.:: Arte facile

L’architettura contemporanea, volendo segnare il periodo contemporaneo con il superamento temporaneo del movimento moderno da parte del postmoderno, sembra dominata, non tanto dalla figura dell’archistar, le cui realizzazioni negli ultimi dieci anni non superano lo 0,4% delle totali, quanto dalla figura dell’architetto-artista, ossia quel personaggio, il quale, convinto di aprire ponti tra una generica qualsiasi arte ed architettura, prende le mosse per il proprio progetto ispirandosi a questa o quell’opera d’arte, a questo o quel linguaggio artistico. Questo processo avrà quindi bisogno di riferimenti visivi più o meno espliciti, prestandosi all’imbarazzante produzione di ingenui oggetti tradotti a scale immaginarie, considerate adeguate alla situazione. Secondo questo approccio, diventa lecito, ad esempio, ricreare per un’agenzia pubblicitaria un binocolo alto 20 metri, oppure inserire nel cuore di Tokyo un’enorme tazza di birra con relativa schiuma dorata. Appropriato per la sede degli uffici di un’azienda produttrice di Birra.

Ma se è pur vero che Ghery nella sua attività ha vantato collaborazioni eccellenti, in primis con l’amico Claes Oldenburg, questo non voglia dire che egli non abbia creato architetture dall’influenza e dalla portata probabilmente ancora non percepibile in tutta la loro potenza. Lo stesso Philippe Stark ha dato ad una intera branca del design, introducendo un’elemento ironico altamente personale. Ma forse proprio questa posizione, che preferisce il paradigma di Caos a quello di Metodo, ha reso possibile la caduta nelle pozze del manierismo ludico. Caduta ancora più facile se chi a prestarsi a questa faciloneria della progettazione di macro-oggetti è un progettista con una padronanza blanda dei propri mezzi. Pare proprio che in tempi in cui sembra che la maggior parte degli studi sentano il bisogno di appropriarsi dello status di artista, rifiutare l’artisticità della propria opera sia diventato un valore aggiunto da non sottovalutare. Ed in questo quadro rientra un architetto che, nonostante si sia mosso in zone assai più estreme di quelle in cui naufragano Philippe Stark e Frank Ghery e nonostante la sua provenienza da campi strettamente più pertinenti a quelli artistici che non architettonici, sembra aver trovato una strada in grado di non dissolvere l’architettura nel puro ludismo preferendo approfondire un tema in particolare, ossia quello del rapporto tra azione e percezione. Ovviamente mi sto riferendo al solito Lars Spuybroek, team leader dei Nox, il quale esso stesso dichiara in una intervista di Ludovica Tramontin:

[…] l’adozione di un processo interamente basato sulla morfogenesi non è abbastanza in architettura, non garantisce che il risultato si architettonico.

Osservazione paradossale, se la consideriamo espressa da uno degli autori maggiormente accusati di usare metodologie svilenti l’architettura, le quali si risolverebbero in puri virtuosismi formali. Accuse che provengono tra l’altro dallo stesso fronte che esalta invece i risultati prima criticati. Ma le critiche in questione sono facilmente contrattaccabili, derivanti esse da una non perfetta comprensione delle intenzioni. Se fosse il contrario sarebbe piuttosto facile rendersi conto che ciò che si sta sperimentando è un diverso modo di vivere lo spazio, affondando in una topologia che non si limita ad avvolgere i fruitori, ma rende continuo anche il rapporto sensoriale di questi con i propri gesti e le reazioni che l’architettura offre, dandosi non come un oggetto passivo, ma capace di entrare nella sfera percettiva dei suoi ospiti, afattandosi ad essi. Ed ecco così che il continuum tra azione e percezione creano un legame certamente più stretto con un’arte che di certo non tenta di risolversi nel figurativo, ma nemmeno si nega alla scapezzatura, all’errore volontario, figlio di un edonismo spudorato. È un rapporto probabilmente involontario, ma che indaga in maniera ceramente più profondo gli stessi campi del post-umano, dell’arte interattiva e della net-art, senza andare a ripetere esperienze già avute, e quindi offrendosi con la pretesa di dire qualcosa di nuovo. E non è un caso se Kas Oosterhuis, nella collaborazione con Ilona Lénárd, artista che ha da sempre lavorato nei campi del digitale ad avvicinarsi a conclusioni simili, la ricerca di un riversamento della fruizione nell’esperienza, per vie completamente diverse. Probilmente, esiste una avanguardia che silenziosamente, intende aspettare prima di godere di una sterile ufficialità.

