vista, ovvio) già l’ho detto: la tendenza a schiacciare le discipline sulla comunicazione/sociologia porta ad uno svuotamento di contenuti: in questo caso riuscito alla perfezione!
    A presto!

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