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8 pensieri su “.:: Arte facile

  1. Complimenti per il post! Se ho afferrato il tuo concetto, alle 6 del mattino non è scontato, questa forma d’arte che a volte fa da reclame commerciale, dovrebbe avere origine nei primi esperimenti della pop art; inoltre sul discorso avanguardia o arte con la “a” minuscola, potremmo farla risalire all’arte dadaista e la negazione di se stessa, come forma di “autentica” avanguardia. Sul fatto che un’architettura possa contenere, anche all’esterno, manufatti simbolici che la possano distinguere sono assolutamente d’accordo. Se parliamo, pero di autoreferenzialità e di architettura-scultura, si rischia di creare un scenario urbano un po caotico, che per cosi dire, disorienta la fruizione dello spazio tradizionale. Anche se nella metropoli di new york, dove il vero caos è rappresentato dai grattacieli, l’opera della maturità di wright, rappresenta una “goccia nel deserto”.

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  2. Il problema è che chi procede verso queste azioni crede sinceramente nell’artisticità della propria opera. Questo è un grande problema, perchè il loro status fa sì che si creda che sia una sorta di metodo corretto per affrontare la problematica del rapporto tra arte e architettura con una certa banalità, ed è questo che crea nel “caos” non progettato, diverso sicuramente da un caos manovrato a cui dovrebbe arrivara la progettualità tipica architettonica. Pena il cadere nelle pozze a cui il post-moderno architettonico ci ha, ahimè, abituato. Wright ci ha dimostrato che il moderno architettonico non vuol dire soltanto stereotipatizzazione di moduli e spazi ricavati da leggi determinate e chiare…
    A presto! :)

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  3. Una delle poche componente interessante dell’arte contemporanea, perchè in possesso di una sua filosofia di base, a mio parere, è proprio il sollecitare una percezione anomala e differente dello spazio per favorire un’esperienza di percezione dello stesso che superi la soglia della quotidianità, che arrivi al puro sentire senza mediazioni.
    Non vi è mediavione del pensiero, l’esperienza è pura sensazione ed azione che investono direttamente la sfera emotiva.
    Ora non ricordo l’artista, ma alla biennale di Venezia del 2001 era stata costruita una struttura enorme: all’esterno era ricoperta di pannelli metallici, all’interno vi erano tante scale di legno. Sembrava un misto tra le scale di picasso ed un cantiere, il tutto molto labirintico.
    La direzione era a discrezione del fruitore, ma piu salivi più le scale divenivano strette e ripide, il senso di oppressione, la claustrofogia e il caldo aumentavano in maniera vertiginosa.
    Alla fine, dopo tanto sforzo, arrivavi alla cima di questa struttura e aprendo una botola ti ritrovavi finalmente all’aria aperta: respirare era un piacere e la vista del parco e della laguna che ti si ponevano davanti erano fenomenali.
    I pannelli poi ti davano un senso di asetticità che contrastava sia con la naturalezza della vista che con la tattilità calda del legno interno.
    In quell’opera non vi era grande studio delle forme, ma l’esperienza nel percorrerlo era dirompente.
    Se gli architetti riuscissero a collaborare con gli artisti per coniugare la forma con l’esperienza e il sentire nello spazio, non ci sarebbe più bisogno di musei, perchè l’arte sarebbe ovunque e gli edifici diventerebbero la sede sempre differente di nuove esplorazioni.

    Post interessante, come al solito! :o)

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  4. Cara Lampadina,
    Sì conosco quell’opera, era nel padiglione israeliano se non sbaglio. Tra l’altro la costruzione del padiglione era parte integrante dell’opera, come se lo sforzo fisico, e la formatività inteso come fare che fa da se il suo fare entrassero nell’opera. Sul tema che hai suggerito, è interessante l’opera premonitrice di Dewey, anche se lui si riferiva più all’esperienza creatrice, più che alla fruizione. Senza dubbio si sta creando l’humus per una necessità di un pubblico colto in alcune correnti artistiche, ma l’immediatezza con cui la fruizione si consuma in alcune esperienze immersive come quelle delle varie transarchitettura, del quale come tu stessa profetizzi è essa stessa museo di se stessa, è fonte di un tipo di conoscenza assai diversa da quella concettuale: è infatti portatrice di una consapevolezza che fa del continuum tra il corpo ed il suo intorno data dalla necessità di un movimento obbligatorio…
    Commento interessante, grazie dello spunto ;)

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  5. arte vs architettura,
    tematiche relazionali non semplici…
    da un po’ ho smesso di interpretarli separatamente, con l’unica discriminante che chi dichiara di fare architettura, deve saper rispondere anche a “modelli di vitalità”, cui il vezzo artistico non deve avere la pretesa di scavalcare…

    ps: al mio indirizzo mail arcpasian@tiscali.it puoi lasciare il “tuo” cartaceo, chissà ti si possa spedire qulacosa per posta ordinaria….
    ciao

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  6. @ Marco+:
    Come dici, appunto perchè non hanno relazioni facili, l’approccio che ha tenuto in modo pasticcoso insieme arte ed architettura ha portato con se delle forti ingenuità che vogliono l’architettura come arte di serie B. Dal tuo blog e dal tuo sito si vede chiaramente che l’approccio di oplà+ è tra i più origibali…
    Per quanta riguarda la reciproca carte, aspettati una mail da emmanuele.pilia@gmail.com… ;)
    Ciao

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